“La bestia viziata” di Federica Gullotta.

federica-gullotta-la-bestia-viziata-copertinapiattaFederica Gullotta ha venticinque anni. È persona di letture classiche, è evidente dal suo canto, versi dal climax agreste, in originale equilibrio tra la soavità bucolica e la spietatezza leopardiana. Se un merito va a questa giovane autrice, è la capacità del rischio, prevedendo i colpi bassi dell’enfasi, ma anche le risalite grazie a un pensiero piuttosto lucido. La Natura, infatti, sa fare dono di sé, per quei pochi che riescono a percepirla, e nel suo furore rimane sempre la star. Gullotta sa gestirla con un linguaggio controllato, anche nei suoi vertici retorici, talvolta sporcato fino a un’ordinarietà disturbante, più spesso capace di mescolare respiro lirico e pensiero filosofico, in due parole: un linguaggio inventato. La Natura è la diva, questo è certo, ma una diva antropomorfizzata: La pianta ha i suoi muscoli, / la sua carne, ed anche le sue ossa / e i nervi. Perché in fondo sta qui la metafora, una Natura che tenta di rappresentare un ideale umano: libero, per intenderci. Una Natura libera come dovrebbe essere libero l’uomo. La sottotraccia della silloge, il fil rouge, è una sorta di anarchia che se si evidenzia in modo manifesto esclusivamente negli effetti di alberi, terra e animali, non rinuncia a porsi come modello. Non a caso un altro elemento di poetica è la possibilità di recidere i legami affettivi. Tema utopico, inevitabilmente legato a certi afflati di gioventù, impossibile da praticare, nonostante la chimera della libertà. Ma d’altra parte è compito della poesia puntare eccessivamente in alto, perché i frutti raccolti siano almeno al cinquanta per cento. E della poesia è compito destabilizzare, smottare e inquietare a iniziare dal soggetto scrivente: “La scrittura come malattia cronica”, recita un titolo della silloge. Libertà significa anche consapevolezza di schiavitù, cognizione tanto più colpevole se viene ignorata: Il liquido amniotico del / sapere, fa nascere / servi ubriachi. Un eccesso di coscienza può condurre alla rovina, nulla si può senza il compromesso, la moderazione vince in ogni campo, fuorché in quello dell’arte. Gullotta non è una dissidente infervorata, non ha alcun tormento politico o sofferente afflato civile, benché sia difficile non legare un’idea di “impegno” a ogni verso che chiunque scriva. Ma come nella migliore tradizione: l’obbligo di un’artista sta nel rintracciare, ideare ed evocare la bellezza. E la vitalità. Il desiderio di vita. La sua è una lingua tesa a questo scopo, al punto di rianimare oggetti inorganici, capovolgere prospettive, dominare la lingua in uno straniamento personalissimo, lì dove se Tutti conosciamo le palafitte urbane / aggiustate sui supermercati, ben pochi sanno le tenere anarchie / dei mattoni, e le umidità paterne /da stendere coi palmi. Una vitalità che nella memoria di qualche onirica perfezione ha fatto in modo che la vita si concentrasse / ed esplodesse in un solo punto. C’è una decisa sensibilità al linguaggio, soprattutto nelle possibilità sinestetiche e ossimoriche.
Federica Gullotta rientra sicuramente nel novero di una poesia visionaria, ma di una visionarietà calibrata nella creatività del contrasto: orfica, ma lucida. Lirica, ma contemporanea. Da Archiloco a Rimbaud, da Rimbaud a De Angelis, autori che per un momento potremmo immaginare dentro il suo impianto poetico, ma implosi in una lingua infedele alle fotocopie epigonali, ancora in cerca di un’inimmaginabile alternativa, priva di una definibile cittadinanza.

                                                                                                              Mary Barbara Tolusso

 

 

*

Le prime terre dal basso

I.

Oh, è terribile è terribile

questa luce

che penetra nel cuore

abominio della sete d’oggi.

 

Non lasciare non lasciare

che la calma si unisca

ai campi di mais.

 

Ogni tramonto è cannibale e parricida.

 

Rallenta la biglia del buio.

Piccolo fauno.

La notte non vale

tempo, la campagna

ti possiede nuovamente.

Le volte a spirale rivendicano

la loro puntata.

