“Darwiniana” di Igor De Marchi.

igor-de-marchi-darwinianaIl nuovo libro di Igor De Marchi, “Darwiniana” (Amos, Venezia 2015), uscito a dodici anni da “Resoconto su reddito e salute”, conferma l’approccio ironico dell’autore: «Troppo intellettuale e idealista per fare l’imprenditore artigiano, troppo poco intellettuale e idealista per fare lo scrittore. Troppo pratico e decisionista per essere poeta tra poeti, troppo poco pratico e decisionista per fare affari con clienti e fornitori. Una via di mezzo: una specie che non serve a niente, che non si mostra e non si fa conoscere. Non c’è profitto, non c’è utilità, non una spiegazione. Solo un’insana e incomprensibile resa all’estinzione?//E ora alza il culo dalla sedia e lascia qui le carte, lasciale sul tavolo e vattene fuori. Se non per gli altri, fallo per te: dimostra come non sei un agnello e non sei uno squalo». De Marchi, pur preferendo una pronuncia piana e raffreddata, non rinuncia alla fantasia: «Un altro sogno fatto di notte:/acque torbide immote,/un leone marino che corre/dietro a un bassotto/a bordo strada sul terrapieno/in fila indiana». E passa dalla brevità di liriche come “Le ragazze sul campo da tennis” o “Vedere lontano” a testi più poematici come “L’ultimo uomo sulla luna” o “Un’amata descrizione”. Una scrittura, quella del poeta veneto, che riposa sotto un «cielo azzurro/fomentatore e neutrale», «chiaro acidato», tra «foglie luminose e senza denti» e «tra le coperte/come un fedele animale domestico».

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

ELEMENTARE

Gli altri bambini mentono sempre
hanno le case più grandi,
le macchine più veloci,
le mamme più belle
i papà più forti e più simpatici,
fanno vacanze in posti da sogno,
ricevono regali fantastici
per il compleanno,
e il cinque di dicembre San Nicolò
passa a mangiare e bere da loro
latte caldo, biscotti e pandoro.

Li guardavo in faccia senza il coraggio
di smascherarli
mentre mentivano
e tutto era vero, e io dalla mia
avevo solo fantasie.

Il pomeriggio stuzzicavo il gatto,
invidiando i suoi occhi
esperti di giungla,
per avere i suoi graffi,
gli chiedevo con foga cieca
di cavarmi fuori il sangue.
Così il giorno dopo a scuola
potevo raccontare
com’ero caduto da cavallo tra i rovi,
com’ero precipitato col deltaplano,
come mi ero sporto troppo
dentro la gabbia della tigre.

 

 

LA MADRE

La madre spera solo
che il figlio non si droghi,
che stia in salute e il lavoro non manchi,
che sia felice e possa avere
quello che non ha avuto lei,
vedere il mondo giovane
franco della povertà, insomma
una moglie, poi i figli di una vita
normale, le solite cose.
Era così difficile?

Quanto mi vergogno, e quante
volte non mi sono addormentato
con il naso tappato piangendo
chiedendo scusa a mia madre
in silenzio in un’altra città
addormentata dalla fatica,
di essere alla fine un infelice.

 

 

RESIDENCE ORCHIDEA

Abitare edifici
annaffiando piante tropicali
in vaso, olivi in giardino,
rari esemplari di vegetazione
campestre e pedemontana.
Popolare terrazzi di stendini
orientando parabole
per privati lucenti
televisori lcd,
e le parole freddine la sera
d’estate coi vicini.

Scavare fosse
allargare fosse
e seppellirvi fondamenta.
Poi germogliano i debiti
ogni fine del mese incontenibili
come liane, bellissimi fiori
infestanti e carnivori.

 

 

Nota Biografica.

190cc8_75e40b3efefc4538a8727c1c28e3603eIgor De Marchi è nato a Vittorio Veneto, dove vive e lavora come artigiano, nel 1971. Ha esordito nel 1996 pubblicando La terra del fuoco (Campanotto, Udine), seguito nel 2003 da Resoconto su reddito e salute (Nuovadimensione, Portogruaro), con la prefazione di Umberto Fiori. Sue poesie sono raccolte nelle antologie L’Opera Comune (Atelier, Borgomanero 1999) e Transiti (Amos Edizioni, Venezia 2001). Dopodiché pubblica solo stampando in proprio due plaquette fuori commercio in tiratura limitata di 48 copie per gli amici: la prima Fortune nel giugno del 2007, la seconda Tropico Fantasma nell’ agosto del 2008. L’ultimo libro  Darwiniana (Amos Edizioni, Venezia) è del 2015.

“Una stirpe incognita” di Fernando Pessoa.

