“Voce interrotta” di Mauro Germani.

arton261“Voce interrotta” di Mauro Germani si presenta come un’opera a più voci, realizzata fra i fantasmi e le orme del silenzio dell’autore. Pubblicata dall’editore Italic Pequod, nella sua veste sintetica e affinata, è un’opera ragionata, percorsa al suo interno da una scansione continua di testi, intervallati solo da brevi cambi di sezione, che pronunciano la lettura di questi versi, rendendoli trascendenti e in cerca di assoluto. Le poesie di Germani risultano schegge ferme percorse da brividi di buio interiore: “Sono tornate le voci/ e dicono fai presto/ fai presto tu che non credi/ ai mattini, conta ogni/ molecola, ogni supplica/ nella paralisi del buio,/ qui/ al centro del petto,/ adesso che sei nostro/ e ci ami,/ ci ami ancora/ come un bambino”. La soglia che oltrepassa la voce di Mauro Germani infonde la resa innocente di un pericolo ininterrotto, di un perduto alfabeto che può dare la chiave di lettura per questo percorso al buio, in una chiara terminazione del dolore. Inadatto al compromesso, Germani celebra con “Voce interrotta” una delle sue prove più energiche, votata alla lezione dolorosa, a una vita mortale che rifugge la salvezza: “perduto nelle differenze,/ nei salti d’alfabeto o/ nei sentieri tra l’erba,/ solo/ come tutti e nessuno/ senza la mia origine/ senza il mio vuoto/ di carne e d’ossa/ nelle sere dimenticate/ nell’alba,/ viandante di questa/ terra estrema,/ di questo incerto/ morire”.

                                                                                                                              Luca Minola

“La bestia viziata” di Federica Gullotta.

federica-gullotta-la-bestia-viziata-copertinapiattaFederica Gullotta ha venticinque anni. È persona di letture classiche, è evidente dal suo canto, versi dal climax agreste, in originale equilibrio tra la soavità bucolica e la spietatezza leopardiana. Se un merito va a questa giovane autrice, è la capacità del rischio, prevedendo i colpi bassi dell’enfasi, ma anche le risalite grazie a un pensiero piuttosto lucido. La Natura, infatti, sa fare dono di sé, per quei pochi che riescono a percepirla, e nel suo furore rimane sempre la star. Gullotta sa gestirla con un linguaggio controllato, anche nei suoi vertici retorici, talvolta sporcato fino a un’ordinarietà disturbante, più spesso capace di mescolare respiro lirico e pensiero filosofico, in due parole: un linguaggio inventato. La Natura è la diva, questo è certo, ma una diva antropomorfizzata: La pianta ha i suoi muscoli, / la sua carne, ed anche le sue ossa / e i nervi. Perché in fondo sta qui la metafora, una Natura che tenta di rappresentare un ideale umano: libero, per intenderci. Una Natura libera come dovrebbe essere libero l’uomo. La sottotraccia della silloge, il fil rouge, è una sorta di anarchia che se si evidenzia in modo manifesto esclusivamente negli effetti di alberi, terra e animali, non rinuncia a porsi come modello. Non a caso un altro elemento di poetica è la possibilità di recidere i legami affettivi. Tema utopico, inevitabilmente legato a certi afflati di gioventù, impossibile da praticare, nonostante la chimera della libertà. Ma d’altra parte è compito della poesia puntare eccessivamente in alto, perché i frutti raccolti siano almeno al cinquanta per cento. E della poesia è compito destabilizzare, smottare e inquietare a iniziare dal soggetto scrivente: “La scrittura come malattia cronica”, recita un titolo della silloge. Libertà significa anche consapevolezza di schiavitù, cognizione tanto più colpevole se viene ignorata: Il liquido amniotico del / sapere, fa nascere / servi ubriachi. Un eccesso di coscienza può condurre alla rovina, nulla si può senza il compromesso, la moderazione vince in ogni campo, fuorché in quello dell’arte. Gullotta non è una dissidente infervorata, non ha alcun tormento politico o sofferente afflato civile, benché sia difficile non legare un’idea di “impegno” a ogni verso che chiunque scriva. Ma come nella migliore tradizione: l’obbligo di un’artista sta nel rintracciare, ideare ed evocare la bellezza. E la vitalità. Il desiderio di vita. La sua è una lingua tesa a questo scopo, al punto di rianimare oggetti inorganici, capovolgere prospettive, dominare la lingua in uno straniamento personalissimo, lì dove se Tutti conosciamo le palafitte urbane / aggiustate sui supermercati, ben pochi sanno le tenere anarchie / dei mattoni, e le umidità paterne /da stendere coi palmi. Una vitalità che nella memoria di qualche onirica perfezione ha fatto in modo che la vita si concentrasse / ed esplodesse in un solo punto. C’è una decisa sensibilità al linguaggio, soprattutto nelle possibilità sinestetiche e ossimoriche.
Federica Gullotta rientra sicuramente nel novero di una poesia visionaria, ma di una visionarietà calibrata nella creatività del contrasto: orfica, ma lucida. Lirica, ma contemporanea. Da Archiloco a Rimbaud, da Rimbaud a De Angelis, autori che per un momento potremmo immaginare dentro il suo impianto poetico, ma implosi in una lingua infedele alle fotocopie epigonali, ancora in cerca di un’inimmaginabile alternativa, priva di una definibile cittadinanza.