Lascia il tuo piede a loro,

e lascia gli occhi

all’erba medica che fa

fiori così belli.

 

Selvaggia natura verde

ristorati nella villeggiatura

dei corvi sui canali:

non esiste chi ti meriti

di più.

 

Aspetta la vespa, rassicurati

nel ronzìo della vespa:

avere il male,

e non doverlo

temere.

 

Piangere le stelle,

invitarle a sé.

 

 

*

Tutte le madri iniziano presto

Tutte le madri iniziano presto

a spaventare i loro bambini, mostrando

bellezze dal precipizio e distraendo

le viole, e hanno strani modi per favorire

scomposte visioni di colore.

 

E tutti i bambini, presto,

iniziano ad annodarsi il collo,

a indossare scarpe slegate,

a contare le aurore imminenti.

 

 

*

La bestia viziata

Come animale sento –

e come sento odoro –

e odoro quello che penso –

come animale un tempo, mi adoravano

tutte le mani e tutti i respiri

di freccia in furia

tra gli alberi sonori

 

Come animale spacco –

e come spacco celo –

e celo quello che penso –

un tempo, orgogliosa come un

palo fulminato, e risoluta,

scortecciata, piena di umori

riavvicinai la terra scoperta

e lunga

“C’è Nunzia in cortile” di Marco Pelliccioli.

Marco-Pelliccioli-Cè-Nunzia-in-cortile-copertinapiattaPer parlare  di Marco Pelliccioli e del suo ultimo libro di poesie “C’è Nunzia in cortile”, si può partire da alcune frasi scritte nell’introduzione a firma di Maurizio Cucchi: “C’è una potenza, anche sinistra, anche violenta, che si esprime con saggia pacatezza…” e ancora “la poesia di Marco Pelliccioli porta sulla scena un gran numero di personaggi, una vera e propria folla…” La vena espressiva di Pelliccioli parte dal racconto, dalla quotidianità, da personaggi pacati e sfiniti. “C’è Nunzia in cortile” raccoglie i paesaggi a volte anonimi a volte pieni di vita di cortili e interi quartieri, dove le strade si snodano senza nessuna prospettiva inseguendo le gioie e i drammi nascosti in ogni angolo. Marco Pelliccioli nella sua poesia fa una scelta, reale e precisa, sceglie di raccontare in versi, attraverso la ruvidità della vita, lo spazio esistenziale degli umili, di migranti ed emarginati: “Straccia la ginestra/ sotto i sandali sgualciti:/ brucia la casa nel campo di confino/ scompare in lapilli sempre più lontani/ nel cielo che crolla…”.

                                                                                                                              Luca Minola

Terra

Naufragato nella periferia
un pescatore, i piedi mutilati,
mi indica un cortile, la bicicletta
al casolare diroccato: qualcuno si impiccò…

 

 

C’é Nunzia in cortile

C’è Nunzia in cortile,
con le mani lacerate, il bastone appeso al muro
l’acqua versata sulle ortensie.
Sembrano la terra le sue rughe rammendate:
boccioli di rosa appena pronunciati
grazia che splende alla fontana.

 

 

Quando mi prendi la mano

Quando mi prendi la mano
in via del Conventino
una palla rossa scende nei cortili
scorre tra limoni e praterie di girasoli
girandole, boccioli, lenzuola
appese dai balconi.
Poi il binario azzurro
smemora in un fischio
il treno per Lambrate.

 

Gli gnocchi

Con la pasta e le uova tra le mani
facevi rifiorire la mia infanzia…

Angiolina, a tagliare cento gnocchi,
le mani storte ai lavatoi, gli spari nel cortile,
a crescere tre figli nella Storia
quando le stelle decrepite dal tetto
nutrivano nel letto
la fame e il ricordo
di un padre morto ieri.

Oggi ci sei tu a donare questo seme:
un girasole dai sepolcri
fioriti in lettere d’amore
nel cielo.

 

Nota biografica.