14958449_10211319953895427_830941579_n« Non so cosa mi porterà il domani», questa è la frase che Fernando Pessoa annota sul letto di morte. Questa è la frase che chiude un’intera vita, se per questo autore di interezza si può parlare. Il suo valore in riferimento a chi l’ha scritta è retroattivo: Pessoa ha sempre vissuto all’insegna della possibilità, perché è riuscito a vivere al di fuori del controllo di se stesso moltiplicandosi in altre persone, in altri pensieri in altre scritture. Con i suoi eteronimi, come direbbe Baudelaire è «vissuto e dolorato in altri che in me».
Conferma questa sterminata galassia l’ultimo volume edito dalla casa editrice milanese Edb (2016), per la collana “Poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta, “Una stirpe incognita”, a cura di Antonio Cardiello, con i disegni di Massimo Dagnino. Una scelta di tredici testi, di cui dieci assolutamente inediti e due tradotti per la prima volta in italiano. Seguendo la poliedricità del poeta portoghese la scelta spazia tra alcune liriche, che abbracciano più di vent’anni di vita, pezzi filosofici, di argomento religioso e sarcastiche considerazioni sul beneficio del «miglioramento e l’organizzazione del sistema ferroviario» in Italia, e sulla modernità tutta.
Così come quell’ultima frase ha valore per tutta la vita di Pessoa e di apertura verso il futuro, in una di queste prose la voce di «JC» (con la solita tagliente ironia dell’autore) tocca il motivo della posterità: «molti parleranno di me come se io fossi un determinato uomo in un determinato luogo e soggetto a un determinato modo di essere. Altri parleranno di me come se io non fossi mai esistito». Ma la posterità si rivela fittizia, soggetta all’arbitrio di chi verrà dopo, poco importante poiché anche lei non può fuggire il destino unico delle cose e del mondo: «Alcuni mi chiameranno Dio, altri Uomo, altri ancora Nessuno. Ma io vi vengo a dire, nel caso vi interessi saperlo (potreste volerlo), che Dio e Uomo e Nessuno sono la stessa cosa, e che questa cosa sono io stesso». Una volontà, che sembrerebbe far vela verso il desiderio di sparire; Pessoa rimane tra noi come uno dei vertici della letteratura mondiale ma il suo progetto di sparizione appare pienamente riuscito. I suoi eteronimi lo hanno assimilato, ma come un’epoca assimila l’altra, come Alvaro de Campos asserisce: «Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette soltanto l’intelligenza che aveva di questa sensibilità. Riguardo all’emozione siamo noi; per quanto riguarda l’intelligenza ci disperde; così, mediante ciò che ci disperde che sopravviviamo». Rimane negli eteronimi solo l’intelligenza, il ricordo della forma che li ha generati. Come una «stirpe incognita» nutrono in loro una nuova emozione: nucleo originario che riceve ed espelle il mondo, i suoi stimoli, mischiandovisi. Di questa sparizione che contiene in sé la traccia dello sparito, Massimo Dagnino sembra aver fatto tesoro; con la tavola (e il suo “scarto”) che precedono la sezione del libro intitolata “eteronimi”. Il volto di una persona (un ragazzo, un uomo?) si forma sulle curve di livello e di profondità di una carta nautica, al limitare tra il mare e un pezzo di costa. All’altezza degli occhi un’apertura su un cielo siderale impedisce l’identificazione.

pessoaLa parte mancante, quella che specifica, permette il profilarsi della figura di un altro, che è lui stesso. L’effettivo si comporrà per «metonimia» più avanti, in un altro luogo; ad esempio nel suo libro d’artista, intitolato “Pessoa”; pubblicato contemporaneamente dalla stessa casa editrice. Un formato inusitato, che non risparmia la forma libro, nel quale l’autore affronta il poeta lusitano in un’altra prospettiva: attraverso il segno un alzato di quartiere diventa un molo da cui si irradiano temi pessoani. L’univerbazione immette elementi parassitari: il veliero tarlato da un insetto sbreccia la distanza geografica e temporale, ambienti, motivi e visioni si fondono in una metamorfosi continua; come il virare al verde rame del supporto usato per libro (un’eliocopia) che liquida i confini tra sfondo e “linea”; come il camaleonte, disegnato, cambia colore non per proteggersi, ma per «sentire tutto in tutte le maniere» direbbe ancora Campos.

                                                                                                                        Davide Cortese

img_6869-copia

Massimo Dagnino, Pessoa, matita su eliocopia, 2016.

Nota biografica.

220px-216_2310-fernando-pessoaFernando António Nogueira Pessoa è nato a Lisbona nel 1888, città nella quale è morto nel 1935.  E’ stato un poeta e scrittore portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese di tutti i tempi, e considerato uno dei poeti più importanti e rappresentativi del XX secolo. La sua opera è vastissima, dalla poesia alla prosa, all’aforisma. Uno dei suoi libri più belli tradotti in Italia è Poesie esoteriche uscito per l’editore Guanda tradotto da Francesco Zambon e Sogno un sogno di Dio.

Abraham Gragera, poesie parte 1.

