“Una stirpe incognita” di Fernando Pessoa.

14958449_10211319953895427_830941579_n« Non so cosa mi porterà il domani», questa è la frase che Fernando Pessoa annota sul letto di morte. Questa è la frase che chiude un’intera vita, se per questo autore di interezza si può parlare. Il suo valore in riferimento a chi l’ha scritta è retroattivo: Pessoa ha sempre vissuto all’insegna della possibilità, perché è riuscito a vivere al di fuori del controllo di se stesso moltiplicandosi in altre persone, in altri pensieri in altre scritture. Con i suoi eteronimi, come direbbe Baudelaire è «vissuto e dolorato in altri che in me».
Conferma questa sterminata galassia l’ultimo volume edito dalla casa editrice milanese Edb (2016), per la collana “Poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta, “Una stirpe incognita”, a cura di Antonio Cardiello, con i disegni di Massimo Dagnino. Una scelta di tredici testi, di cui dieci assolutamente inediti e due tradotti per la prima volta in italiano. Seguendo la poliedricità del poeta portoghese la scelta spazia tra alcune liriche, che abbracciano più di vent’anni di vita, pezzi filosofici, di argomento religioso e sarcastiche considerazioni sul beneficio del «miglioramento e l’organizzazione del sistema ferroviario» in Italia, e sulla modernità tutta.
Così come quell’ultima frase ha valore per tutta la vita di Pessoa e di apertura verso il futuro, in una di queste prose la voce di «JC» (con la solita tagliente ironia dell’autore) tocca il motivo della posterità: «molti parleranno di me come se io fossi un determinato uomo in un determinato luogo e soggetto a un determinato modo di essere. Altri parleranno di me come se io non fossi mai esistito». Ma la posterità si rivela fittizia, soggetta all’arbitrio di chi verrà dopo, poco importante poiché anche lei non può fuggire il destino unico delle cose e del mondo: «Alcuni mi chiameranno Dio, altri Uomo, altri ancora Nessuno. Ma io vi vengo a dire, nel caso vi interessi saperlo (potreste volerlo), che Dio e Uomo e Nessuno sono la stessa cosa, e che questa cosa sono io stesso». Una volontà, che sembrerebbe far vela verso il desiderio di sparire; Pessoa rimane tra noi come uno dei vertici della letteratura mondiale ma il suo progetto di sparizione appare pienamente riuscito. I suoi eteronimi lo hanno assimilato, ma come un’epoca assimila l’altra, come Alvaro de Campos asserisce: «Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette soltanto l’intelligenza che aveva di questa sensibilità. Riguardo all’emozione siamo noi; per quanto riguarda l’intelligenza ci disperde; così, mediante ciò che ci disperde che sopravviviamo». Rimane negli eteronimi solo l’intelligenza, il ricordo della forma che li ha generati. Come una «stirpe incognita» nutrono in loro una nuova emozione: nucleo originario che riceve ed espelle il mondo, i suoi stimoli, mischiandovisi. Di questa sparizione che contiene in sé la traccia dello sparito, Massimo Dagnino sembra aver fatto tesoro; con la tavola (e il suo “scarto”) che precedono la sezione del libro intitolata “eteronimi”. Il volto di una persona (un ragazzo, un uomo?) si forma sulle curve di livello e di profondità di una carta nautica, al limitare tra il mare e un pezzo di costa. All’altezza degli occhi un’apertura su un cielo siderale impedisce l’identificazione.

pessoaLa parte mancante, quella che specifica, permette il profilarsi della figura di un altro, che è lui stesso. L’effettivo si comporrà per «metonimia» più avanti, in un altro luogo; ad esempio nel suo libro d’artista, intitolato “Pessoa”; pubblicato contemporaneamente dalla stessa casa editrice. Un formato inusitato, che non risparmia la forma libro, nel quale l’autore affronta il poeta lusitano in un’altra prospettiva: attraverso il segno un alzato di quartiere diventa un molo da cui si irradiano temi pessoani. L’univerbazione immette elementi parassitari: il veliero tarlato da un insetto sbreccia la distanza geografica e temporale, ambienti, motivi e visioni si fondono in una metamorfosi continua; come il virare al verde rame del supporto usato per libro (un’eliocopia) che liquida i confini tra sfondo e “linea”; come il camaleonte, disegnato, cambia colore non per proteggersi, ma per «sentire tutto in tutte le maniere» direbbe ancora Campos.

