“Una stirpe incognita” di Fernando Pessoa.

14958449_10211319953895427_830941579_n« Non so cosa mi porterà il domani», questa è la frase che Fernando Pessoa annota sul letto di morte. Questa è la frase che chiude un’intera vita, se per questo autore di interezza si può parlare. Il suo valore in riferimento a chi l’ha scritta è retroattivo: Pessoa ha sempre vissuto all’insegna della possibilità, perché è riuscito a vivere al di fuori del controllo di se stesso moltiplicandosi in altre persone, in altri pensieri in altre scritture. Con i suoi eteronimi, come direbbe Baudelaire è «vissuto e dolorato in altri che in me».
Conferma questa sterminata galassia l’ultimo volume edito dalla casa editrice milanese Edb (2016), per la collana “Poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta, “Una stirpe incognita”, a cura di Antonio Cardiello, con i disegni di Massimo Dagnino. Una scelta di tredici testi, di cui dieci assolutamente inediti e due tradotti per la prima volta in italiano. Seguendo la poliedricità del poeta portoghese la scelta spazia tra alcune liriche, che abbracciano più di vent’anni di vita, pezzi filosofici, di argomento religioso e sarcastiche considerazioni sul beneficio del «miglioramento e l’organizzazione del sistema ferroviario» in Italia, e sulla modernità tutta.
Così come quell’ultima frase ha valore per tutta la vita di Pessoa e di apertura verso il futuro, in una di queste prose la voce di «JC» (con la solita tagliente ironia dell’autore) tocca il motivo della posterità: «molti parleranno di me come se io fossi un determinato uomo in un determinato luogo e soggetto a un determinato modo di essere. Altri parleranno di me come se io non fossi mai esistito». Ma la posterità si rivela fittizia, soggetta all’arbitrio di chi verrà dopo, poco importante poiché anche lei non può fuggire il destino unico delle cose e del mondo: «Alcuni mi chiameranno Dio, altri Uomo, altri ancora Nessuno. Ma io vi vengo a dire, nel caso vi interessi saperlo (potreste volerlo), che Dio e Uomo e Nessuno sono la stessa cosa, e che questa cosa sono io stesso». Una volontà, che sembrerebbe far vela verso il desiderio di sparire; Pessoa rimane tra noi come uno dei vertici della letteratura mondiale ma il suo progetto di sparizione appare pienamente riuscito. I suoi eteronimi lo hanno assimilato, ma come un’epoca assimila l’altra, come Alvaro de Campos asserisce: «Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette soltanto l’intelligenza che aveva di questa sensibilità. Riguardo all’emozione siamo noi; per quanto riguarda l’intelligenza ci disperde; così, mediante ciò che ci disperde che sopravviviamo». Rimane negli eteronimi solo l’intelligenza, il ricordo della forma che li ha generati. Come una «stirpe incognita» nutrono in loro una nuova emozione: nucleo originario che riceve ed espelle il mondo, i suoi stimoli, mischiandovisi. Di questa sparizione che contiene in sé la traccia dello sparito, Massimo Dagnino sembra aver fatto tesoro; con la tavola (e il suo “scarto”) che precedono la sezione del libro intitolata “eteronimi”. Il volto di una persona (un ragazzo, un uomo?) si forma sulle curve di livello e di profondità di una carta nautica, al limitare tra il mare e un pezzo di costa. All’altezza degli occhi un’apertura su un cielo siderale impedisce l’identificazione.

pessoaLa parte mancante, quella che specifica, permette il profilarsi della figura di un altro, che è lui stesso. L’effettivo si comporrà per «metonimia» più avanti, in un altro luogo; ad esempio nel suo libro d’artista, intitolato “Pessoa”; pubblicato contemporaneamente dalla stessa casa editrice. Un formato inusitato, che non risparmia la forma libro, nel quale l’autore affronta il poeta lusitano in un’altra prospettiva: attraverso il segno un alzato di quartiere diventa un molo da cui si irradiano temi pessoani. L’univerbazione immette elementi parassitari: il veliero tarlato da un insetto sbreccia la distanza geografica e temporale, ambienti, motivi e visioni si fondono in una metamorfosi continua; come il virare al verde rame del supporto usato per libro (un’eliocopia) che liquida i confini tra sfondo e “linea”; come il camaleonte, disegnato, cambia colore non per proteggersi, ma per «sentire tutto in tutte le maniere» direbbe ancora Campos.

                                                                                                                        Davide Cortese

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Massimo Dagnino, Pessoa, matita su eliocopia, 2016.

Nota biografica.

220px-216_2310-fernando-pessoaFernando António Nogueira Pessoa è nato a Lisbona nel 1888, città nella quale è morto nel 1935.  E’ stato un poeta e scrittore portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese di tutti i tempi, e considerato uno dei poeti più importanti e rappresentativi del XX secolo. La sua opera è vastissima, dalla poesia alla prosa, all’aforisma. Uno dei suoi libri più belli tradotti in Italia è Poesie esoteriche uscito per l’editore Guanda tradotto da Francesco Zambon e Sogno un sogno di Dio.

da “Fumo” di Tiziano Rossi.