Gragera02Sempre in attesa dell’imminente uscita del nuovo “Almanacco del Ramo d’Oro”, proponiamo un autore spagnolo, Abraham Gragera (Madrid 1973), che era stato pubblicato in presa diretta dalla nostra testata diversi anni fa (vol. 9/2007). Allora era un giovanissimo poeta appena antologizzato – Veinticinco poetas  (Hiperion, Barcellona 2003) e Io è altro  (Dvd, Barcellona 2002) – oggi è un nome sicuro nel panorama contemporaneo iberico e ha pubblicato diverse raccolte: Deviazioni e dimore  (Antojo, Madrid 1999), Addio alla epoca dei grandi caratteri  ( Pre-Textos, Valencia 2005) e Il tempo meno solo ( Pre-Textos, Valencia 2012).    

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

 

 

*

ADIÓS A LA ÉPOCA DE LOS GRANDES CARACTERES

 

De algún modo, tú siempre lo has sabido, pero cuántas novelas permanecen sosegadas ahí, sobre la alfombra, a merced del no tan robusto suelo, abiertas por donde nada ha sucedido aún. Y las dimos sin más, por terminadas, para buscar alojo entre el pasado y la gramática, donde cualquier alivio es soledad…

 

Ah el presente, derroche virtuoso de la curva antes de la aparición de los rincones. Parece que no llega a suceder.

 

Alzar ahora la voz en este cuarto vulgar de primer piso, vertedero de armarios y secretos generalizables, resulta algo ridículo, aunque también lo sea depurar ciertas palabras de su exceso de infinito.

 

Así, la telaraña dice adiós a la época de los grandes caracteres, mecida por el aire, la presa, el cazador…

 

Así el pasado planta cada lugar en el lugar preciso y asienten, prometeicos, los objetos, porque no son justificables, aunque se les juzgue, también, por lo contrario, forzando a los decoradores a oficiar de guionistas.

 

Y aquí es donde entras tú, con tus ropas a medio poner, rodeada de tajantes precipicios. Las olas sonrien, desdentadas. Las venas restallan, emotivas, tensas en los violines del deseo cuando tañen su no feroz a las intrerpretaciones para sobrevivir a los profesionales de la insatisfacción. Y al destino, que siempre será romántico, de la arena a la actualidad.

 

Así responden los ahogados al disimulo de los peces y se venden más clásicos sin anotar en los supermercados.

 

Digamos sólo fue o volvió, la ola. El resto no es burla, ni venganza, sino un malentedido que cada uno trata de revolver a su favor, como buscar el pájaro que canta entre follaje y ver únicamente el serrín del taxidermista.

 

Retorcido, aunque no tanto como acusar a los árboles de manierismo. O al viento, que todo lo enarbola, de adelantarse a las manos y susurrar entre dos cuerpos, como un desalinado mayordomo: reportaos.

 

 

*

ADDIO ALLA EPOCA DEI GRANDI CARATTERI

 

In qualche modo, lo hai sempre saputo, ma quanti libri rimangono lì tranquilli sul cuscino, abbandonati al pavimento pericolante, aperti nel punto dove non è ancora successo niente. E li abbiamo considerati conclusi, pronti a cercare alloggio tra il passato e la grammatica, dove anche il sollievo è solitudine…

 

Ah il presente,spreco virtuoso della curva prima degli spigoli. Sembra che non riesca a succedere.

 

Alzare la voce adesso in questa povera stanza al primo piano, deposito di armadi e di segreti generalizzabili,risulta un po’ ridicolo, sebbene lo sia pure depurare certe parole dal loro eccesso d’infinito.

 

Così, la ragnatela dice addio all’epoca dei grandi caratteri,dondola nell’aria, la preda, il cacciatore…

 

Così il passato pianta ogni luogo in un luogo preciso e stanno, prometeici, gli oggetti, perché non sono giustificabili, nonostante li si giudichi, anche, per il contrario, forzando i decoratori a fare i drammaturghi.

 

E qui è dove entri in scena tu, mezza vestita, circondata da precipizi affilati. Le onde sorridono, sdentate. Le vene schioccano, emotive, tese nei violini del piacere quando suonano il loro no feroce alle interpretazioni per sopravvivere ai professionisti dell’insoddisfazione. E al destino, che sarà sempre romantico, dalla sabbia all’attualità.

 

Così rispondono gli affogati alla dissimulazione dei pesci mentre, inosservati, si vendono più classici nei supermercati.

 

Diciamo solo fu o tornò, l’onda. Il resto non è una burla, né una vendetta, ma un fraintendimento che ognuno cerca di risolvere a suo favore, come chi cerca l’uccello che canta tra le foglie e vede solo la segatura del tassidermista.

 

Ritorto, anche se non tanto da accusare gli alberi di manierismo, o nel vento, che tutto inalbera, per arrivare prima delle mani e sussurrare tra due corpi, come un maggiordomo scomposto: riferite.

 

Traduzioni di Alberto Pellegatta.

 

 

 

Nota biografica.

Abraham Gragera è nato a Madrid il 19 novembre del 1973, è un poeta spagnolo di lingua castigliana. Laureato in Arte all’Università di Salamanca. Le sue poesie si trovano in diverse antologie sulla poesia spagnola recente.