                                                                                                                        Davide Cortese

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Massimo Dagnino, Pessoa, matita su eliocopia, 2016.

Nota biografica.

220px-216_2310-fernando-pessoaFernando António Nogueira Pessoa è nato a Lisbona nel 1888, città nella quale è morto nel 1935.  E’ stato un poeta e scrittore portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese di tutti i tempi, e considerato uno dei poeti più importanti e rappresentativi del XX secolo. La sua opera è vastissima, dalla poesia alla prosa, all’aforisma. Uno dei suoi libri più belli tradotti in Italia è Poesie esoteriche uscito per l’editore Guanda tradotto da Francesco Zambon e Sogno un sogno di Dio.

“The Most Natural Thing” New American Poetry di David Keplinger e Mario Pera

WP_20151101_007Viaggio infernale e catarsi “The Most Natural Thing (New American Poetry) nasce dal confronto  fra due voci poetiche, quella di David Keplinger e di Mario Pera, tutti e due inediti in Italia. Selezionati in maniera scrupolosa da Alberto Pellegatta, che con eleganza e sapienza introduce e traduce il volume. Come sempre i libri EDB della “Collana di ricerca” sono accompagnati da schizzi e disegni di artisti, in questo caso dall’ipnotico lavoro di Massimo Dagnino che crea una chiara aderenza fra poesia e immagine. Si parte con le prose poetiche di David Keplinger, statunitense, classe 1968. Keplinger risulta un lavoratore di interni/esterni. Sbilanciato costantemente nella descrizione. L’abisso è vicino a noi, è anemico e calcolatore, si introduce attraverso orpelli e attimi di disgrazia: “Non ricordo. Ciò che chiamiamo “dolore” è una semplice perdita di memoria”. Con una chiarezza ai limiti della confessione David Keplinger continua in discesa libera la fedele ed eccellente tradizione americana delle prose poetiche, si pensi ai testi di Charles Simic  in “Il mondo non finisce” o nell’ultimo Mark Strand di “Quasi invisibile”. Il vero annullamento è scrivere di sé, affermare la propria esistenza. Svolgere il lavoro, addentrarsi nel regno delle cose con distensione e assedio, è questo il lavoro metodico di Keplinger. Manifestare la propria visione, irradiare l’anonimato e la sua abbondanza di vita: “Sono stato un campagnolo tutta la vita,/ spezzo il pane con le mani, mangio troppo veloce. Prego in fretta a tavola. Nell’inquadratura prima del suo annegamento, l’universo è lento ,e io voglio essere veloce”. Non viviamo per la salvezza, tutto questo è molto chiaro. La scrittura fredda di Keplinger ci ricorda che amare il reale è vedere anche l’abisso che ci sta dietro, la sua esatta corrispondenza/somiglianza. Niente si limita in queste parole, così vertiginose e asciutte, modellate su sviluppi poetici ampi che di riflesso ci chiedono un sano ed evidente distacco da ogni cosa, che ci porti una volta per tutte a quello che c’è sempre stato ma che non si è mai visto: “Abbiamo mangiato la carpa, mentre le candele si affievolivano. Sul tavolo c’era un orologio, un fazzoletto bianco. Sul pavimento stava distesa una bambola, gli occhi mezzi aperti, come i suoi, come i miei, con le sopracciglia dipinte e sollevate”. Altro discorso è la poetica di Mario Pera, peruviano classe 1981. Pera fa della sua poesia uno strumento surreale dalla forte carica espressiva. Rivoluzionario, assassino del potere imposto da Stato, Famiglia e Chiesa. I Viceré sono impostori. Dio è iscritto nella sua propensione di personaggio letterario, è snaturato e goliardico: “Dio/devo osservarlo per iscritto,/ per quanto dritto stia il mio collo,/sono ancora basso”. Dissacratorio e carico di invettive, il lavoro di Mario Pera collassa in aperture laviche che appartengono a una carica d’energia che si rigenera costantemente. In queste pagine il lavoro è sulla lingua, sulla sua densità e fluidità. Non si accenna a nessuna caduta di stile. La materia umana è toccata, studiata e fatta sfiorire come miracolata dal caso: “…un adoratore egocentrico/ la lebbra al culo della mia famiglia/ il rosario di mia madre/ che brucia sotto al mio cuscino/ e tutte le croci/ calano dalla mia nuca disorientate/ mentre ascolto cadere le preghiere in un sacco rotto/ e nel mio sogno più calmo/ vedo che Lima brucia, la mia famiglia brucia/ questa poesia tra le tue mani/brucia…” Come termini di paragone si potrebbe parlare del grande Leopoldo Maria Panero o di un giovane poeta come Francesco Maria Tipaldi. La parola per Mario Pera deve sconvolgere, esorcizzare le paure: “Così ho masticato per anni la mia pazienza/ (in silenzio contrito)/ i miei pletorici animi per ringalluzzirmi/ e la cremazione inclemente/ del mio offertorio”. Profanatore di culti e ideatore di nuove promesse, questo poeta usa strumenti eccellenti per arrivare a spiegare che ogni fatto resta nei particolari e in nessun altro modo può essere spiegato, come la peggiore delle offerte: “Quel rovescio si è fatto indelebile/ e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere/ un blocco in più della piazzetta o/ l’ignorato dettaglio/ dove cagano i piccioni”.

