“Bisestile di poesia 2016”

13325510_984427951626690_1818485350658350107_nA quasi nove anni dalla ripresa delle attività la collana “ Poesia di ricerca” (diretta da Alberto Pellegatta), pubblicata per le edizioni milanesi Edb, congeda il “Bisestile”: volume a ventiquattro voci che riunisce inediti di tutti gli autori finora pubblicati, con l’aggiunta di alcuni nomi nuovi provenienti  dal panorama poetico italiano e mondiale. Ad aprire il volume Antonella Anedda che si concentra sul ricordo, creatore di «nessi» con le persone scomparse: il “rapporto” resta vitale ristrutturandosi, insaturo, proprio nell’atto del ricordare. Seguita da Antonio Gamoneda, massimo poeta spagnolo, modulando i componimenti in ipermetri pone una rinnovata percezione del mondo che vede inizio e centro il corpo. I lavori inseriti sono anche una piccola anteprima del libro prossimamente in uscita: “Descrizione della menzogna. Breve antologia”. Insieme a questi due poeti inglesi inglesi: Sam Riviere e Matthew Gregory, affiancati da giovani emergenti, e non,  italiani come la friulana Stefania Buiat: nei suoi lavori l’amore è una distanza irriducibile: dislocamento costante tra le persone che compone la materia stessa del sentimento. Il rapporto si ritrae in una dimensione esclusiva in cui la «percezione delle cose» falsifica ogni azione rendendola vana. E’ possibile solo prendere una pausa, “rivolta” virtuale che, però, riconduce al punto di partenza; o Piero Simone Ostan, di Portogruaro, posa il suo sguardo su condomini, centri commerciali: sono produttori di «mantra d’attesa» che hanno il compito programmatico della separazione («le nostre vite sono lontane un muro/ ma corrono parallele, per caso»); e il milanese Pancotti che espropriando strutture estranee innesta pezzi di vissuto, non riescono a comporsi come discorso personale: la volontà sovrasta le possibilità dell’occasione.
In questi anni la casa editrice ha iniziato a imporsi sulla scena letteraria, differenziandosi dalle altre “piccole”: Edb ha puntato tutto sulla qualità della materia proposta, offrendo uno spaccato sulla poesia contemporanea. Attraverso la formula del volume in doppio è stato proposto  un confronto tra autori: l’avvicinamento di due personalità differenziate da formazione, esperienze e provenienza culturale ha mostrato le diverse soluzioni formali attuabili; ad esempio l’ultimo volume edito “The Most Natural Thing” dove i due autori, mai pubblicati in Italia, Mario Pera e David Keplinger, rispettivamente peruviano e statunitense, affrontando comuni problematiche impiegano l’uno la forma del poemetto l’altro la prosa poetica. Proprio su quest’ultima scelta il “Bisestile” si rivela un ottimo strumento di studio comparato; Carsten R. Nielsen ne è occasione: a differenza di Keplinger che si orienta verso un’anamnesi del reale, il poeta danese declina il poemetto in prosa verso il racconto della realtà, resa inquietante dalla presenza di oggetti bizzarri e situazioni oniriche.

Disegno di Massimo Dagnino, “Pozza delle murene”, matita su fotocopia, 2015.

La «ricerca» si riverbera anche nella composizione dei volumi: la presenza costante di opere grafiche mette in gioco una «paratassi» tra i due linguaggi: i disegni non rimangono semplici illustrazioni, ma si presentano come un’ulteriore riflessione. Il perfezionamento e l’approfondimento dei percorsi di studio e delle proprie ossessioni è la motivazione che riunisce gli autori già pubblicati, gli inediti assumono la valenza di un continuo lavoro ed evoluzione. Mary B. Tolusso approfondisce il rapporto con la morte: il ricordo ne è parte integrante ed è presentato in due modalità, quella che non  riesce a fissare i dettagli, scivolano imprendibili configurati soltanto come un «sogno. Un cadavere tragico»; l’altra coniuga il ricordo al futuro, l’incombere costante della fine che inchioda a cui si vorrebbe opporre l’incontro dei corpi. Anche Jack Underwood, inglese, è interessato alla morte ma, a differenza della poetessa triestina, l’ affronta servendosi dell’ironia: «O drunk DEATH, go home. We like our dyng lives./ Have a big glass of water and think about it». Luca Minola da prova di un’importante maturazione rispetto ai suoi primi lavori: il canto si allunga e si struttura. Depositata al di là della «penombra dei gesti» la riflessione prende forma nell’incontro con elementi spaziali, i limiti che costringevano il vissuto si allentano: «Spingi le precisazioni, la ricerca non tace più/ l’ossigeno si alza dalle vie, riempie le ossa./ Si perlustrano le vie, i grandi dormitori». Se il poeta bergamasco proietta in avanti la ricerca Francesco Maria Tipaldi lavora invece in maniera orizzontale approfondendo una forma collaudata. Un linguaggio “forte e d’impatto” articola un mondo percepito in preda a un loop: costituito dai processi biologici più elementari, avvertiti in un misto di innocente fascinazione e orrore di prendervi parte («bisogna preferire/ l’orrore di stare al mondo a quello di uscirne?»). In connessione geografica Stelvio Di Spigno. Nei due inediti proposti approfondisce la disposizione del discorso poetico in una forte prosodia: affronta la morte, e l’indifferenza di cui è prefigurazione; opponendo a queste la rivalutazione di un certo sentimentalismo.