                                                                                                              Mary Barbara Tolusso

 

 

*

Le prime terre dal basso

I.

Oh, è terribile è terribile

questa luce

che penetra nel cuore

abominio della sete d’oggi.

 

Non lasciare non lasciare

che la calma si unisca

ai campi di mais.

 

Ogni tramonto è cannibale e parricida.

 

Rallenta la biglia del buio.

Piccolo fauno.

La notte non vale

tempo, la campagna

ti possiede nuovamente.

Le volte a spirale rivendicano

la loro puntata.

Lascia il tuo piede a loro,

e lascia gli occhi

all’erba medica che fa

fiori così belli.

 

Selvaggia natura verde

ristorati nella villeggiatura

dei corvi sui canali:

non esiste chi ti meriti

di più.

 

Aspetta la vespa, rassicurati

nel ronzìo della vespa:

avere il male,

e non doverlo

temere.

 

Piangere le stelle,

invitarle a sé.

 

 

*

Tutte le madri iniziano presto

Tutte le madri iniziano presto

a spaventare i loro bambini, mostrando

bellezze dal precipizio e distraendo

le viole, e hanno strani modi per favorire

scomposte visioni di colore.

 

E tutti i bambini, presto,

iniziano ad annodarsi il collo,

a indossare scarpe slegate,

a contare le aurore imminenti.

 

 

*

La bestia viziata

Come animale sento –

e come sento odoro –

e odoro quello che penso –

come animale un tempo, mi adoravano

tutte le mani e tutti i respiri

di freccia in furia

tra gli alberi sonori

 

Come animale spacco –

e come spacco celo –

e celo quello che penso –

un tempo, orgogliosa come un

palo fulminato, e risoluta,

scortecciata, piena di umori

riavvicinai la terra scoperta

e lunga

Nota su “Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone.

