Nota su “Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone.

tacere“Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone, poema uscito un paio di anni fa per le raffinate edizioni “Coup d’Idée”, Edizioni d’arte di Enrica Dorna, ripropone ai lettori l’interesse di questo autore per le forme lunghe in poesia. Già in passato, vista la decennale carriera, Cagnone si era cimentato in poemetti come “Vaticinio”, poi incluso nel volume complessivo “Armi senza insegne”, o come “Il popolo delle cose”, che in qualche modo rappresentano i due esempi più lampanti della bravura di questo poeta nell’affrontare i progetti lunghi e intricati. Estremo nel suo bisogno di precisione, Cagnone snoda e articola “Tacere fra gli alberi” nel risveglio di un linguaggio, nell’essenziale sentimento del riavvicinamento alle cose: “ Ecco,/ uno di noi, tra cose/ di lunga ombra”. In quello che non si può comprendere, nell’inestricabile tace qualcosa, la nostra funzione si misura con questa incapacità, con questa chiarezza strisciante: “Ne l’aperto, ora,/ nel folto, nel diramarsi/ dell’inestricabile,/ ovunque ebbe principio/ un atto di luce. E’ il tempo/ in cui si ascolta e divora,/ non si tace, è il vocabolario/ dell’estate, la solidarietà/ del mondo conosciuto”. Quello che si nasconde all’interno del poema è il lascito, l’allarme procurato da un quotidiano frammentario e inospitale, celebrato nell’individuazione di espressioni essenziali e pulite. Nel significato delle parole c’è la riluttanza delle azioni, dei contenuti del mondo schiavi della degenerazione: “Riluttanza nel tenere/nel lasciare. Vorresti,/ un indulgente epilogo,/ un cenno solamente,/ che si contenti/ di mormorare dubbi –sai,/ sfiorare la tesa del cappello/ mentre muovi altro tempo/ per la via. Nessuna via,/ è il secchio in fondo al pozzo/ l’uscio chiuso della dispensa/ la fermezza del mondo/ dopo un temporale”. I frutti maturi degli anni, la presa di coscienza di un profondo risveglio interiore che può partire dall’andatura di ogni età e luogo, vuole essere pretesa di sé nelle cose, nella fase espressiva della trasparenza: “Ho trascurato la fragilità,/ l’inesperienza, l’acqua/ poche gocce, inosservate/ in crepe fenditure/ nel vaso delle mani,/ e quel passo stretto/ tra cosa e cosa”. I lati della vertigine celano i ricordi, i sentimenti malati proibiscono la resa, meglio unirsi alle piogge, ai margini della pagina scritta, ai margini della polvere del tempo, questo sembra riportare l’autore alla sua più oscena verità. La guerra fondamentale nella trama di questa poesia è la meraviglia dell’accaduto, la riflessione sottile e invincibile che porta l’ombra: “ Una rivelazione d’ombre/ fece di quei volti una spina,/ un insepolto addio-/ porte troppo sottili/ alle mie chiuse stanze”. Il racconto commosso di “Tacere fra gli alberi” porta tutta la riluttanza di Cagnone verso la legittimità della disobbedienza, dell’involontario argomento per cui resistere e vivere: “ Non volevo/venire, non volevo/ che un vento,/ una resurrezione”. Intessuto di asprezza e dialogo verso il lettore, “Tacere fra gli alberi” diventa argomento e costellazione, dalle viscere allo spazio percorso nel paesaggio, limiti sono il tempo e la certezza: “Questo, per me,/ l’esordio-epilogo,/ l’unico azzurro,/ il pregio del richiamo”. Questo richiamo si condensa, è un eco inaspettato che circonda, che riporta il silenzio alla sua forma scritta: “Sì, tacere fra gli alberi”.

                                                                                                                              Luca Minola

Nota biografica.