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Massimo Dagnino, “Ritmica spezzata”, matita su carta, 2015.

Massimo Dagnino, lavora su folle di ritmi e linguaggi (fautore dei disegni, anche, di questo volume): scelte formali inusitate, come l’acrostico, generano, all’incrocio tra le lettere del nome e l’inizio dei versi,  il luogo che proietta la concretezza della persona “ritratta”; verrà poi a torcersi ulteriormente: il divenire del linguaggio continua a veicolare senso e analisi; o come nella poesia a Lorenzo: dove un prosimetro dissimulato, nei primi due versi volutamente prosastici, crea un’esitazione al canto. Il poeta genovese, scardina ogni convenzione depositata e vincolante attingendo dalla «rovina» e liberando «l’occultato». Anche Federica Moccia si rivela sperimentatrice di ritmi e possibilità delle immagini. Appaiono scenari di confine che si corrodono nel loro disporsi («Luci segate dalla notte»); diverse parti di vissuto si sfiorano dando origine al trapasso verso un «insensato mattino». Alberto Pellegatta introduce l’ereditarietà della costrizione: «un calamaro che muove(…)/ i suoi tentacoli» concetti, linee guida che ci hanno formati nelle età, continuano a ripercuotersi nel tempo attivando un «dolore (…) oleoso». Occorre verificare, eliminare gli elementi estranei per accedere infine a se stessi: un processo di distruzione («le scariche,il trauma») e ricostruzione che «a poco a poco/ diventi libertà». Lo studio formale si rivolge sia alla prosa poetica che alla scansione in versi: questa è posta all’insegna della contiguità: la tensione ritmica si stempera, facendo procedere il dettato per unità avvicinate.

Già in “Mea infera caro” Silvia Caratti aveva proposto un dettato indirizzato alla precisione, all’essenziale. Lo studio presente radicalizza al massimo l’asciuttezza del discorso, pur senza contrarre il verso: l’autrice si libera di ogni compiacimento o remora culturale, caratteristiche di molta poesia contemporanea, lasciando emergere l’emozione pura e terribile nella «santità del silenzio», emergendo non chiede altro se non chiudere «le orecchie per non sentire/ e fermo è il cuore, per non sentire».
La scrittura di Carla Saracino è attraversata da una vena erotica: s’impone sull’ambiente circostante fino a diventare un «incendio [che] devasta il paesaggio»; salvo poi rientrare, incanalata da un «dovere»: la carica vitale frena lasciando dietro di se soltanto i «dolori (…) del fango finale». Manuel Micaletto, classe 1990, è il più giovane autore del “Bisestile”. Dando prova di una sorta di padronanza dei registri, impiega uno “Stile avanguardia”: strutturato attraverso la commistione di un linguaggio specializzato, torcendolo dal proprio settore, e il linguaggio comune. Passando poi a una concezione molto più lirica del discorso che dilata la riflessione e il ritmo delle immagini.
Oltre all’interesse per la poesia contemporanea Edb ha posto la sua attenzione alla riproposizione di classici come il “Giacomo Joyce” di un James Joyce impegnato nello sviluppo della prosa poetica; oppure nella ristampa di libri ormai fuori catalogo e divenuti introvabili: “Paradossalmente e con affanno” plaquette del 1971, primo lavoro di Maurizio Cucchi inserito nel volume di inediti “Rebus macabro”; o ancora “Il cervo applaudito” di Leopoldo Maria Panero, spagnolo, scomparso nel 2014, sconosciuto in Italia ma che già si è trovato oggetto di una tesi di laurea, particolare questo che dimostra la diffusione e l’importanza che vanno assumendo queste pubblicazioni nel nostro paese.