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Colloquio

Dialogare con trentanove bambini morti, affogati in un incidente di mare, non è semplice. Alcuni poi non vogliono parlare affatto: nei loro lineamenti mi sembra di leggere un muto biasimo nei confronti dei geni-tori, colpevoli di non avergli garantito una vita più sicura e lunga. Riesco però ad attaccare discorso con una piccola salma, che si esprime in maniera assai ragionevole. Purtroppo non trovo il tono giusto ed esordisco con un grossolano «Ma come diavolo è potuto accadere?». «Fatalità – mi risponde – mica tutti nascono fortunati, a me è toccato campare solo otto anni». «E quale sentimento provi ora?» (credo di aver imparato domande del genere dalla televisione). «Ho dei ricordi dai quattro anni in su, di cose me ne sono capitate tante. Penso che le memorie accumulate in quest’arco di tempo [accidenti, si esprime come un grande!] mi consoleranno a sufficienza». «Tra i bambini deceduti c’erano dei tuoi compagni?» «Si, molti; giocherò ancora con loro, anche se in maniera diversa». «In che senso?». «Siccome non abbiamo più i corpi, ci divertiamo inventando qualcosa di esclusivamente mentale». «Cioè?». «Per esempio ci raccontiamo storie, barzellette, aneddoti». «Pensi di rimanere in contatto con i viventi, in particolare con i tuoi?». «Dipende più da loro che da me, bisognerebbe che lavorassero di più con la testa: allora riusciremmo a scambiarci un po’ di notizie». «Vuoi che io gli porti i tuoi saluti?». «Grazie, so che sono angosciati, ma ci ritroveremo. È chiaro che dobbiamo tener duro, sia io che loro». Non mi sento all’altezza di questo bambino. Sono confuso e vado a interrogarne un altro.

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Massimo Dagnino, S. Olcese- Stazione ferroviaria, matita su carta, 2012.

Nota biografica.

Tiziano-RossiTiziano Rossi, è nato a Milano nel 1935, dove vive. Ha pubblicato le raccolte Il cominciamondo (Argalia, 1963), La talpa imperfetta (Mondadori, 1968), Dallo sdrucciolare al rialzarsi (Guanda, 1976), Quasi costellazione (Società di poesia, 1982), Miele e no (Garzanti, 1988), Il  movimento dell’adagio (Garzanti, 1993), Pare che il paradiso (Garzanti, 1998), Gente di corsa (Garzanti, 2000), raccolte nel volume Tutte le poesie, 1963- 2000 (Garzanti, 2003). Ha pubblicato inoltre anche volumi di prose brevi: Cronaca perduta (Mondadori, 2006), Faccende laterali (Garzanti, 2009), Spigoli del sonno (Mursia, 2012), Qualcosa di strano (La Vita Felice, 2015). Ha curato con Ermanno Krumm l’antologia Poesia italiana del Novecento (Skira, 1995). E’ presente nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento curata da Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi (Oscar Mondadori).

 

“Inediti e disegni” di Massimo Dagnino.

Massimo Dagnino, Acquasanta (come Monte Oriol), matite colorate su carta, 1995.

Il motivo del paesaggio, nella ricerca di Massimo Dagnino, cessa di essere ‘simbolico’, attore di primo piano: ricorrono ‘passeggeri’. Parola, quest’ultima, che appare spesso nelle poesie dell’autore genovese: dal senso ambivalente, di coloro che vengono trasportati e di una sorta di transitorietà, è la chiave del rapporto che il soggetto intreccia con l’esterno. Passando dall’essere luogo significato a una «specie di quinta», il paesaggio diventa un fondale: testimone estraneo all’azione dei personaggi che si muovono, interagiscono autonomamente («Container trasportano pioggia in una specie/ di quinta, il mare refrattario al tuo sguardo torna al suo moto»).

Il rapporto con un’altra persona sottopone sempre a un «difetto di reciprocità»: l’impossibilità di poter sapere cosa e come si viene percepiti; si sa di essere presenti all’altro ma non come e in che modo. Se nelle prime raccolte del poeta «sapere di essere pensati» era «una stranezza», in questi inediti il pensare, o solamente sentirsi «percepito nel guardare gli Scogli Neri», si tramuta in un atto di conoscenza. Azione, questa, riverberata anche sul piano formale: il «vincolo del nome», quello dell’acrostico “Lorenzo”, è il luogo dove il verso sviluppa un’ulteriore versione della persona, che «eccede mentre ti penso»; o strutturale, dove l’impiego di un linguaggio tecnico (quello cinematografico), usato nei lavori precedenti («Dissolvenza a nero», «Apertura a iride») ,  viene sostituito da una «chiusura ad alberi»: un’immagine «mossa», sempre sul punto di capovolgersi di senso.

Il passaggio a un’altra oscurità, quella dell’altro, instaura una specie di intercapedine in cui lo sfaldarsi dei limiti, delle convenzioni porta all’esterno, e al reciproco influenzarsi, i rispettivi «paesagg[i] raccolt[i] nell’ombra». La dimensione politica delle poesie di Dagnino, si innesta in questa ‘periferia emotiva’ (che é miscuglio); sotto l’incertezza del ‘buio’ si configura un rapporto basato sulla negazione del possesso. Un’ azione «progettuale» nel rifiuto di «qualsiasi categoria operativa», prendendo in prestito le parole di Manfredo Tafuri; lavorando all’espansione di un centro, comunque privato ( «nessun passeggero ci avrà nei suoi occhi»), il modello dell’esclusività viene rotto: una  prospettiva orizzontale apre  allo stare per- (il possibile reiterato) divenuto permanente nel proliferare delle esperienze.

«Tutti i dintorni erano pittoreschi, pieni di luoghi grandiosi e di passaggi d’una graziosa intimità, tutte le passeggiate vicine possedevano un notevole impianto di originalità capace di colpire la fantasia degli artisti». Il brano tratto dal romanzo di Mont Oriol, di Guy De Maupassant, è una delle interferenze che colpiscono e attraversano i lavori grafici, e anche quelli poetici di Dagnino ( «Dalla vasca sulfurea la febbre/si snoda lungo il parlare/ smistato fra binari, svelto sale animale»). Sentieri, dove si intrecciano motivi personali letterari o visivi, vengono innescati dal paesaggio ligure: naturalmente predisposto, per la sua conformazione ‘scenografica’, a un continuo rientrare in scena di sussulti emotivi.