tacere“Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone, poema uscito un paio di anni fa per le raffinate edizioni “Coup d’Idée”, Edizioni d’arte di Enrica Dorna, ripropone ai lettori l’interesse di questo autore per le forme lunghe in poesia. Già in passato, vista la decennale carriera, Cagnone si era cimentato in poemetti come “Vaticinio”, poi incluso nel volume complessivo “Armi senza insegne”, o come “Il popolo delle cose”, che in qualche modo rappresentano i due esempi più lampanti della bravura di questo poeta nell’affrontare i progetti lunghi e intricati. Estremo nel suo bisogno di precisione, Cagnone snoda e articola “Tacere fra gli alberi” nel risveglio di un linguaggio, nell’essenziale sentimento del riavvicinamento alle cose: “ Ecco,/ uno di noi, tra cose/ di lunga ombra”. In quello che non si può comprendere, nell’inestricabile tace qualcosa, la nostra funzione si misura con questa incapacità, con questa chiarezza strisciante: “Ne l’aperto, ora,/ nel folto, nel diramarsi/ dell’inestricabile,/ ovunque ebbe principio/ un atto di luce. E’ il tempo/ in cui si ascolta e divora,/ non si tace, è il vocabolario/ dell’estate, la solidarietà/ del mondo conosciuto”. Quello che si nasconde all’interno del poema è il lascito, l’allarme procurato da un quotidiano frammentario e inospitale, celebrato nell’individuazione di espressioni essenziali e pulite. Nel significato delle parole c’è la riluttanza delle azioni, dei contenuti del mondo schiavi della degenerazione: “Riluttanza nel tenere/nel lasciare. Vorresti,/ un indulgente epilogo,/ un cenno solamente,/ che si contenti/ di mormorare dubbi –sai,/ sfiorare la tesa del cappello/ mentre muovi altro tempo/ per la via. Nessuna via,/ è il secchio in fondo al pozzo/ l’uscio chiuso della dispensa/ la fermezza del mondo/ dopo un temporale”. I frutti maturi degli anni, la presa di coscienza di un profondo risveglio interiore che può partire dall’andatura di ogni età e luogo, vuole essere pretesa di sé nelle cose, nella fase espressiva della trasparenza: “Ho trascurato la fragilità,/ l’inesperienza, l’acqua/ poche gocce, inosservate/ in crepe fenditure/ nel vaso delle mani,/ e quel passo stretto/ tra cosa e cosa”. I lati della vertigine celano i ricordi, i sentimenti malati proibiscono la resa, meglio unirsi alle piogge, ai margini della pagina scritta, ai margini della polvere del tempo, questo sembra riportare l’autore alla sua più oscena verità. La guerra fondamentale nella trama di questa poesia è la meraviglia dell’accaduto, la riflessione sottile e invincibile che porta l’ombra: “ Una rivelazione d’ombre/ fece di quei volti una spina,/ un insepolto addio-/ porte troppo sottili/ alle mie chiuse stanze”. Il racconto commosso di “Tacere fra gli alberi” porta tutta la riluttanza di Cagnone verso la legittimità della disobbedienza, dell’involontario argomento per cui resistere e vivere: “ Non volevo/venire, non volevo/ che un vento,/ una resurrezione”. Intessuto di asprezza e dialogo verso il lettore, “Tacere fra gli alberi” diventa argomento e costellazione, dalle viscere allo spazio percorso nel paesaggio, limiti sono il tempo e la certezza: “Questo, per me,/ l’esordio-epilogo,/ l’unico azzurro,/ il pregio del richiamo”. Questo richiamo si condensa, è un eco inaspettato che circonda, che riporta il silenzio alla sua forma scritta: “Sì, tacere fra gli alberi”.

                                                                                                                              Luca Minola

Nota biografica.

“Darwiniana” di Igor De Marchi.

igor-de-marchi-darwinianaIl nuovo libro di Igor De Marchi, “Darwiniana” (Amos, Venezia 2015), uscito a dodici anni da “Resoconto su reddito e salute”, conferma l’approccio ironico dell’autore: «Troppo intellettuale e idealista per fare l’imprenditore artigiano, troppo poco intellettuale e idealista per fare lo scrittore. Troppo pratico e decisionista per essere poeta tra poeti, troppo poco pratico e decisionista per fare affari con clienti e fornitori. Una via di mezzo: una specie che non serve a niente, che non si mostra e non si fa conoscere. Non c’è profitto, non c’è utilità, non una spiegazione. Solo un’insana e incomprensibile resa all’estinzione?//E ora alza il culo dalla sedia e lascia qui le carte, lasciale sul tavolo e vattene fuori. Se non per gli altri, fallo per te: dimostra come non sei un agnello e non sei uno squalo». De Marchi, pur preferendo una pronuncia piana e raffreddata, non rinuncia alla fantasia: «Un altro sogno fatto di notte:/acque torbide immote,/un leone marino che corre/dietro a un bassotto/a bordo strada sul terrapieno/in fila indiana». E passa dalla brevità di liriche come “Le ragazze sul campo da tennis” o “Vedere lontano” a testi più poematici come “L’ultimo uomo sulla luna” o “Un’amata descrizione”. Una scrittura, quella del poeta veneto, che riposa sotto un «cielo azzurro/fomentatore e neutrale», «chiaro acidato», tra «foglie luminose e senza denti» e «tra le coperte/come un fedele animale domestico».