 

 

Edward Carpenter – L’amore diventa maggiorenne

In attesa del nuovo numero dell’«Almanacco del Ramo d’Oro», dedicato a Poesia e Visione, proponiamo un autore pubblicato tempo fa sul cartaceo della rivista.

«Se io sono un profondo stagno, Edward Carpenter è il mare», scrisse E.M. Forster nel 1931, descrivendo Carpenter (Brighton 1844) come «un poeta, un prosatore, un profeta, un socialista, un mistico, un laburista, un antivivisezionista, un critico d’arte». E infatti, ispirandosi a Karl Ulrichs e Walt Whitman, pubblicò diverse opere in prosa e in poesia, soprattutto d’argomento storico e polemico. Celebre il suo Love’s Coming-of-Age (1896), che proponiamo nei suoi passaggi salienti, per la grande attualità del tema. Ricordiamo anche Intermediate Types among Primitives Folk (1914) e Homogenic Love and its place in a Free Society, usciti nel 1895, l’anno del processo a Oscar Wilde. Carpenter fu un lucido utopista, precursore dei movimenti per i diritti civili: «Immagino un millennio di libertà e gioia sulla Terra – un millennio non di ricchi, non di facilitazioni meccaniche e intellettuali, assolutamente non di immunità dalla malattia e dal dolore, ma un tempo in cui uomini e donne possano entrare in relazione con i loro corpi». Animò i laburisti britannici e fu professore a Cambridge, troppo avanzato forse anche per i nostri tempi, è ricordato specialmente per il poema Toward Democracy:

 

Il sole, luna e stelle, erba, e l’acqua che scorre sulla Terra, la luce leggera del paradiso:

salute. Da dietro a tutte queste cose, trapassandole, vi mando mie notizie.

 

Alla fine la libertà!

Cercata, invocata a lungo – per anni e anni:

il peso cui continuamente ritorno, seduto qui, calzando scarpe pesanti, già morto e sepolto, passato al paradiso senza possibilità di ricerca;

(Che cosa vuoi sapere se non ciò che ti ho trasmesso?)

E la gioia, iniziata senza finire – viaggio dei viaggi –, il pensiero messo a tacere:

 

Queste cose io, scrivendo, ti traduco – lucido lo specchio e te lo metto in mano…

 

 

La passione sessuale

 

Mentre la gloria del possesso pervade e abbellisce tutta la natura, mentre i fiori si irradiano e risplendono alla luce del sole nell’estasi della generazione; mentre le narici degli animali si dilatano e le loro forme, sotto l’impeto della passione, diventano istinti di fiera bellezza infiammata; mentre persino l’amante umano si trasforma e, nei grandiosi splendori delle montagne e del cielo, vede cose che prima erano velate – è curioso che proprio l’uomo spezzi la magia della natura insinuando dubbi, conflitti e divisioni, dove prima regnava un’inconscia armonia.

Heine dice da qualche parte che l’uomo che ama senza successo apprende di essere un dio. E forse solo quando la grande corrente dell’amore sessuale è ostacolata e posta in conflitto con altri parti del suo essere, solo allora l’intera natura dell’uomo, sessuale e morale, sotto uno sforzo tremendo si solleva alla piena coscienza di sé e rivela nel fuoco le proprie qualità divine. È chiaro, penso, che se vogliamo trattare razionalmente il sesso, senza superstizione da un lato, né licenza dall’altro, dobbiamo ammettere che sia la soddisfazione sia l’insoddisfazione della passione siano desiderabili e piacevoli.

Insegnare al bambino apertamente la relazione fisica con la madre, la sua lunga dimora nel corpo di lei, e il profondo e sacro legame di tenerezza che ne deriva; e poi in seguito, spiegargli la relazione di paternità e come all’amore reciproco dei genitori debba la propria esistenza: tutto ciò è semplice e naturale, almeno per la giovane mente, e non eccita nell’animo alcuna sorpresa, alcun senso di disagio, ma solo gratitudine e una specie di tenera meraviglia. L’opinione pubblica, la letteratura, il costume, le leggi, sono saturati dalla nozione d’impurità del sesso, e rendono così sempre più difficile il riconoscimento della sua innocenza. I nostri figli raccolgono le prime cognizioni sull’argomento per strada. I piccoli che si bagnano nei sobborghi delle nostre città sono arrestati da stupidi poliziotti infuriati alla vista di un corpo nudo… Finché questo sudicio e triste sentimento sul corpo umano non sarà rimosso, ci sarà ben poca speranza per una vita pubblica libera e gradevole.