La stazione di Acquasanta, e le sue terme, si accavallano nel ricordo: le architetture sovrapposte (una torre si scioglie sotto un faro) o aggredite (la cupola di un santuario accerchiata dalla vegetazione spettrale) vengono riassunte dal segno; registratore fedele del momento in cui è stato tracciato, una sorta di radar, antenna che capta, come le orecchie spropositate del coniglio impigliano, un paesaggio.

                                                                                                                        Davide Cortese

 

*

Dalla vasca sulfurea la febbre
si snoda lungo il parlare
smistato fra binari, svelto sale animale
in sentieri. Arazzi muovono quinte
fino allo scambio della volta
sbozzata che incanala il buio.

Ma ora esterna il paesaggio raccolto nell’ombra.
Carezza volatile
non più univoca nell’amore.

 

*

In un’altra oscurità passi
amico mio

 

 

*

Mi sento percepito nel guardare gli Scogli Neri
in difetto di reciprocità; chiusura ad alberi
dall’alta ferrovia si vedono i fari silenziosi
fluire sciolti dal traffico tra profili collinari a sintesi
di immagine.

La vista si avvicina al temporale
luci falciformi nell’incavo del paesaggio.

 

 

Massimo Dagnino, Tratto ferroviario GE-Acquasanta, Matita su carta, 2010.

 

 

*

Container trasportano pioggia in una specie
di quinta, il mare refrattario al tuo sguardo torna al suo moto.
Seduce l’ambiguità del passato
disciolta in periodi.

 

 

*

Un allenamento mancato si riverbera
in accidente emotivo
come barbe a puntasecca.
Osserva i pochi tralicci divisori
lo sfondo attutisce i pensieri
resta l’erba, i calzoncini da calcio, la fatica nel calore del corpo.

Lasci il verde allergico nel suono
alterato del mare. Stanco in pensieri freddi
improvviso il corpo si tende
torcendosi nell’aria fino a chiudersi fra la sabbia.

 

 

*

Gli occhi imprimono corvi
aguzzi, il freddo reattivo alla spiaggia si sparge
dove si ferma la vista. Niente si riassume
a effetto, ciò che passa è difficile.
Inalterate le escrescenze
di arbusti.

 

 

*

Nell’eversione del niente
aspidi  vegetali infatuano
la mente, pensa attraverso volti
dilazionati.  Fatica ad allacciare i bottoni
della camicia  fittamente
le mani venose del bosco.  Rigurgito di giorni
dalla strada inconsapevole i fari
dell’auto fendono le chiome.

 

*

 

La radio spaccata nell’urlo di pensieri sottesi.
Ombra emotiva si allunga in ordinaria
Radura compressa dal cuore. Ma
Eccedi mentre ti penso
Nel vincolo del nome
Zero non presente nei numeri
Oscilla, si brucia la lampada scivola la sgorbia sul linoleum.

 

*

 

Figura mossa in un posto, spacca
domande a cerchi d’acqua
mentre le mani seguono il selvatico
dei capelli veloce  scatta
la segnaletica gialloverde
apre a vagoni merci
nessun passeggero ci avrà nel suo sguardo

 

*

A Boss

 

Sbuffa, scocciatissimo, per carezze guasta sonno
del ragazzo in tuta a pigiama, che lo ama.

 

 

Massimo Dagnino, Anatomo paesaggio, Matita su fotocopia, 2016

 

Nota biografica.

Massimo Dagnino,” Le tribolazioni di Rabbit”, Matita su carta, 2015

Massimo Dagnino nato a Genova , dove vive, il 12 settembre 1969. Ha pubblicato: Verso lʼannichilirsi del disegno…( LietoColle, Como 2004); Presente continuo (Stampa, Varese 2007); Paratassi (plaquette con A. Pellegatta, EDB, Milano 2007),  la plaquette Adolescenza (L’Arca Felice, Salerno 2012),  il catalogo Sinossi: disegni 2009 – 2012 (EDB, Milano 2014). Ha curato il volume Pensare accanitamente (EDB, Milano 2015).Ha tradotto per la prima volta le poesie di Thomas Cole (1801-1848) in Almanacco dello Specchio 2006, (Mondadori, Milano, 2006). Una silloge tratta da Vegetazione irrisolta è apparsa in Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori, Milano, 2010) la silloge Ipercinetismo è stata pubblicata in Nuovi Argomenti n° 60 “Apocalisse” (Mondadori, Milano 2012), Galleria Colla in Quadernario, a cura di M. Cucchi, (LietoColle, Como 2013) Tensostrutture in L’Immaginazione n° 291 (Manni, gennaio – febbraio 2016), Inediti e disegni in Bisestile di poesia 2016 (EDB Milano 2016). Ha realizzato diversi Libri dʼArtista tematici in copia unica: Pianetino 2817 (1993-1994; con un testo teatrale di Clearco Giùria, libro incentrato sul filosofo francese Georges Perec); Sili (1994); A – Ω (1994 – 2009); Taccuino (1995); Atlante (1995 – 1999); Anamnesi (2009); Vegetazione irrisolta, disegni e poesie (2009); LʼEpistolario (2009); Occhio vegetale (2009 – …); Microdiario (2009- 2011); Sport e olimpismo (2009 – 2010); Narrazione residua (2010); Album verde – Anatomopaesaggi (2010); Rete fognaria (2010); Scatola nera (2010); Volatili e interferenze (2010); Libro blu (2010 – 2011): Ines (2010); Landscape (2010); Ripercorrendo Fabio (2011); Tensione e separazioni (2011); Animali, paludi (2011-2012); Agenda 2011 (2011 – 2012); Anfratto di via Cassanello (2012); Tracciati (2013), 2007 nel 2013 (2013); Vivere nel quartiere (2013); Propaggini (2013 – 2014); Il senso dellʼhumor nella rappresentazione della morte (2013 – …); Spezzoni di cose (2014); Avvampato sfasciume (2014); Gneo (2014); Pessoa (2016); I miei gatti vi osservano (2016 – …) mentre Volti di grafite (2014 – 2015) ); Propagazioni di buio (2014); Storia dellʼarchitettura e oblio: Ludwig Persius (1996 – 2009) sono stati pubblicati per EDB edizioni (Milano 2015- 2016).