                                                                                                                              Luca Minola

David Keplinger

Sleepwalking

As I reveal myself to the world, the world will
be revealed to me. My father used to sleepwalk,
hammering invisible nails into the walls of the
house. Then his invisible hammer would land on
his thumb. He held the skin, it beat with pain. To
wake him up, I’d have to learn to speak in signs,
practice the agony’s grammar. I’d gently take the
hammer from his hands. Waking he would see
there was no hammer, no nail. No thumb. No
skin. No sleeping. No waking. No need of saving.

Sonnambulismo

Quando mi rivelerò al mondo, il mondo mi sarà
rivelato. Mio padre è sempre stato sonnambulo,
martellava chiodi invisibili nelle pareti di casa. Poi
il martello invisibile si abbatteva sul suo pollice.
Stringeva la pelle, che pulsava di dolore. Per svegliarlo,
ho dovuto imparare a parlare con i segni,
allenare la grammatica della sofferenza. Prendevo
con gentilezza il martello dalle sue mani. Svegliandosi
vedeva che non c’era nessun martello,
nessun chiodo. Nessun pollice. Nessuna pelle.
Nessun sonno. Nessun risveglio. Nessun bisogno
di salvezza.

 

Mario Pera

 

Brecht entre clavellinas

Sentado y con las manos sucias
pensó que era un viejo estúpido
una más de quella lozas de mármol de la plaza
que pudieron ser talladas con mejor arte para lograr un
David
una Venus
u otra diosa de senos sutiles
y nalgas abultadas
pero algún momento su destino sufrió un desvío
su divinidad tropezó en el pico del cincel
y con cada crujido su piel fue burilada
como un tótem incapaz de profanar su propio culto.
Aquel revés se hizo indeleble
y con el paso del tiempo tuvo que conformarse con ser
un bloque más de la plazuela o
el ignorado detalle
donde cagan las palomas.