 

L’uomo immaturo

 

L’uomo, il maschio umano ordinario, è un animale curioso; mentre egli assoggetta il mondo con il suo coraggio, con destrezza e attività, nelle cose d’amore è per lo più un bambino. La passione lo domina; non riesce a cavalcare il leone come si favoleggia abbia fatto Arianna. In ciò differisce dall’altro sesso e la differenza si manifesta fin dai primi anni. Quando il bambino gioca al cavalluccio, la bambina accarezza la sua bambola; quando l’adolescente, smanioso di domare un vero quadrupede, ignora il potere dell’amore, la diciassettenne ha già perduto e riconquistato varie volte il suo cuore, si è perfezionata in tutte le raffinatezze del sentimento. Per l’uomo adulto l’amore rappresenta poco più di un passatempo. Gli affari, la politica, la guerra, il profitto, l’arte, l’industria formano le sue occupazioni: gli affetti sono il suo riposo. Con la donna invece succede il contrario. Il punto è che l’uomo con la sua possente e disordinata natura ha dominato in tutti questi secoli l’altro sesso e si è reso giudice della società, una società avanzata intellettualmente e nelle invenzioni meccaniche, animata da passioni smisurate, ma piena di confusione e di lotta – una società che dal lato materiale potrà anche sembrare un successo, ma dal lato umano e affettivo pare a volte un completo fallimento.

L’immaturo, dal carattere poco evoluto, lo ritroviamo comunemente tra gli uomini che organizzano il mondo moderno – uomini della buona borghesia inglese. Non impara molto dai maestri; tira avanti tra gli spintoni dei compagni di cricket raffinando un’eccellente capacità organizzativa e una salda presa sul lato pratico della vita, qualità che dà alle classi governanti inglesi una missione nel mondo simile a quella che avevano i Romani nei primi tempi dell’impero. Gli viene anche inculcato un certo ideale d’onore scolastico e di giustizia, ideale di un valore molto discutibile, limitato e convenzionale e che riesce, tutt’al più, a sollevarsi al concetto di dovere e sacrificio, mai a quello d’amore. Non ha nessuna battaglia da combattere, nessuno sforzo da compiere, e non capisce nulla della vita reale: se la passa allegramente, sposa in genere la donna che più gli piace, o si consola con qualche gioia extramatrimoniale; infine si accomoda placidamente nella routine e nella convenzionalità della propria professione – immagine di un bue soddisfatto. Così gli uomini che oggi hanno il comando del mondo sono immaturi in tanti ambiti, non sono mai diventati maggiorenni. Qualunque sia il loro posto, senatori o deputati, ufficiali o medici, avvocati o preti o dottori, giudici o esploratori, fondatori di grandi trust, capitani d’industria, governatori, la cosa non cambia. Togliete le insegne distintive del loro ufficio e del loro grado, e vi troverete sotto nient’altro che un ragazzetto di scuola. Certo è irritante il pensiero che i destini del mondo, l’organizzazione della società, le meravigliose possibilità della politica, gli immensi portati dell’industria e del commercio, l’amore della donna, le vite dei criminali, la sorte delle nazioni selvagge, tutto, sia nelle mani di un simile gruppo di idioti.

 

Il sesso intermedio

 

Il senso crescente di uguaglianza nelle abitudini e nei costumi – gli studi universitari, l’arte, la musica, la politica, la bicicletta ecc. – ha contribuito a produrre un ravvicinamento tra i sessi. Se la donna moderna è, sotto certi aspetti, più mascolina di quella che l’ha preceduta, l’uomo moderno, pur non essendo effeminato, è un po’ più sensibile nel suo temperamento e più artistico nei suoi sentimenti del primitivo Zio Sam. Si comincia insomma a riconoscere che i sessi non devono formare due gruppi isolati, ma rappresentano i due poli di un unico gruppo, la razza umana; cosicché, mentre gli estremi di ciascun polo divergono grandemente, ve ne sono molti nella regione intermedia che, pur differendo fisicamente come maschi e femmine, sono molto vicini tra loro per emozioni e temperamento. Si direbbe quasi che la Natura, nel mischiare gli elementi che servono a comporre ciascun individuo, non mantenga ben separati i due gruppi d’ingredienti che costituiscono i due sessi, ma spesso li getti incrociandoli in modo piuttosto sconcertante; con saggezza, dobbiamo pensare, se una severa separazione degli elementi fosse stata sempre mantenuta, i due sessi sarebbero stati spinti a latitudini troppo lontane e avrebbero completamente smesso di comprendersi.

Gli Urani (Urano era considerato il cielo dell’affetto più elevato, NdR) sono tutt’altro che rari e formano una numerosa classe sotto la superficie della società… non sentendosi compresi, questi individui tendono a nascondere i loro veri sentimenti a tutti… Prima si riteneva senza discussioni che questo tipo fosse semplicemente il risultato di una malattia e di una degenerazione, ma ora risulta chiaro che molti di essi sono magnifici e sani campioni del loro sesso, muscolosi e ben sviluppati nel corpo, con un cervello potente e un’alta condotta, senza nulla di anormale o di morboso nella loro struttura fisica… Spesso una tale persona è un sognatore riservato, spesso un musicista o un uomo colto, corteggiato in società – società che pure non lo capisce. Altre volte però è un figlio del popolo, senza alcuna cultura, ma sempre con una speciale innata raffinatezza. Certo è notevole come alcune delle più illustri guide dell’umanità e dei più grandi artisti fossero interamente o in parte dotati d’indole uranica – come Michelangelo, Shakespeare, Marlowe, Alessandro Magno, Giulio Cesare e, tra le donne, Cristina di Svezia e Saffo.