“Bisestile di poesia 2016”

13325510_984427951626690_1818485350658350107_nA quasi nove anni dalla ripresa delle attività la collana “ Poesia di ricerca” (diretta da Alberto Pellegatta), pubblicata per le edizioni milanesi Edb, congeda il “Bisestile”: volume a ventiquattro voci che riunisce inediti di tutti gli autori finora pubblicati, con l’aggiunta di alcuni nomi nuovi provenienti  dal panorama poetico italiano e mondiale. Ad aprire il volume Antonella Anedda che si concentra sul ricordo, creatore di «nessi» con le persone scomparse: il “rapporto” resta vitale ristrutturandosi, insaturo, proprio nell’atto del ricordare. Seguita da Antonio Gamoneda, massimo poeta spagnolo, modulando i componimenti in ipermetri pone una rinnovata percezione del mondo che vede inizio e centro il corpo. I lavori inseriti sono anche una piccola anteprima del libro prossimamente in uscita: “Descrizione della menzogna. Breve antologia”. Insieme a questi due poeti inglesi inglesi: Sam Riviere e Matthew Gregory, affiancati da giovani emergenti, e non,  italiani come la friulana Stefania Buiat: nei suoi lavori l’amore è una distanza irriducibile: dislocamento costante tra le persone che compone la materia stessa del sentimento. Il rapporto si ritrae in una dimensione esclusiva in cui la «percezione delle cose» falsifica ogni azione rendendola vana. E’ possibile solo prendere una pausa, “rivolta” virtuale che, però, riconduce al punto di partenza; o Piero Simone Ostan, di Portogruaro, posa il suo sguardo su condomini, centri commerciali: sono produttori di «mantra d’attesa» che hanno il compito programmatico della separazione («le nostre vite sono lontane un muro/ ma corrono parallele, per caso»); e il milanese Pancotti che espropriando strutture estranee innesta pezzi di vissuto, non riescono a comporsi come discorso personale: la volontà sovrasta le possibilità dell’occasione.
In questi anni la casa editrice ha iniziato a imporsi sulla scena letteraria, differenziandosi dalle altre “piccole”: Edb ha puntato tutto sulla qualità della materia proposta, offrendo uno spaccato sulla poesia contemporanea. Attraverso la formula del volume in doppio è stato proposto  un confronto tra autori: l’avvicinamento di due personalità differenziate da formazione, esperienze e provenienza culturale ha mostrato le diverse soluzioni formali attuabili; ad esempio l’ultimo volume edito “The Most Natural Thing” dove i due autori, mai pubblicati in Italia, Mario Pera e David Keplinger, rispettivamente peruviano e statunitense, affrontando comuni problematiche impiegano l’uno la forma del poemetto l’altro la prosa poetica. Proprio su quest’ultima scelta il “Bisestile” si rivela un ottimo strumento di studio comparato; Carsten R. Nielsen ne è occasione: a differenza di Keplinger che si orienta verso un’anamnesi del reale, il poeta danese declina il poemetto in prosa verso il racconto della realtà, resa inquietante dalla presenza di oggetti bizzarri e situazioni oniriche.

Disegno di Massimo Dagnino, “Pozza delle murene”, matita su fotocopia, 2015.

La «ricerca» si riverbera anche nella composizione dei volumi: la presenza costante di opere grafiche mette in gioco una «paratassi» tra i due linguaggi: i disegni non rimangono semplici illustrazioni, ma si presentano come un’ulteriore riflessione. Il perfezionamento e l’approfondimento dei percorsi di studio e delle proprie ossessioni è la motivazione che riunisce gli autori già pubblicati, gli inediti assumono la valenza di un continuo lavoro ed evoluzione. Mary B. Tolusso approfondisce il rapporto con la morte: il ricordo ne è parte integrante ed è presentato in due modalità, quella che non  riesce a fissare i dettagli, scivolano imprendibili configurati soltanto come un «sogno. Un cadavere tragico»; l’altra coniuga il ricordo al futuro, l’incombere costante della fine che inchioda a cui si vorrebbe opporre l’incontro dei corpi. Anche Jack Underwood, inglese, è interessato alla morte ma, a differenza della poetessa triestina, l’ affronta servendosi dell’ironia: «O drunk DEATH, go home. We like our dyng lives./ Have a big glass of water and think about it». Luca Minola da prova di un’importante maturazione rispetto ai suoi primi lavori: il canto si allunga e si struttura. Depositata al di là della «penombra dei gesti» la riflessione prende forma nell’incontro con elementi spaziali, i limiti che costringevano il vissuto si allentano: «Spingi le precisazioni, la ricerca non tace più/ l’ossigeno si alza dalle vie, riempie le ossa./ Si perlustrano le vie, i grandi dormitori». Se il poeta bergamasco proietta in avanti la ricerca Francesco Maria Tipaldi lavora invece in maniera orizzontale approfondendo una forma collaudata. Un linguaggio “forte e d’impatto” articola un mondo percepito in preda a un loop: costituito dai processi biologici più elementari, avvertiti in un misto di innocente fascinazione e orrore di prendervi parte («bisogna preferire/ l’orrore di stare al mondo a quello di uscirne?»). In connessione geografica Stelvio Di Spigno. Nei due inediti proposti approfondisce la disposizione del discorso poetico in una forte prosodia: affronta la morte, e l’indifferenza di cui è prefigurazione; opponendo a queste la rivalutazione di un certo sentimentalismo.