 

Davide Cortese

 

 

 

Nota biografica

IMG-20160604-WA0000Davide Cortese è nato a Genova, dove vive,  il 7 giugno 1994. Studia alla Facoltà di Lettere moderne,  sue recensioni sono state pubblicate in Nuovi Argomenti – Officina poesia. Si occupa del rapporto poesia e arti figurative.

“The Most Natural Thing” New American Poetry di David Keplinger e Mario Pera

WP_20151101_007Viaggio infernale e catarsi “The Most Natural Thing (New American Poetry) nasce dal confronto  fra due voci poetiche, quella di David Keplinger e di Mario Pera, tutti e due inediti in Italia. Selezionati in maniera scrupolosa da Alberto Pellegatta, che con eleganza e sapienza introduce e traduce il volume. Come sempre i libri EDB della “Collana di ricerca” sono accompagnati da schizzi e disegni di artisti, in questo caso dall’ipnotico lavoro di Massimo Dagnino che crea una chiara aderenza fra poesia e immagine. Si parte con le prose poetiche di David Keplinger, statunitense, classe 1968. Keplinger risulta un lavoratore di interni/esterni. Sbilanciato costantemente nella descrizione. L’abisso è vicino a noi, è anemico e calcolatore, si introduce attraverso orpelli e attimi di disgrazia: “Non ricordo. Ciò che chiamiamo “dolore” è una semplice perdita di memoria”. Con una chiarezza ai limiti della confessione David Keplinger continua in discesa libera la fedele ed eccellente tradizione americana delle prose poetiche, si pensi ai testi di Charles Simic  in “Il mondo non finisce” o nell’ultimo Mark Strand di “Quasi invisibile”. Il vero annullamento è scrivere di sé, affermare la propria esistenza. Svolgere il lavoro, addentrarsi nel regno delle cose con distensione e assedio, è questo il lavoro metodico di Keplinger. Manifestare la propria visione, irradiare l’anonimato e la sua abbondanza di vita: “Sono stato un campagnolo tutta la vita,/ spezzo il pane con le mani, mangio troppo veloce. Prego in fretta a tavola. Nell’inquadratura prima del suo annegamento, l’universo è lento ,e io voglio essere veloce”. Non viviamo per la salvezza, tutto questo è molto chiaro. La scrittura fredda di Keplinger ci ricorda che amare il reale è vedere anche l’abisso che ci sta dietro, la sua esatta corrispondenza/somiglianza. Niente si limita in queste parole, così vertiginose e asciutte, modellate su sviluppi poetici ampi che di riflesso ci chiedono un sano ed evidente distacco da ogni cosa, che ci porti una volta per tutte a quello che c’è sempre stato ma che non si è mai visto: “Abbiamo mangiato la carpa, mentre le candele si affievolivano. Sul tavolo c’era un orologio, un fazzoletto bianco. Sul pavimento stava distesa una bambola, gli occhi mezzi aperti, come i suoi, come i miei, con le sopracciglia dipinte e sollevate”. Altro discorso è la poetica di Mario Pera, peruviano classe 1981. Pera fa della sua poesia uno strumento surreale dalla forte carica espressiva. Rivoluzionario, assassino del potere imposto da Stato, Famiglia e Chiesa. I Viceré sono impostori. Dio è iscritto nella sua propensione di personaggio letterario, è snaturato e goliardico: “Dio/devo osservarlo per iscritto,/ per quanto dritto stia il mio collo,/sono ancora basso”. Dissacratorio e carico di invettive, il lavoro di Mario Pera collassa in aperture laviche che appartengono a una carica d’energia che si rigenera costantemente. In queste pagine il lavoro è sulla lingua, sulla sua densità e fluidità. Non si accenna a nessuna caduta di stile. La materia umana è toccata, studiata e fatta sfiorire come miracolata dal caso: “…un adoratore egocentrico/ la lebbra al culo della mia famiglia/ il rosario di mia madre/ che brucia sotto al mio cuscino/ e tutte le croci/ calano dalla mia nuca disorientate/ mentre ascolto cadere le preghiere in un sacco rotto/ e nel mio sogno più calmo/ vedo che Lima brucia, la mia famiglia brucia/ questa poesia tra le tue mani/brucia…” Come termini di paragone si potrebbe parlare del grande Leopoldo Maria Panero o di un giovane poeta come Francesco Maria Tipaldi. La parola per Mario Pera deve sconvolgere, esorcizzare le paure: “Così ho masticato per anni la mia pazienza/ (in silenzio contrito)/ i miei pletorici animi per ringalluzzirmi/ e la cremazione inclemente/ del mio offertorio”. Profanatore di culti e ideatore di nuove promesse, questo poeta usa strumenti eccellenti per arrivare a spiegare che ogni fatto resta nei particolari e in nessun altro modo può essere spiegato, come la peggiore delle offerte: “Quel rovescio si è fatto indelebile/ e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere/ un blocco in più della piazzetta o/ l’ignorato dettaglio/ dove cagano i piccioni”.