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

Nota Biografica.

4922570835_747f87bfdcEdward Carpenter (Brighton, 29 agosto 184429 giugno 1929) è stato uno scrittore e poeta inglese. Militante socialista, fu cofondatore della Fabian Society e uno dei primi attivisti del movimento di liberazione omosessuale; ha avuto una profonda influenza sia su D.H. Lawrence che su Edward Morgan Forster. In Italia è stato pubblicato qualche anno fa il volume Verso la democrazia per l’editore Carabba, a cura di Papini G.   

“Bisestile di poesia 2016”

13325510_984427951626690_1818485350658350107_nA quasi nove anni dalla ripresa delle attività la collana “ Poesia di ricerca” (diretta da Alberto Pellegatta), pubblicata per le edizioni milanesi Edb, congeda il “Bisestile”: volume a ventiquattro voci che riunisce inediti di tutti gli autori finora pubblicati, con l’aggiunta di alcuni nomi nuovi provenienti  dal panorama poetico italiano e mondiale. Ad aprire il volume Antonella Anedda che si concentra sul ricordo, creatore di «nessi» con le persone scomparse: il “rapporto” resta vitale ristrutturandosi, insaturo, proprio nell’atto del ricordare. Seguita da Antonio Gamoneda, massimo poeta spagnolo, modulando i componimenti in ipermetri pone una rinnovata percezione del mondo che vede inizio e centro il corpo. I lavori inseriti sono anche una piccola anteprima del libro prossimamente in uscita: “Descrizione della menzogna. Breve antologia”. Insieme a questi due poeti inglesi inglesi: Sam Riviere e Matthew Gregory, affiancati da giovani emergenti, e non,  italiani come la friulana Stefania Buiat: nei suoi lavori l’amore è una distanza irriducibile: dislocamento costante tra le persone che compone la materia stessa del sentimento. Il rapporto si ritrae in una dimensione esclusiva in cui la «percezione delle cose» falsifica ogni azione rendendola vana. E’ possibile solo prendere una pausa, “rivolta” virtuale che, però, riconduce al punto di partenza; o Piero Simone Ostan, di Portogruaro, posa il suo sguardo su condomini, centri commerciali: sono produttori di «mantra d’attesa» che hanno il compito programmatico della separazione («le nostre vite sono lontane un muro/ ma corrono parallele, per caso»); e il milanese Pancotti che espropriando strutture estranee innesta pezzi di vissuto, non riescono a comporsi come discorso personale: la volontà sovrasta le possibilità dell’occasione.
In questi anni la casa editrice ha iniziato a imporsi sulla scena letteraria, differenziandosi dalle altre “piccole”: Edb ha puntato tutto sulla qualità della materia proposta, offrendo uno spaccato sulla poesia contemporanea. Attraverso la formula del volume in doppio è stato proposto  un confronto tra autori: l’avvicinamento di due personalità differenziate da formazione, esperienze e provenienza culturale ha mostrato le diverse soluzioni formali attuabili; ad esempio l’ultimo volume edito “The Most Natural Thing” dove i due autori, mai pubblicati in Italia, Mario Pera e David Keplinger, rispettivamente peruviano e statunitense, affrontando comuni problematiche impiegano l’uno la forma del poemetto l’altro la prosa poetica. Proprio su quest’ultima scelta il “Bisestile” si rivela un ottimo strumento di studio comparato; Carsten R. Nielsen ne è occasione: a differenza di Keplinger che si orienta verso un’anamnesi del reale, il poeta danese declina il poemetto in prosa verso il racconto della realtà, resa inquietante dalla presenza di oggetti bizzarri e situazioni oniriche.

Disegno di Massimo Dagnino, “Pozza delle murene”, matita su fotocopia, 2015.

La «ricerca» si riverbera anche nella composizione dei volumi: la presenza costante di opere grafiche mette in gioco una «paratassi» tra i due linguaggi: i disegni non rimangono semplici illustrazioni, ma si presentano come un’ulteriore riflessione. Il perfezionamento e l’approfondimento dei percorsi di studio e delle proprie ossessioni è la motivazione che riunisce gli autori già pubblicati, gli inediti assumono la valenza di un continuo lavoro ed evoluzione. Mary B. Tolusso approfondisce il rapporto con la morte: il ricordo ne è parte integrante ed è presentato in due modalità, quella che non  riesce a fissare i dettagli, scivolano imprendibili configurati soltanto come un «sogno. Un cadavere tragico»; l’altra coniuga il ricordo al futuro, l’incombere costante della fine che inchioda a cui si vorrebbe opporre l’incontro dei corpi. Anche Jack Underwood, inglese, è interessato alla morte ma, a differenza della poetessa triestina, l’ affronta servendosi dell’ironia: «O drunk DEATH, go home. We like our dyng lives./ Have a big glass of water and think about it». Luca Minola da prova di un’importante maturazione rispetto ai suoi primi lavori: il canto si allunga e si struttura. Depositata al di là della «penombra dei gesti» la riflessione prende forma nell’incontro con elementi spaziali, i limiti che costringevano il vissuto si allentano: «Spingi le precisazioni, la ricerca non tace più/ l’ossigeno si alza dalle vie, riempie le ossa./ Si perlustrano le vie, i grandi dormitori». Se il poeta bergamasco proietta in avanti la ricerca Francesco Maria Tipaldi lavora invece in maniera orizzontale approfondendo una forma collaudata. Un linguaggio “forte e d’impatto” articola un mondo percepito in preda a un loop: costituito dai processi biologici più elementari, avvertiti in un misto di innocente fascinazione e orrore di prendervi parte («bisogna preferire/ l’orrore di stare al mondo a quello di uscirne?»). In connessione geografica Stelvio Di Spigno. Nei due inediti proposti approfondisce la disposizione del discorso poetico in una forte prosodia: affronta la morte, e l’indifferenza di cui è prefigurazione; opponendo a queste la rivalutazione di un certo sentimentalismo.