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

ELEMENTARE

Gli altri bambini mentono sempre
hanno le case più grandi,
le macchine più veloci,
le mamme più belle
i papà più forti e più simpatici,
fanno vacanze in posti da sogno,
ricevono regali fantastici
per il compleanno,
e il cinque di dicembre San Nicolò
passa a mangiare e bere da loro
latte caldo, biscotti e pandoro.

Li guardavo in faccia senza il coraggio
di smascherarli
mentre mentivano
e tutto era vero, e io dalla mia
avevo solo fantasie.

Il pomeriggio stuzzicavo il gatto,
invidiando i suoi occhi
esperti di giungla,
per avere i suoi graffi,
gli chiedevo con foga cieca
di cavarmi fuori il sangue.
Così il giorno dopo a scuola
potevo raccontare
com’ero caduto da cavallo tra i rovi,
com’ero precipitato col deltaplano,
come mi ero sporto troppo
dentro la gabbia della tigre.

 

 

LA MADRE

La madre spera solo
che il figlio non si droghi,
che stia in salute e il lavoro non manchi,
che sia felice e possa avere
quello che non ha avuto lei,
vedere il mondo giovane
franco della povertà, insomma
una moglie, poi i figli di una vita
normale, le solite cose.
Era così difficile?

Quanto mi vergogno, e quante
volte non mi sono addormentato
con il naso tappato piangendo
chiedendo scusa a mia madre
in silenzio in un’altra città
addormentata dalla fatica,
di essere alla fine un infelice.

 

 

RESIDENCE ORCHIDEA

Abitare edifici
annaffiando piante tropicali
in vaso, olivi in giardino,
rari esemplari di vegetazione
campestre e pedemontana.
Popolare terrazzi di stendini
orientando parabole
per privati lucenti
televisori lcd,
e le parole freddine la sera
d’estate coi vicini.

Scavare fosse
allargare fosse
e seppellirvi fondamenta.
Poi germogliano i debiti
ogni fine del mese incontenibili
come liane, bellissimi fiori
infestanti e carnivori.

 

 

Nota Biografica.

190cc8_75e40b3efefc4538a8727c1c28e3603eIgor De Marchi è nato a Vittorio Veneto, dove vive e lavora come artigiano, nel 1971. Ha esordito nel 1996 pubblicando La terra del fuoco (Campanotto, Udine), seguito nel 2003 da Resoconto su reddito e salute (Nuovadimensione, Portogruaro), con la prefazione di Umberto Fiori. Sue poesie sono raccolte nelle antologie L’Opera Comune (Atelier, Borgomanero 1999) e Transiti (Amos Edizioni, Venezia 2001). Dopodiché pubblica solo stampando in proprio due plaquette fuori commercio in tiratura limitata di 48 copie per gli amici: la prima Fortune nel giugno del 2007, la seconda Tropico Fantasma nell’ agosto del 2008. L’ultimo libro  Darwiniana (Amos Edizioni, Venezia) è del 2015.

“Una stirpe incognita” di Fernando Pessoa.