12164893_10153604099000912_2043353301_oMarco Pelliccioli è nato a Seriate (Bg) il 25 novembre 1982. Per la poesia ha pubblicato Vapore metropolitano (Albatros, 2009), terzo classificato al Premio Mario Pannunzio di Torino 2009; C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014), finalista al Premio internazionale di letteratura Città di Como, al Premio Mauro Maconi e vincitore del Premio Albero Andronico di Roma 2015. Per la narrativa ha pubblicato A due passi dal treno (Eclissi, 2015) romanzo segnalato dal Premio Italo Calvino 2014. Per la saggistica ha pubblicato Un dandy a teatro. Oscar Wilde e Woody Allen (MEF, 2008). Ha scritto La Patirazza, raccolta di poesia vincitrice del Premio Inedito Colline di Torino 2015. Ho catturato Coppulone!, sceneggiatura cinematografica con menzione speciale al Premio Inedito Colline di Torino 2014. In amore non si bara, atto unico teatrale finalista al Premio Inedito Colline di Torino 2010 e Schegge d’autore di Roma 2010. Suoi testi sono stati premiati e finalisti ai premi Lago Gerundo Europa e Cultura, Mario Soldati, Mario Pannunzio e sono apparsi in alcune antologie e riviste.

“Fratello poeta” di Giuseppe Piccoli.

downloadFratello poeta di Giuseppe Piccoli è un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza; uscito per l’editore LietoColle nel 2012, curato da Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena. Quest’opera rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo. Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera. Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta. Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in “Poesia Tre” Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più. Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti. In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”. La prima sezione di Fratello poeta è “Di certe presenze di tensione”, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola. Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente. “Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”. Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano. Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”. Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”. Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./  e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”. E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai. Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”. Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”. Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”. In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”. Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.” Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista “Poesia”, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”. C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta. La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica. “Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

                                                                                                                              Luca Minola

Questa recensione è già apparsa su Poetarum Silva il 30 Maggio 2013. La redazione ringrazia.

da “Di certe presenze di tensione”.

 

*

Baci. Ma nell’aria c’è una
malattia dell’Essere: la chiami
noia per ripetermi e quindi
evadere ogni possibilità di offesa.
La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,
c’è questa splendida facoltà di intesa.

 

*

Questa fonte che lava la mia veste
ora tu la conosci, la devi consacrare:
e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre
tu la devi svuotare nell’abisso:
in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia
tu saprai di te stessa, mi ricoglierai
quando avvertendo il passo sino al punto,
al primo attimo io colga una fossile conchiglia.
Tu traversando lo spazio che ti allegra
saprai di me, della natura umana.
Ed io che allora uscirò di terra
mi farò la mia tana e la mia vela.

 

*

Il viario e il viatico tra la sorgente
e la casa, non è strada gemella:
con due sole ali si sorprende allo sbocco
del tenue viale immaginario, il segno
e la risposta del cherubino incredibile
traverso tanti diversi assunti dell’opera,
sino all’albero matematico di Mondrian
che elargisce i suoi specchi nel minuto della ragione.

 

*

Perché la grazia sia verde,
e sia verde il contagio, avvicinati:
io spalmo di olio le tue mani.
E per andare lontano, più lungi,
sarò amante del dolore cristiano.

 

da “Foglie. Dodici poesie.”

 

*

Come fosti foglia
dell’azzurro e di me
ora sei foglia
che si assottiglia
levigata dal vento
che ti rovina
nelle stanze delle maschere
dove la porta è ferma
come tronco d’albero
e dentro la sua luce
è intera nera.

 

*

Osserva foglia muta
figlia della luna nascosta,
converti la foglia figlia
dell’albero che parla
in strumento
di un’antica rettorica
conosciuta sul sillabario
di un desueta
e ancora consueta infanzia:
sii simile a lei,
che si raccoglie presso il tuo nome
freddo e dorato
nel sepolcro che trasforma
la tua veste in spoglia.

 

da “Chiusa poesia della chiusa porta.”

 

*

Ma per chi non ha strada
c’è la caverna dove un muro infante
si rifugia chiamando il padrone:
non scesi con la lampada nell’antro
né vidi i morti fare all’amore,
né pensai a mia madre china al cucito
né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti.
Ma l’angelo che il fanciullo custodisce
era il mio seno nella casa segreta:
io ero la chiave e l’oltremondo
mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.