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Massimo Dagnino, “Ritmica spezzata”, matita su carta, 2015.

Massimo Dagnino, lavora su folle di ritmi e linguaggi (fautore dei disegni, anche, di questo volume): scelte formali inusitate, come l’acrostico, generano, all’incrocio tra le lettere del nome e l’inizio dei versi,  il luogo che proietta la concretezza della persona “ritratta”; verrà poi a torcersi ulteriormente: il divenire del linguaggio continua a veicolare senso e analisi; o come nella poesia a Lorenzo: dove un prosimetro dissimulato, nei primi due versi volutamente prosastici, crea un’esitazione al canto. Il poeta genovese, scardina ogni convenzione depositata e vincolante attingendo dalla «rovina» e liberando «l’occultato». Anche Federica Moccia si rivela sperimentatrice di ritmi e possibilità delle immagini. Appaiono scenari di confine che si corrodono nel loro disporsi («Luci segate dalla notte»); diverse parti di vissuto si sfiorano dando origine al trapasso verso un «insensato mattino». Alberto Pellegatta introduce l’ereditarietà della costrizione: «un calamaro che muove(…)/ i suoi tentacoli» concetti, linee guida che ci hanno formati nelle età, continuano a ripercuotersi nel tempo attivando un «dolore (…) oleoso». Occorre verificare, eliminare gli elementi estranei per accedere infine a se stessi: un processo di distruzione («le scariche,il trauma») e ricostruzione che «a poco a poco/ diventi libertà». Lo studio formale si rivolge sia alla prosa poetica che alla scansione in versi: questa è posta all’insegna della contiguità: la tensione ritmica si stempera, facendo procedere il dettato per unità avvicinate.

Già in “Mea infera caro” Silvia Caratti aveva proposto un dettato indirizzato alla precisione, all’essenziale. Lo studio presente radicalizza al massimo l’asciuttezza del discorso, pur senza contrarre il verso: l’autrice si libera di ogni compiacimento o remora culturale, caratteristiche di molta poesia contemporanea, lasciando emergere l’emozione pura e terribile nella «santità del silenzio», emergendo non chiede altro se non chiudere «le orecchie per non sentire/ e fermo è il cuore, per non sentire».
La scrittura di Carla Saracino è attraversata da una vena erotica: s’impone sull’ambiente circostante fino a diventare un «incendio [che] devasta il paesaggio»; salvo poi rientrare, incanalata da un «dovere»: la carica vitale frena lasciando dietro di se soltanto i «dolori (…) del fango finale». Manuel Micaletto, classe 1990, è il più giovane autore del “Bisestile”. Dando prova di una sorta di padronanza dei registri, impiega uno “Stile avanguardia”: strutturato attraverso la commistione di un linguaggio specializzato, torcendolo dal proprio settore, e il linguaggio comune. Passando poi a una concezione molto più lirica del discorso che dilata la riflessione e il ritmo delle immagini.
Oltre all’interesse per la poesia contemporanea Edb ha posto la sua attenzione alla riproposizione di classici come il “Giacomo Joyce” di un James Joyce impegnato nello sviluppo della prosa poetica; oppure nella ristampa di libri ormai fuori catalogo e divenuti introvabili: “Paradossalmente e con affanno” plaquette del 1971, primo lavoro di Maurizio Cucchi inserito nel volume di inediti “Rebus macabro”; o ancora “Il cervo applaudito” di Leopoldo Maria Panero, spagnolo, scomparso nel 2014, sconosciuto in Italia ma che già si è trovato oggetto di una tesi di laurea, particolare questo che dimostra la diffusione e l’importanza che vanno assumendo queste pubblicazioni nel nostro paese.

 

Davide Cortese

 

 

 

Nota biografica

IMG-20160604-WA0000Davide Cortese è nato a Genova, dove vive,  il 7 giugno 1994. Studia alla Facoltà di Lettere moderne,  sue recensioni sono state pubblicate in Nuovi Argomenti – Officina poesia. Si occupa del rapporto poesia e arti figurative.

“erbaluce” di Francesca Moccia.