14958449_10211319953895427_830941579_n« Non so cosa mi porterà il domani», questa è la frase che Fernando Pessoa annota sul letto di morte. Questa è la frase che chiude un’intera vita, se per questo autore di interezza si può parlare. Il suo valore in riferimento a chi l’ha scritta è retroattivo: Pessoa ha sempre vissuto all’insegna della possibilità, perché è riuscito a vivere al di fuori del controllo di se stesso moltiplicandosi in altre persone, in altri pensieri in altre scritture. Con i suoi eteronimi, come direbbe Baudelaire è «vissuto e dolorato in altri che in me».
Conferma questa sterminata galassia l’ultimo volume edito dalla casa editrice milanese Edb (2016), per la collana “Poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta, “Una stirpe incognita”, a cura di Antonio Cardiello, con i disegni di Massimo Dagnino. Una scelta di tredici testi, di cui dieci assolutamente inediti e due tradotti per la prima volta in italiano. Seguendo la poliedricità del poeta portoghese la scelta spazia tra alcune liriche, che abbracciano più di vent’anni di vita, pezzi filosofici, di argomento religioso e sarcastiche considerazioni sul beneficio del «miglioramento e l’organizzazione del sistema ferroviario» in Italia, e sulla modernità tutta.
Così come quell’ultima frase ha valore per tutta la vita di Pessoa e di apertura verso il futuro, in una di queste prose la voce di «JC» (con la solita tagliente ironia dell’autore) tocca il motivo della posterità: «molti parleranno di me come se io fossi un determinato uomo in un determinato luogo e soggetto a un determinato modo di essere. Altri parleranno di me come se io non fossi mai esistito». Ma la posterità si rivela fittizia, soggetta all’arbitrio di chi verrà dopo, poco importante poiché anche lei non può fuggire il destino unico delle cose e del mondo: «Alcuni mi chiameranno Dio, altri Uomo, altri ancora Nessuno. Ma io vi vengo a dire, nel caso vi interessi saperlo (potreste volerlo), che Dio e Uomo e Nessuno sono la stessa cosa, e che questa cosa sono io stesso». Una volontà, che sembrerebbe far vela verso il desiderio di sparire; Pessoa rimane tra noi come uno dei vertici della letteratura mondiale ma il suo progetto di sparizione appare pienamente riuscito. I suoi eteronimi lo hanno assimilato, ma come un’epoca assimila l’altra, come Alvaro de Campos asserisce: «Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette soltanto l’intelligenza che aveva di questa sensibilità. Riguardo all’emozione siamo noi; per quanto riguarda l’intelligenza ci disperde; così, mediante ciò che ci disperde che sopravviviamo». Rimane negli eteronimi solo l’intelligenza, il ricordo della forma che li ha generati. Come una «stirpe incognita» nutrono in loro una nuova emozione: nucleo originario che riceve ed espelle il mondo, i suoi stimoli, mischiandovisi. Di questa sparizione che contiene in sé la traccia dello sparito, Massimo Dagnino sembra aver fatto tesoro; con la tavola (e il suo “scarto”) che precedono la sezione del libro intitolata “eteronimi”. Il volto di una persona (un ragazzo, un uomo?) si forma sulle curve di livello e di profondità di una carta nautica, al limitare tra il mare e un pezzo di costa. All’altezza degli occhi un’apertura su un cielo siderale impedisce l’identificazione.

pessoaLa parte mancante, quella che specifica, permette il profilarsi della figura di un altro, che è lui stesso. L’effettivo si comporrà per «metonimia» più avanti, in un altro luogo; ad esempio nel suo libro d’artista, intitolato “Pessoa”; pubblicato contemporaneamente dalla stessa casa editrice. Un formato inusitato, che non risparmia la forma libro, nel quale l’autore affronta il poeta lusitano in un’altra prospettiva: attraverso il segno un alzato di quartiere diventa un molo da cui si irradiano temi pessoani. L’univerbazione immette elementi parassitari: il veliero tarlato da un insetto sbreccia la distanza geografica e temporale, ambienti, motivi e visioni si fondono in una metamorfosi continua; come il virare al verde rame del supporto usato per libro (un’eliocopia) che liquida i confini tra sfondo e “linea”; come il camaleonte, disegnato, cambia colore non per proteggersi, ma per «sentire tutto in tutte le maniere» direbbe ancora Campos.

                                                                                                                        Davide Cortese

img_6869-copia

Massimo Dagnino, Pessoa, matita su eliocopia, 2016.

Nota biografica.

220px-216_2310-fernando-pessoaFernando António Nogueira Pessoa è nato a Lisbona nel 1888, città nella quale è morto nel 1935.  E’ stato un poeta e scrittore portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese di tutti i tempi, e considerato uno dei poeti più importanti e rappresentativi del XX secolo. La sua opera è vastissima, dalla poesia alla prosa, all’aforisma. Uno dei suoi libri più belli tradotti in Italia è Poesie esoteriche uscito per l’editore Guanda tradotto da Francesco Zambon e Sogno un sogno di Dio.

“Sonetti Reali” di Jacopo Ricciardi.

*

Sul tetto dei mari tutta la gente
Va, mentre il sole nei giorni alto splende,
Sull’enorme pietra dura vivente,
Camminando ormai magri senza tende,

Nella pianura che a loro mai mente,
Verso la notte che nel mentre scende
Quando ancora là nulla si sente.
In un lager di luce si rapprende

L’umanità di oggi, lunga fuga
Di morti. Resto accanto alla città
Irrequieta, con nel piatto la lattuga,

Alla finestra la mia serietà,
Il vessillo rosso che al vento ruga
Il vuoto cittadino dell’Età.