 

Nota biografica.

giuseppe20piccoli1Giuseppe Piccoli nasce a Verona il 5 Aprile del 1949. Diplomatosi all’Istituto magistrale, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Verona; nel frattempo insegna nelle scuole superiori. Inizia a scrivere giovanissimo poesie e recensioni, sia artistiche che letterarie, pubblicate su quotidiani locali e nazionali e su riviste di poesia, oltre che in volume: “Di certe presenze di tensione” volume antologico Poesia Tre, Guanda, Milano, 1981 e Foglie, nell’ Almanacco dello Specchio, n°11, 1983. Postumo, a cura di Arnaldo Ederle, è apparso il volume Chiusa porta della chiusa poesia, Bertani, Verona, 1987. Muore suicida nel 1987 nell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, dove era stato internato a seguito di un grave fatto di sangue.

 

Testi inediti di Clery Celeste.

11139731_10206064802449721_349334437_nClery Celeste ha esordito lo scorso anno con “La traccia delle vene” (Lietocolle, Pordenonelegge, 2014), una raccolta che si denuncia fin dal titolo nella sua volontà materica, il corpo, di cui si può seguire un’eventuale traccia. Di formazione scientifica (è radiologa), l’autrice ci restituisce una sorta di organismo non dominabile, stretto dalla morsa di precisi confini biologici: un dentro e un fuori la cui mescolanza fa decadere qualsiasi perfezione identitaria. Lo confermano questi testi inediti, lì dove anche la semplice gestualità del corpo può tradurre una sconfitta. Un’analisi che sa alimentarsi di immagini evocative, per nulla retoriche, con uno stile piano e colloquiale, declinato ai bisturi della parola. Se tuttavia Celeste non concede alcun cedimento a un artificioso senso di pietà, nessuna ostentata carità verso la fragilità fisica, nondimeno entra in circolo un’idea di compassione. Un’impressione sostenuta proprio dalla volontà di indagare l’oggettiva debolezza, come sempre accade, quando il poeta sacrifica l’afflato emotivo per dare voce a una spietata trasparenza.

 

Mary B. Tolusso

 

 

*

“Quelli della chemio
io li riconosco dall’odore
che hanno tra le piaghe della pelle”
non si tratta di categorie, non siate
ipocriti, è solo per capirci meglio
finire quel che si è cominciato
prima ancora che i lenzuoli sappiano
dell’uomo oltre il vetro
che suda e respira
tra gli aghi, sì respira.

 

*

Lo spazio assente attraversa dita
che non sanno come muoversi,
piane e seccate le voci oltre le frasi
come foglie – questi i mondi
sconfitti dall’amore – quando ancora
si aspettava un sabato sera insieme,
una qualche resurrezione
come prima, come oltre
il fascio nervoso della porta.

 

*

Abbiamo incontrato il sole del pomeriggio
tagliando la nebbia che ci stava dritta
all’altezza del busto, monchi come alberi
visti per metà, senza sapere dove sta
il suolo, dove la tomba dei miei cari.

 

Nota Biografica.

Clery Celeste è nata a Forlì nel 1991, città in cui vive. È laureata in Tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia. Ha vinto i premi: “Tropea Onde Mediterranee” (2009, 2010); “Agostino Venanzio Reali” (2009, 2010, 2012); “E. Cantone” (2011, 2012); “Pro Loco Fiume Veneto” (2011); “Biennale internazionale dei Giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo” (2011-12). Risulta finalista nel Premio Rimini (2014). Suoi testi sono presenti in riviste e siti.La traccia delle vene è la sua opera prima (LietoColle editore – Pordenonelegge, 2014).

“Mnemosyne” di Michele Montorfano.