 

Brecht tra i garofani selvatici

Seduto e con le mani sporche
pensò che fosse un vecchio stupido
una in più di quelle lastre di marmo della piazza
che avrebbero potuto essere tagliate meglio per ottenere un
David
una Venere
o un’altra dea dai seni piccoli
e dalle natiche abbondanti
ma a un certo punto il suo destino ha subìto una deviazione
la divinità è inciampata nella punta di uno scalpello
e con molti crepiti la pelle è stata bulinata
come un totem incapace di profanare il proprio culto.
Quel rovescio si è fatto indelebile
e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere
un blocco in più della piazzetta o
l’ignorato dettaglio
dove cagano i piccioni.

 

 

Note biografiche.

David Keplinger è nato a Washington nel 1968, è autore di quattro libri di poesie: The Rose Inside (1999, Premio T.S.Eliot), The Clearing (2005), The Prayers of Others (2006, Colorado Book Award) e The Most Natural Thing (2011). Perfezionato nella prosa poetica, ha ricevuto importanti riconoscimenti dal Pennsylvania Council of Arts e dalla Soros Foundation. Ha diretto il programma di scrittura letteraria dell’Università del Colorado e attualmente dirige il Master of Fine Art dell’American University di Washington DC.

Mario Pera è nato a Lima, in Perù, nel 1981, dove si è laureato in Legge. Ha pubblicato i libri di poesia Preparazioni anatomiche (2009) e Rumore bianco (2011), ma anche il saggio Fare l’America or Learn to Live in It? Italian Immigration in Peru (Università di Tolosa 2012). È fondatore della piattaforma letteraria «Vallejo & Co». Le origini liguri del padre spiegano in parte il liturgico avvicinamento alla cultura europea e le infiorescenze cristologiche.

“Sinossi (disegni 2009-2012)” di Massimo Dagnino.

CAM00355 (1)E’ uscito da qualche mese per le Edizioni EDB il primo Catalogo riassuntivo di Massimo Dagnino “Sinossi”, valorizzato dall’introduzione di Alberto Pellegatta e dalla postfazione di Mary Barbara Tolusso con l’aggiunta di una poesia di Silvia Caratti dedicata a Dagnino stesso. Tutti gli apparati dell’opera/catalogo trattano del fortissimo rapporto di Massimo Dagnino con la realtà circostante, rappresentata al limite dell’ ipercinetismo. Arricchiti da minuziosi particolari, i disegni valgono tutta la realtà dell’immaginazione, tutta la forza di Dagnino nell’esporsi, nel rimanere se stesso comunque, nella contemporaneità del segno. La voragine dell’acqua “Scolo dell’acqua (Anfratto di via Cassanello)”, riempie l’immaginazione di spiccate fantasie, le meraviglie dell’acqua chiedono lucidità e sostegno. Le tracce di Dagnino si fanno formula di rappresentazione avvincente, catarsi di particolari, di azioni millimetrate e passaggi filmici. I chiaroscuri in evidenza o gli “Accessi” continui dei tombini che invadono le strade, lasciano il passo alle reti che possono essere coordinate come ragnatele o come l’attesa spasmodica delle porte da calcio. Attraversamenti visivi realizzabili solo da decifrabili tratti di matita. L’opera del disegno indica i luoghi di Dagnino, le sue zone d’ombra dove si celebra la sua resistente capacità: disegnare è procedere verso le immagini, annientarle. La massima attenzione di questo brillante disegnatore si svolge fra Via Cassanello e Via Celli e fra Via Superiore della Torrazza e Ligorna, continuando in una perfetta realizzazione di idee. 

                                                                                                                              Luca Minola

 

Disegni.

 

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A Giacomo, matita su carta, 2012

 

 

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Via superiore della Torrazza, matita su carta, 2011

 

 

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Anatomopaesaggio (Galleria Rossi), matita su carta, 2009

 

 

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Frammento di ritratto, matita su fotocopia, 2014

 

Per Massimo

C’è pure chi per sopravvivere
disegna scoli d’acqua in via Cassanello
o lottatori di greco-romana.