Foto2553Autrice feconda e abissale, Francesca Moccia crea con un verso compatto e ansiogeno, un libro rivelatore e trascinante. “erbaluce” è stato pubblicato dalle Edizioni L’Arca Felice con i particolari e sempre curatissimi disegni di Massimo Dagnino. Quest’opera, come scrive nell’introduzione Maurizio Cucchi parte da parole –tracce e segni-chiave: “Eppure, seguendo magari la traccia di certe parole chiave, sondandole ben oltre il loro letterale, generico apparire, ci accorgiamo che una sostanza di fondo, sia pure quanto mai tesa e articolata (magari come la “ragnatela” del testo d’apertura), sorregge l’intero, misterioso percorso di ogni singolo testo, e non solo”. L’intraducibile realtà è per la Moccia già traduzione di sé, sintesi dell’incessante desiderio che la spinge alla scrittura. La sensazione è di confrontarsi con una continua stimolazione di significati ardui e avvolgenti: “ Cuore isolato dal senso/ quel che batte ora a martello/ desiderio incessante/ giro le mani nelle tue/ è il mare davanti eterno cielo d’acqua/ fiotto che cadi nell’acqua e sussurra”. La lesione dei testi si verifica attraverso un uso delle immagini al limite del disordine. Il sospetto è che Francesca Moccia stessa pronunci il suo continuo turbamento, il suo amore cercato e invocato ai limiti del freddo: “ Disteso immobile sulla sabbia/ erano le dieci fingevo pressappoco/ guardavo te il volo/ lento il mare/ iniziammo a parlare/ fistola di luce inizia a fare il freddo”. I toni profetici della poesia di Francesca Moccia accolgono il “divino”. Un divino ai confini dell’eresia. “erbaluce” è un’avvolgente storia d’amore, anzi una “leggenda”, un riappropriarsi del proprio corpo e della propria finitudine.

                                                                                                                              Luca Minola

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Torso, matita e china su carta, 2015. Di Massimo Dagnino.

 

 

*

Disteso immobile sulla sabbia
erano le dieci fingevo pressappoco
guardavo te il volo
lento del mare
iniziammo a parlare
fistola di luce inizia a fare freddo.

 

*

Ho riaperto lo sguardo
bianco era il tuo corpo
lunghe onde erano venute
a lambire cuore e sangue
dedalo disperato  tra alghe
e onde le ciglia dischiude
o sovrano quanto era
durata l’assenza del sonno stasera
vieni e guarda quanto conosco tieni
stretto la rete  e l’onda
ancora trapassa la carne
rantola nella gola del
gabbiano.

 

 

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Torace, matita su carta, 2014. Di Massimo Dagnino.

 

*

Dolore contro onda supero
la sabbia e in fondo tra le fibre
del tuo volto filamento rotto
il mattino fende il mare, altalene
cadono contro la riva.

 

*

Termina la corsa il treno
tra le ortensie la stazione
dei tre binari su questa
di marmo grigia luce debole
crepuscolo e un gatto
miagola sui gradini. Resto imprigionato
figura irta
come porcospino su un foglio bianco.

 

*

Ridotto, ferito
chiudo la strada. Un mare profondo,
insiste per scaldare. I fari…

 

 

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Lavanda, matita su carta, 2015. Di Massimo Dagnino.

 

 

Nota Biografica.

Moccia 20160108_120957Francesca Moccia, nata a Ponte (BN) nel 1971. Sue poesie apparse in antologie e riviste: I poeti di vent’anni  a cura di M. Santagostini (Stampa, Varese 2000) , “Nuovissima poesia italiana a cura di M. Cucchi e A. Riccardi (Mondadori, Milano, 2005), Orchestra N° uno, direttore M. Cucchi (LietoColle, Como 2007), una silloge di poesie è apparsa nella rivista  Monte Analogo (novembre 2010). La muffa del creato (LietoColle, Como 2005)  è la sua opera prima. Nella collana Poesia di ricerca ha pubblicato con  Jack Underwood, Wilderbeast, EDB, Milano 2013 mentre nella collana da collezione  Coincidenze ha dato alle stampe  la plaquette  erbaluce, con disegni di Massimo Dagnino (Edizioni L’Arca Felice, Salerno, 2015) nello stesso anno ha pubblicato anche alcune poesie in “Quadernario” (a cura di M. Cucchi, LietoColle, Como, 2015).

 

 

 