image description

Massimo Dagnino, “Ritmica spezzata”, matita su carta, 2015.

Massimo Dagnino, lavora su folle di ritmi e linguaggi (fautore dei disegni, anche, di questo volume): scelte formali inusitate, come l’acrostico, generano, all’incrocio tra le lettere del nome e l’inizio dei versi,  il luogo che proietta la concretezza della persona “ritratta”; verrà poi a torcersi ulteriormente: il divenire del linguaggio continua a veicolare senso e analisi; o come nella poesia a Lorenzo: dove un prosimetro dissimulato, nei primi due versi volutamente prosastici, crea un’esitazione al canto. Il poeta genovese, scardina ogni convenzione depositata e vincolante attingendo dalla «rovina» e liberando «l’occultato». Anche Federica Moccia si rivela sperimentatrice di ritmi e possibilità delle immagini. Appaiono scenari di confine che si corrodono nel loro disporsi («Luci segate dalla notte»); diverse parti di vissuto si sfiorano dando origine al trapasso verso un «insensato mattino». Alberto Pellegatta introduce l’ereditarietà della costrizione: «un calamaro che muove(…)/ i suoi tentacoli» concetti, linee guida che ci hanno formati nelle età, continuano a ripercuotersi nel tempo attivando un «dolore (…) oleoso». Occorre verificare, eliminare gli elementi estranei per accedere infine a se stessi: un processo di distruzione («le scariche,il trauma») e ricostruzione che «a poco a poco/ diventi libertà». Lo studio formale si rivolge sia alla prosa poetica che alla scansione in versi: questa è posta all’insegna della contiguità: la tensione ritmica si stempera, facendo procedere il dettato per unità avvicinate.

Già in “Mea infera caro” Silvia Caratti aveva proposto un dettato indirizzato alla precisione, all’essenziale. Lo studio presente radicalizza al massimo l’asciuttezza del discorso, pur senza contrarre il verso: l’autrice si libera di ogni compiacimento o remora culturale, caratteristiche di molta poesia contemporanea, lasciando emergere l’emozione pura e terribile nella «santità del silenzio», emergendo non chiede altro se non chiudere «le orecchie per non sentire/ e fermo è il cuore, per non sentire».
La scrittura di Carla Saracino è attraversata da una vena erotica: s’impone sull’ambiente circostante fino a diventare un «incendio [che] devasta il paesaggio»; salvo poi rientrare, incanalata da un «dovere»: la carica vitale frena lasciando dietro di se soltanto i «dolori (…) del fango finale». Manuel Micaletto, classe 1990, è il più giovane autore del “Bisestile”. Dando prova di una sorta di padronanza dei registri, impiega uno “Stile avanguardia”: strutturato attraverso la commistione di un linguaggio specializzato, torcendolo dal proprio settore, e il linguaggio comune. Passando poi a una concezione molto più lirica del discorso che dilata la riflessione e il ritmo delle immagini.
Oltre all’interesse per la poesia contemporanea Edb ha posto la sua attenzione alla riproposizione di classici come il “Giacomo Joyce” di un James Joyce impegnato nello sviluppo della prosa poetica; oppure nella ristampa di libri ormai fuori catalogo e divenuti introvabili: “Paradossalmente e con affanno” plaquette del 1971, primo lavoro di Maurizio Cucchi inserito nel volume di inediti “Rebus macabro”; o ancora “Il cervo applaudito” di Leopoldo Maria Panero, spagnolo, scomparso nel 2014, sconosciuto in Italia ma che già si è trovato oggetto di una tesi di laurea, particolare questo che dimostra la diffusione e l’importanza che vanno assumendo queste pubblicazioni nel nostro paese.

 

Davide Cortese

 

 

 

Nota biografica

IMG-20160604-WA0000Davide Cortese è nato a Genova, dove vive,  il 7 giugno 1994. Studia alla Facoltà di Lettere moderne,  sue recensioni sono state pubblicate in Nuovi Argomenti – Officina poesia. Si occupa del rapporto poesia e arti figurative.