 

*

«Ma aspetta, va bene il vento contrario,
Andando nell’ignoto di bolina…»
Fece il nonno una volta all’Argentario
Per gioco con la di sua Fornarina.

Ma aspetta, va bene il vento contrario,
Andando nell’ignoto di bolina,
Ma noi, tra i frangenti di marmo pario,
In una bruma che la barca brina,

Tenendo tu il timone e sul trapezio,
In un’azione congiunta di fermezza,
Io, non so perché abbiamo uno screzio,

E l’onda precorritrice carezza
Una paura quando io sogno Boezio,
E tu hai l’ombra dura di un’asprezza.

 

*

«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»
«Che bella giornata.» «Fumo e non rido.»
«Ti chiamo.» «Il mio pensiero non piace.»
«Sono una donna.» «Bronzi di Riace.»

«Il mare ti assomiglia.» «Sì, ma giura.»
«Terra di nessuno.» «Moda futura.»
«È digitale, guarda!» «Ho mal di testa.»
«Apro la finestra.» «È questa la cesta.»

«Sono malato.» «Mi piace sognarlo.»
«Questo è mio figlio.» «Di questo non parlo.»
«Olio sale pepe.» «È una radura.»

«È morto.» «Vivere tra queste mura.»
Ogni momento è un disallineato
Tempo con l’altro mai ancora nato.

 

*

Verranno a scalpellare i nostri volti,
Popoli lontani che sanno poco
Di noi, la voce e la lingua di molti,
Poi i corpi dall’ammasso spartifuoco

Dell’aria che resiste tra gli accolti.
Già ora il mondo perduto rinfoco
Come se fossimo tutti sepolti.
Solo di questo paese mi importa,

Della beltà sua costruita rara –
Colonna d’edera lunga e attorta.
Ma ora è vero il volto nella bara

Non più dipinto sai da mano accorta;
È una caldera a cui manca la gara.
Scendo, ma non sarà un’attesa corta.

 

*

Niente da dire o da mostrare, privo
Di storie e attori, ho solo conoscenze
Troppo vaghe per dirmi che capivo.
Ma ecco che guardo lì una fluorescenza

Lungo quell’argine ondoso e sorgivo
Che sorveglio da qui in convalescenza
Come sognando in me un quando vivo,
Un dove che sveglio con poca scienza.

Ma non è un gioco qui il candore avuto
Catatonico su un’efflorescenza;
L’infarto trattiene e tutto è caduto;

Guardo l’acqua e la sua effervescenza;
Quasi si attenua in petto lo starnuto
Teso dall’onda alta di coscienza.

 

 

Questi sonetti fanno parte del libro “Sonetti Reali” in uscita entro la fine del 2016 per “Rubbettino Editore” nella collana “Iride”.

 

Nota biografica.

img_20160907_203714Jacopo Ricciardi è nato nel 1976 a Roma dove vive e lavora. Ha curato dal 2001 al 2006 gli eventi culturali PlayOn per Aeroporti di Roma (ADR) e ha diretto la collana di letteratura e arte Libri Scheiwiller-PlayOn. Ha pubblicato diversi libri di poesia, Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Poesie della non morte (con cinque decostruttivi di Nicola Carrino; Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem Edizioni, 2004), Plastico (Il Melangolo, 2006), le plaquette Il macaco (Arca Felice, 2010), Mi preparo il tè come una tazza di sangue (Arca Felice, 2012), due romanzi Will (Campanotto, 1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008) e un testo dialogato Quinto pensiero (Il Melangolo, 2015). Suoi versi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi; Mondadori, 2004) e sull’Almanacco dello specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011), e sulle riviste L’immaginazione, Soglie, Resine, Levania e altre. Ha partecipato con sue poesie a due libri d’artista, Scultura (Exit Edizioni, 2002 – con Teodosio Magnoni), Scheggedellalba (Cento amici del libro, 2008 – con Pietro Cascella). Ha collaborato con Il Messaggero in una rubrica di letteratura a lui dedicata: Passeggiate romane. Ha al suo attivo diverse mostre personali tra cui Nella nebbia dell’esistente, Area 24 (Napoli, 2010), Materie senza segno, Lipanjepuntin (Roma, 2010), Dialoghi d’arte, L’originale (Milano, 2011), Paesaggio terrestre, Area24 (Napoli, 2015) e collettive tra cui Segnare / disegnare Accademia di San Luca (Roma, 2009), ADD Festival 2011, Macro (Roma, 2011), Una stanza tutta per sé. Visioni da Shakespeare, Casa dei Teatri (Roma, 2012), 90 artisti per una bandiera, Chiostri di San Domenico (Reggio Emilia, 2013), Accademia Militare (Modena, 2013), Vittoriano (Roma, 2013), Ex Arsenale Militare (Torino, 2014), Tribù, Area24 (Napoli, 2014). È stato pubblicato un catalogo del suo lavoro artistico: Jacopo Ricciardi, opere 2008-2014, a cura di Sandro Parmiggiani, Grafiche Step Editrice, 2015. Scrive di arte su Flash Art online e nella rubrica Narrazioni ad Arte sul sito Art a part of cult(ure).