“The Most Natural Thing” New American Poetry di David Keplinger e Mario Pera

WP_20151101_007Viaggio infernale e catarsi “The Most Natural Thing (New American Poetry) nasce dal confronto  fra due voci poetiche, quella di David Keplinger e di Mario Pera, tutti e due inediti in Italia. Selezionati in maniera scrupolosa da Alberto Pellegatta, che con eleganza e sapienza introduce e traduce il volume. Come sempre i libri EDB della “Collana di ricerca” sono accompagnati da schizzi e disegni di artisti, in questo caso dall’ipnotico lavoro di Massimo Dagnino che crea una chiara aderenza fra poesia e immagine. Si parte con le prose poetiche di David Keplinger, statunitense, classe 1968. Keplinger risulta un lavoratore di interni/esterni. Sbilanciato costantemente nella descrizione. L’abisso è vicino a noi, è anemico e calcolatore, si introduce attraverso orpelli e attimi di disgrazia: “Non ricordo. Ciò che chiamiamo “dolore” è una semplice perdita di memoria”. Con una chiarezza ai limiti della confessione David Keplinger continua in discesa libera la fedele ed eccellente tradizione americana delle prose poetiche, si pensi ai testi di Charles Simic  in “Il mondo non finisce” o nell’ultimo Mark Strand di “Quasi invisibile”. Il vero annullamento è scrivere di sé, affermare la propria esistenza. Svolgere il lavoro, addentrarsi nel regno delle cose con distensione e assedio, è questo il lavoro metodico di Keplinger. Manifestare la propria visione, irradiare l’anonimato e la sua abbondanza di vita: “Sono stato un campagnolo tutta la vita,/ spezzo il pane con le mani, mangio troppo veloce. Prego in fretta a tavola. Nell’inquadratura prima del suo annegamento, l’universo è lento ,e io voglio essere veloce”. Non viviamo per la salvezza, tutto questo è molto chiaro. La scrittura fredda di Keplinger ci ricorda che amare il reale è vedere anche l’abisso che ci sta dietro, la sua esatta corrispondenza/somiglianza. Niente si limita in queste parole, così vertiginose e asciutte, modellate su sviluppi poetici ampi che di riflesso ci chiedono un sano ed evidente distacco da ogni cosa, che ci porti una volta per tutte a quello che c’è sempre stato ma che non si è mai visto: “Abbiamo mangiato la carpa, mentre le candele si affievolivano. Sul tavolo c’era un orologio, un fazzoletto bianco. Sul pavimento stava distesa una bambola, gli occhi mezzi aperti, come i suoi, come i miei, con le sopracciglia dipinte e sollevate”. Altro discorso è la poetica di Mario Pera, peruviano classe 1981. Pera fa della sua poesia uno strumento surreale dalla forte carica espressiva. Rivoluzionario, assassino del potere imposto da Stato, Famiglia e Chiesa. I Viceré sono impostori. Dio è iscritto nella sua propensione di personaggio letterario, è snaturato e goliardico: “Dio/devo osservarlo per iscritto,/ per quanto dritto stia il mio collo,/sono ancora basso”. Dissacratorio e carico di invettive, il lavoro di Mario Pera collassa in aperture laviche che appartengono a una carica d’energia che si rigenera costantemente. In queste pagine il lavoro è sulla lingua, sulla sua densità e fluidità. Non si accenna a nessuna caduta di stile. La materia umana è toccata, studiata e fatta sfiorire come miracolata dal caso: “…un adoratore egocentrico/ la lebbra al culo della mia famiglia/ il rosario di mia madre/ che brucia sotto al mio cuscino/ e tutte le croci/ calano dalla mia nuca disorientate/ mentre ascolto cadere le preghiere in un sacco rotto/ e nel mio sogno più calmo/ vedo che Lima brucia, la mia famiglia brucia/ questa poesia tra le tue mani/brucia…” Come termini di paragone si potrebbe parlare del grande Leopoldo Maria Panero o di un giovane poeta come Francesco Maria Tipaldi. La parola per Mario Pera deve sconvolgere, esorcizzare le paure: “Così ho masticato per anni la mia pazienza/ (in silenzio contrito)/ i miei pletorici animi per ringalluzzirmi/ e la cremazione inclemente/ del mio offertorio”. Profanatore di culti e ideatore di nuove promesse, questo poeta usa strumenti eccellenti per arrivare a spiegare che ogni fatto resta nei particolari e in nessun altro modo può essere spiegato, come la peggiore delle offerte: “Quel rovescio si è fatto indelebile/ e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere/ un blocco in più della piazzetta o/ l’ignorato dettaglio/ dove cagano i piccioni”.

                                                                                                                              Luca Minola

David Keplinger

Sleepwalking

As I reveal myself to the world, the world will
be revealed to me. My father used to sleepwalk,
hammering invisible nails into the walls of the
house. Then his invisible hammer would land on
his thumb. He held the skin, it beat with pain. To
wake him up, I’d have to learn to speak in signs,
practice the agony’s grammar. I’d gently take the
hammer from his hands. Waking he would see
there was no hammer, no nail. No thumb. No
skin. No sleeping. No waking. No need of saving.

Sonnambulismo

Quando mi rivelerò al mondo, il mondo mi sarà
rivelato. Mio padre è sempre stato sonnambulo,
martellava chiodi invisibili nelle pareti di casa. Poi
il martello invisibile si abbatteva sul suo pollice.
Stringeva la pelle, che pulsava di dolore. Per svegliarlo,
ho dovuto imparare a parlare con i segni,
allenare la grammatica della sofferenza. Prendevo
con gentilezza il martello dalle sue mani. Svegliandosi
vedeva che non c’era nessun martello,
nessun chiodo. Nessun pollice. Nessuna pelle.
Nessun sonno. Nessun risveglio. Nessun bisogno
di salvezza.

 

Mario Pera

 

Brecht entre clavellinas

Sentado y con las manos sucias
pensó que era un viejo estúpido
una más de quella lozas de mármol de la plaza
que pudieron ser talladas con mejor arte para lograr un
David
una Venus
u otra diosa de senos sutiles
y nalgas abultadas
pero algún momento su destino sufrió un desvío
su divinidad tropezó en el pico del cincel
y con cada crujido su piel fue burilada
como un tótem incapaz de profanar su propio culto.
Aquel revés se hizo indeleble
y con el paso del tiempo tuvo que conformarse con ser
un bloque más de la plazuela o
el ignorado detalle
donde cagan las palomas.

 

Brecht tra i garofani selvatici

Seduto e con le mani sporche
pensò che fosse un vecchio stupido
una in più di quelle lastre di marmo della piazza
che avrebbero potuto essere tagliate meglio per ottenere un
David
una Venere
o un’altra dea dai seni piccoli
e dalle natiche abbondanti
ma a un certo punto il suo destino ha subìto una deviazione
la divinità è inciampata nella punta di uno scalpello
e con molti crepiti la pelle è stata bulinata
come un totem incapace di profanare il proprio culto.
Quel rovescio si è fatto indelebile
e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere
un blocco in più della piazzetta o
l’ignorato dettaglio
dove cagano i piccioni.

 

 

Note biografiche.

David Keplinger è nato a Washington nel 1968, è autore di quattro libri di poesie: The Rose Inside (1999, Premio T.S.Eliot), The Clearing (2005), The Prayers of Others (2006, Colorado Book Award) e The Most Natural Thing (2011). Perfezionato nella prosa poetica, ha ricevuto importanti riconoscimenti dal Pennsylvania Council of Arts e dalla Soros Foundation. Ha diretto il programma di scrittura letteraria dell’Università del Colorado e attualmente dirige il Master of Fine Art dell’American University di Washington DC.