                                                                                                                              Luca Minola

David Keplinger

Sleepwalking

As I reveal myself to the world, the world will
be revealed to me. My father used to sleepwalk,
hammering invisible nails into the walls of the
house. Then his invisible hammer would land on
his thumb. He held the skin, it beat with pain. To
wake him up, I’d have to learn to speak in signs,
practice the agony’s grammar. I’d gently take the
hammer from his hands. Waking he would see
there was no hammer, no nail. No thumb. No
skin. No sleeping. No waking. No need of saving.

Sonnambulismo

Quando mi rivelerò al mondo, il mondo mi sarà
rivelato. Mio padre è sempre stato sonnambulo,
martellava chiodi invisibili nelle pareti di casa. Poi
il martello invisibile si abbatteva sul suo pollice.
Stringeva la pelle, che pulsava di dolore. Per svegliarlo,
ho dovuto imparare a parlare con i segni,
allenare la grammatica della sofferenza. Prendevo
con gentilezza il martello dalle sue mani. Svegliandosi
vedeva che non c’era nessun martello,
nessun chiodo. Nessun pollice. Nessuna pelle.
Nessun sonno. Nessun risveglio. Nessun bisogno
di salvezza.

 

Mario Pera

 

Brecht entre clavellinas

Sentado y con las manos sucias
pensó que era un viejo estúpido
una más de quella lozas de mármol de la plaza
que pudieron ser talladas con mejor arte para lograr un
David
una Venus
u otra diosa de senos sutiles
y nalgas abultadas
pero algún momento su destino sufrió un desvío
su divinidad tropezó en el pico del cincel
y con cada crujido su piel fue burilada
como un tótem incapaz de profanar su propio culto.
Aquel revés se hizo indeleble
y con el paso del tiempo tuvo que conformarse con ser
un bloque más de la plazuela o
el ignorado detalle
donde cagan las palomas.

 

Brecht tra i garofani selvatici

Seduto e con le mani sporche
pensò che fosse un vecchio stupido
una in più di quelle lastre di marmo della piazza
che avrebbero potuto essere tagliate meglio per ottenere un
David
una Venere
o un’altra dea dai seni piccoli
e dalle natiche abbondanti
ma a un certo punto il suo destino ha subìto una deviazione
la divinità è inciampata nella punta di uno scalpello
e con molti crepiti la pelle è stata bulinata
come un totem incapace di profanare il proprio culto.
Quel rovescio si è fatto indelebile
e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere
un blocco in più della piazzetta o
l’ignorato dettaglio
dove cagano i piccioni.

 

 

Note biografiche.

David Keplinger è nato a Washington nel 1968, è autore di quattro libri di poesie: The Rose Inside (1999, Premio T.S.Eliot), The Clearing (2005), The Prayers of Others (2006, Colorado Book Award) e The Most Natural Thing (2011). Perfezionato nella prosa poetica, ha ricevuto importanti riconoscimenti dal Pennsylvania Council of Arts e dalla Soros Foundation. Ha diretto il programma di scrittura letteraria dell’Università del Colorado e attualmente dirige il Master of Fine Art dell’American University di Washington DC.

Mario Pera è nato a Lima, in Perù, nel 1981, dove si è laureato in Legge. Ha pubblicato i libri di poesia Preparazioni anatomiche (2009) e Rumore bianco (2011), ma anche il saggio Fare l’America or Learn to Live in It? Italian Immigration in Peru (Università di Tolosa 2012). È fondatore della piattaforma letteraria «Vallejo & Co». Le origini liguri del padre spiegano in parte il liturgico avvicinamento alla cultura europea e le infiorescenze cristologiche.