da “Fumo” di Tiziano Rossi.

thumbnail_copertina fumo
Colloquio

Dialogare con trentanove bambini morti, affogati in un incidente di mare, non è semplice. Alcuni poi non vogliono parlare affatto: nei loro lineamenti mi sembra di leggere un muto biasimo nei confronti dei geni-tori, colpevoli di non avergli garantito una vita più sicura e lunga. Riesco però ad attaccare discorso con una piccola salma, che si esprime in maniera assai ragionevole. Purtroppo non trovo il tono giusto ed esordisco con un grossolano «Ma come diavolo è potuto accadere?». «Fatalità – mi risponde – mica tutti nascono fortunati, a me è toccato campare solo otto anni». «E quale sentimento provi ora?» (credo di aver imparato domande del genere dalla televisione). «Ho dei ricordi dai quattro anni in su, di cose me ne sono capitate tante. Penso che le memorie accumulate in quest’arco di tempo [accidenti, si esprime come un grande!] mi consoleranno a sufficienza». «Tra i bambini deceduti c’erano dei tuoi compagni?» «Si, molti; giocherò ancora con loro, anche se in maniera diversa». «In che senso?». «Siccome non abbiamo più i corpi, ci divertiamo inventando qualcosa di esclusivamente mentale». «Cioè?». «Per esempio ci raccontiamo storie, barzellette, aneddoti». «Pensi di rimanere in contatto con i viventi, in particolare con i tuoi?». «Dipende più da loro che da me, bisognerebbe che lavorassero di più con la testa: allora riusciremmo a scambiarci un po’ di notizie». «Vuoi che io gli porti i tuoi saluti?». «Grazie, so che sono angosciati, ma ci ritroveremo. È chiaro che dobbiamo tener duro, sia io che loro». Non mi sento all’altezza di questo bambino. Sono confuso e vado a interrogarne un altro.

massimo-dagnino%2c-s-olcese-stazione%2cmatita-su-carta-2012

Massimo Dagnino, S. Olcese- Stazione ferroviaria, matita su carta, 2012.

Nota biografica.

Tiziano-RossiTiziano Rossi, è nato a Milano nel 1935, dove vive. Ha pubblicato le raccolte Il cominciamondo (Argalia, 1963), La talpa imperfetta (Mondadori, 1968), Dallo sdrucciolare al rialzarsi (Guanda, 1976), Quasi costellazione (Società di poesia, 1982), Miele e no (Garzanti, 1988), Il  movimento dell’adagio (Garzanti, 1993), Pare che il paradiso (Garzanti, 1998), Gente di corsa (Garzanti, 2000), raccolte nel volume Tutte le poesie, 1963- 2000 (Garzanti, 2003). Ha pubblicato inoltre anche volumi di prose brevi: Cronaca perduta (Mondadori, 2006), Faccende laterali (Garzanti, 2009), Spigoli del sonno (Mursia, 2012), Qualcosa di strano (La Vita Felice, 2015). Ha curato con Ermanno Krumm l’antologia Poesia italiana del Novecento (Skira, 1995). E’ presente nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento curata da Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi (Oscar Mondadori).