michele-montorfano-mnemosine-copsitoCome scrive Mario Santagostini nell’introduzione a “Mnemosyne” di Michele Montorfano il libro è: “Un crescendo di sequenze e scene d’orrore”. Giustamente si può pensare ad un immaginario di violenze, di forme azzerate, raffreddate dalla crudeltà perpetrata e ricevuta: ” Ogni cosa era in attesa del sangue”. L’assetto di “Mnemosyne” è poematico; la slegatura interna ai componimenti comporta una chiara ruvidità di lettura. L’incubo storico del Nazismo, citato da Montorfano (soprattutto nella prima parte del libro), rappresentato attraverso frammenti di fortissimo impatto, è il vertice estremo del dolore: ” Alcuni, pescati dalle file/ venivano gettati dentro interminabili canali/ altri, passati tra i poli delle spine/ sono gelati all’improvviso./ A un passo dalla vita/ i vetri orbitali si staccavano dall’impianto./ I capelli cascavano come guanti”. Non si può leggere Montorfano  senza pensare anche all’orrore interiore, quasi metafisico: ” La violenza è lì, dove brilla il/ tabernacolo./ E’ dove sei tu. Senza rovine”. La pietà, è per un futuro che non arriverà mai, in questa sicurezza, c’è l’operosità della poesia:” I meridiani si arroventano./ Rumori di latta,/ d’aria di cottura./ Sotto la fascia del collo/ la lingua cerca un’uscita./ Cola lungo il tronco,/ schiuma sotto le punte./ Oltraggia chi ha sete,/ chi dice: “verrà un giorno,/ finalmente…”. Si può parlare tranquillamente di un amore che torna o che progredisce verso il niente, verso la distruzione: ” Era la grande estate che ci travolse tutti./ E’ la donna, la pietra, che sbrana se stessa”. Il lavoro di Montorfano produce una continua esigenza di memoria ( il titolo è l’elemento fondante). Ogni funzione, ogni attimo, ogni ricordo è traccia e identificazione di noi, di una possibile residua speranza: ” Sei sola ora. Come la luce”.

                                                                                                                              Luca Minola

Da “Camera dei prolegomeni: Arbeit macht frei”

*

Si sentono ancora i cani latrare, alzare calici, brindare
fino a squarciare il telo dei soprabiti.

E le bocche ansimare, rovesciare un secchio d’acqua
purissima, incitare il coltello ad essere feroce nel grasso;
e le mani applaudire nella notte logora, nuda, bellissima.

 

*

Finestre aperte tra muri e forni.
In mezzo, tra pile dei vestiti
ossa lunghe cercano sorgenti
con un’idea che li erode e li vizia

quasi che la cornice sia a resistenza della forma
e che Dio sussista al male
per sconvolgersi.

 

Da “Il mondo migliore”

*

Gli occhi stampati. Forzati. Le giustificazioni.
Le prime ore del mattino. Ed ecco la luce brucia
il silenzio delle gretole.

Cappotti verde scuro tra il fogliare degli alberi.
Il sangue scivola nelle vene con dolcezza.
Ogni cassa chiusa è un buco nella carne.

 

*

Guarda.
Li puoi vedere asciugarsi la bocca,
raccogliere il fiato misurato sui morti;
cozzi di chiglia, omeri,
cordoni gonfi per le spalle bruciate dagli arnesi.

Li puoi vedere succhiare un pezzo di vita;
un giorno d’amore come il nostro.

 

Da “Io sono l’amore”

*

Ma ancora ora è l’ora degli astucci,
delle ossa smontate, la decodifica delle vene…

“Che tutto sia te,
pietà del momento”.
E lo dice bucando più giù delle gole
quando stanno stese.
Più giù;
nel male cercato nel principio delle mani tese.

 

 

Nota Biografica.

IMG_6176Michele Montorfano è nato a Como nel 1976. Ha studiato cinema, pedagogia e filosofia. Alcune sue poesie sono apparse su La Mosca di Milano e sull’almanacco dei poeti e della poesia contemporanea per Raffaelli editore. Con: Mnemosyne (Lietocolle 2013) quest’anno è stato finalista al premio Villalta Poesia e al premio Fogazzaro. Vive a Milano.

Strafatti di polvere d’avvento. “Il chiarore” di Carla Saracino.

Carla-Saracino-Il-chiarore-copertinapiattaGià con il libro precedente “I milioni di luoghi”, Carla Saracino si era imposta come un’autrice di poesia originale e creativa; ma il vero “dono” è sicuramente il suo secondo libro: “Il chiarore”.
La poesia di Carla Saracino è diventata ancora più limpida, carica di forza e unicità: “Scegliete che sia femmina e unica”. Continua a leggere

“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

10615837_10202476528931245_2020007879_nE’ da poco uscito “Tua e di tutti” secondo libro di Tommaso Di Dio, grazie alla collaborazione e alla bella iniziativa portata avanti da Pordenonelegge e dall’editore Lietocolle. Tommaso Di Dio non solo è uno degli autori più interessanti nati negli anni ottanta ma è anche un uomo che vive con passione e intraprendenza la poesia, sempre pronto ad interessarsi e a promuovere iniziative e progetti legati al mondo poetico. Continua a leggere