Se le divinità che questo torto ha fatto
ci ascolta,
che ci protegga nel momento del trapasso
che è poi tutta la vita intera,
noi che aspettiamo pazienti
di tornare.

Silvia Caratti

 

 

 Nota Biografica.

174 (1)Massimo Dagnino è nato a Genova , dove vive, il 12 settembre 1969. Poeta e artista ha pubblicato Verso lʼannichilirsi del disegno…( LietoColle, Como 2004); Presente continuo (Stampa, Varese 2007); Paratassi (plaquette con A. Pellegatta, EDB, Milano 2007) e la plaquette Adolescenza (L’Arca Felice, Salerno 2012). Ha tradotto per la prima volta le poesie di Thomas Cole (1801-1848) in Almanacco dello Specchio 2006, (Mondadori, Milano, 2006). Una silloge tratta da Vegetazione irrisolta è apparsa in Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori, Milano, 2010) la silloge Ipercinetismo è stata pubblicata in Nuovi Argomenti n° 60 “Apocalisse” (Mondadori, Milano 2012),  mentre Galleria Colla in Quadernario,a cura di M. Cucchi, (LietoColle, Como 2013). Ha realizzato diversi Libri dʼArtista in copia unica: Pianetino 2817 (1993-1994; con un testo teatrale di C. Giùria, libro incentrato sul filosofo francese G. Perec); Sili (1994); A – Ω (1994 – 2009); Taccuino (1995); Atlante (1995 – 1999); Storia dellʼarchitettura e oblio: Ludwig Persius (1996 – 2009); Anamnesi (2009); Vegetazione irrisolta, disegni e poesie (2009); LʼEpistolario (2009); Occhio vegetale (2009 – …); Microdiario (2009- 2011); Sport e olimpismo (2009 – 2010); Narrazione residua (2010); Album verde – Anatomopaesaggi (2010); Rete fognaria (2010); Scatola nera (2010); Volatili e interferenze (2010); Libro blu (2010 – 2011): Ines (2010); Landscape (2010); Ripercorrendo Fabio (2011); Tensione e separazioni (2011); Animali, paludi (2011-2012); Agenda 2011 (2011 – 2012); Anfratto di via Cassanello (2012); Tracciati (2013), 2007 nel 2013 (2013); Vivere nel quartiere (2013); Propaggini (2013 – 2014); Il senso dellʼhumor nella rappresentazione della morte (2013 – …); Spezzoni di cose (2014); Gneo (2014); Avvampato sfasciume (2014); Propagazioni di buio (2014).

“8 Animali e 14 Morti” di Carsten René Nielsen e Manuel Micaletto.

10734219_851460791554399_7540600434397973064_nContinuano con costanza e classe le pubblicazioni dell’editore EDB nella collana “Poesia di ricerca” diretta in maniera lodevole da Alberto Pellegatta. Come sempre i volumi sono arricchiti dai disegni di artisti contemporanei di valore, in questo caso di Narciso Bresciani. “8 animali e 14 morti” è un libro a “due voci”, in questo caso l’abbinamento è preciso e determinante. Da una parte Carsten René Nielsen, poeta danese classe 1966, qui egregiamente tradotto per la prima volta in Italia da Elena Graziano, e dall’altra il giovanissimo Manuel Micaletto, classe 1990, autore già conosciuto ai più attenti lettori di poesia di questi ultimi anni. Continua a leggere

Inoltrarsi è il mio sogno, è il pane. “Rebus macabro” di Maurizio Cucchi

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E’ sicuramente una grande rarità, un libro da collezione “Rebus macabro” di Maurizio Cucchi, appena pubblicato per le edizioni EDB nella collana Poesia di ricerca diretta da Alberto Pellegatta, che firma  la bella e sentita introduzione al libro. Fanno da immaginario visivo gli esclusivi e bellissimi disegni dello scultore Alberto Ghinzani. Continua a leggere