Mario Pera è nato a Lima, in Perù, nel 1981, dove si è laureato in Legge. Ha pubblicato i libri di poesia Preparazioni anatomiche (2009) e Rumore bianco (2011), ma anche il saggio Fare l’America or Learn to Live in It? Italian Immigration in Peru (Università di Tolosa 2012). È fondatore della piattaforma letteraria «Vallejo & Co». Le origini liguri del padre spiegano in parte il liturgico avvicinamento alla cultura europea e le infiorescenze cristologiche.

“Persone” di Giampiero Neri.

neriParlare di Giampiero Neri è parlare di un esempio umano e poetico: di un vero maestro. Si conoscono, ormai molto bene, le caratteristiche e la reale sintesi della poesia di Neri, poeta imprescindibile degli ultimi quarant’anni di poesia italiana, autore del bellissimo “Teatro naturale”. In questi mesi è uscita la plaquette “Persone”, per le curatissime “Edizioni L’arca Felice”, con all’interno delle “prose” che aggiungono e completano il suo ultimo libro “Il professor Fumagalli e altre figure”. Negli elaborati si traccia il fortissimo binomio uomini- animali, dove si sottolinea la relazione a volte inaccessibile, altre estremamente reale e dura di una “madre natura” che incarna la realtà e la dissolvenza del mondo. La plaquette è anche impreziosita dalla copertina e dai disegni di Massimo Dagnino, lucido e spietato nelle sue raffigurazioni. “Persone” è un tassello, l’ennesimo incrocio di personaggi, che riflettono la personalità estremamente in ombra e decisa, di Giampiero Neri stesso.

                                                                                                                              Luca Minola

 

Massimo Dagnino, Nell’occhio del volatile, matita su carta, 2014

 

*

Dalla figura, schiacciata sul marciapiede come stampata, doveva essere una cavalletta della specie comune da noi, ma molto più grande, di proporzioni fuori dell’ordinario.
Forse trasportata su qualche nuvola da un vento più forte, da una tempesta, come quella sabbia rossa del deserto, arrivata fin qui.
L’avevo portata a casa come un trofeo di esotismo e l’avevo messa sotto vetro.
Poco tempo dopo ne avevo visto un’altra, di proporzioni anche maggiori, e viva questa volta.
L’avevo stuzzicata con la mano e sentito il duro delle sue membrane e delle sue zampe potenti. Lei aveva spiccato un grande volo.
Avrei voluto raggiungerla ma era sparita fra le macchine in sosta.

 

*

Alcune poesie di Paolo Universo, poeta triestino venuto recentemente a mancare, erano apparse nel 1972, sul primo numero dell’Almanacco dello specchio, di Mondadori.
A pubblicarle, su giudizio favorevole di Sereni ma sulle prime alquanto oscillante (“passavano i  mesi ” scriveva Universo in una sua poesia “ma tu, Sereni, col cavolo che mi rispondevi”), si era deciso lo stesso Sereni.
Le poesie d Universo era difficile ignorarle. Molto della sua personalità scontrosa e anticonformista era presente nei suoi scritti, come le sue graffianti invettive.
A opera di amici triestini, queste poesie tornano a formare un nuovo libro, che ha per titolo Delenda Trieste.
Trieste, come si sa, è una delle città più belle del mondo, ma i suoi abitanti  amano lapidarla.

 

*

…la Natura, il brutto poter che ascoso

a comun danno impera…

Giacomo Leopardi

 

Ci sono molti modi di guardare alla Natura e forse il più diffuso è quello di attribuirle il ruolo di Madre.
Madre Natura, si dice generalmente, come luogo comune.
Le ragioni non mancano, ma ce ne sono almeno altrettante che lo negano.
Se il colore giallo e nero protegge la specie aggressiva nel suo aspetto mimetico, dall’altro segnala la pericolosità della sua presenza e mette in allarme.
Si ha dunque una doppia azione ma di segno opposto.
Il comportamento della Natura sembra piuttosto molto simile all’Apollo del maestro di Olimpia. Assiste imperturbabile alla battaglia e non parteggia né per i vincitori né per i vinti.

 

*

Non lascia indifferenti l’incontro dei grandi felini, che riposano in apparenza a pochi passi dalle auto in sosta. Qualcosa si è oltrepassato, che non è soltanto un confine naturale.
Rimane ben poco del loro posto regale e di loro stessi, umiliati dal contatto con le macchine.
Sembrano un giocattolo rotto, che è stato smontato e non è possibile ricostruire.

 

 

Massimo Dagnino, Ritratto di bordo, matita su fotocopia e carta nautica, 2014

 

 

 

Nota biografica.

GNeri-184x280Giampiero Neri è nato a Erba il 7 aprile 1927, vive a Milano. Ha pubblicato: L’aspetto occidentale del vestito, Guanda, Parma, 1976; Liceo, Guanda, Parma, 1986; Dallo stesso luogo, Coliseum, Milano, 1992; confluite in Teatro naturale, Mondadori, Milano, 1998; Erbario con figure, LietoColle, Como, 2000; Finale, Dialogolibri, Olgiate Comasco, 2002;  quest’ultime due plaquette rifluite in Armi e mestieri, Mondadori, Milano, 2004; Paesaggi inospiti, Mondadori, Milano, 2009, (Premio Alfonso Gatto), Il professor Fumagalli e  altre figure, Mondadori, Milano, 2012, (Premio Maconi, 2013).