Poesie inedite di Michele Lazazzera.

13281984_1715344978679966_233684721_nMichele Lazazzera è un poeta davvero giovane. È nato nel 1995 a Pisticci, una cittadina marittima della provincia di Matera. Studia Architettura all’Università degli Studi di Roma e queste sono tra le prime poesie che pubblica. Scegliamo quattro testi rappresentativi in cui le immagini, originali e partecipate, sono scortate da un versificazione controllata in piena maturazione. Nei suoi testi confluiscono situazioni quotidiane che improvvisamente virano all’incantesimo. I processi descrittivi sono carichi di senso e non semplici didascalie, il pensiero è vigile e pronto all’ironia.

                                                                                                                    Alberto Pellegatta.

 

*

La notte non si spegne nelle video slot
nelle sale virtuali dei cinesi non arriva –
in piazza solo un po’ prima.

Non un sinonimo per bendarti gli occhi
ma l’elemosina delle strade, cruda città
che si fa giorno e, meglio, calma

della finestra che trema sui processi.

 

 

*

L’insegna decide il panorama
nel regno della polvere.
La casa che abitavano i nonni è
senza i nonni e forse senza stanze.
Dove c’era la boutique di tessuti
ora non c’è niente, via anche l’idea.

I vicoli si riempiono e si svuotano
come corpi bagnati e si gonfiano
nella gola nei sottopassaggi
di ogni cosa casa autostrada scuola.
Puoi cambiare ricordi ma cominciano
le lamentele, ragnatele di lame nelle orecchie.

 

 

*

La giostra trasforma gli oggetti
in muscoli, in memoria
e intanto il senso perde tempo:
i flussi diventano ombre, segni
negli specchi elettrogeni,
intermittenti come immersioni
e cicatrici.

 

 

*

Quando non si mastica la lingua
tace nei boschi ipnotici
e congela sui semafori.

Metà del cervello con i delfini
negli accumuli forti,
nuotando e dormendo.

Quando i pensieri si fanno rossi
come minuscoli ragni elettrici
evapora il bianco delle unghie.
Il tuo punto di vista cade
sulle lenzuola.

Le roulotte incendiate
e ancora questi alberi
che non parlano
dietro le pareti
con una voce che li divide
e chiama a casa.
Noi siamo qui, ci sono dentro.

 

 

Nota biografica.

Michele Lazazzera è nato nel 1995, a Pisticci, una cittadina marittima della provincia di Matera. Studia Architettura all’Università degli Studi di Roma. Sue poesie sono apparse su la rubrica “Vivere Milano” e sulle riviste “Poliscritture” e “L’ombra delle parole”.

“Libro del freddo” di Antonio Gamoneda.

il-libro-del-freddoParlare di Antonio Gamoneda è parlare della poesia stessa. E’, non solo il più grande poeta spagnolo vivente ma anche uno dei più importati sul piano internazionale. Gamoneda è figlio della maggiore tradizione poetica di lingua spagnola, che va da Luis de Gongora a Federico Garcia Lorca e da Antonio Machado a Juan Ramon Jimenez. Autore, che nella metà degli anni settanta, ha pubblicato, dopo la morte di Francisco Franco, il libro capolavoro “Descripcion de la mentira/Descrizione della menzogna” che riporterà alla ribalta il suo lavoro. Tradotto in Italia, dall’editore romano Empiria a cura di Sara Zanghì, da Città Nuova a cura di Valerio Nardoni, proprio con “Il libro del freddo”, pubblicato per la collana Versus diretta da Daniele Piccini e infine tradotto per il “Quadernario” di Lietocolle e per il “Bisestile” EDB da Alberto Pellegatta. “Libro del freddo” è un libro uscito ormai da sei anni ma come sempre la buona poesia dura e rimane attuale. Con la curatela di Valerio Nardoni che introduce il libro in maniera egregia e dettagliata, si resta colpiti dalla perfetta inflessione fredda e puntuale della prima poesia dell’autore: “Sento freddo vicino alle sorgenti. Sono salito fino a spossare il mio cuore./ C’è erba nera sui declivi, e violacei gigli in mezzo alle ombre, ma che ci faccio io davanti all’abisso?/ Sotto le aquile silenziose, l’immensità è priva di significato”. Gamoneda non nasconde gli abissi dell’umano che le sue parole vogliono tradurre. Il freddo presentato fin dal titolo non è altro che la morte, l’avviarsi di questo estremo passaggio viene dotato di un enorme e ragguardevole amore per la materia. La carnalità, la finitudine del corpo umano sono vissuti e intesi come unica e sola eternità. La metafisica del corpo si spegne nella sua essenza materiale e mortale. La luce è un canale che Gamoneda usa per le immagini, per esplorarne i materiali vivi, per ossidare i contenuti fino a renderli altro: “Davanti alle vigne bruciate dall’inverno, penso alla paura e alla luce (una sola sostanza dentro i miei occhi),/penso alla pioggia e alle distanze attraversate dall’ira”. La scrittura di Gamoneda si mescola veloce e attiva alle pazienti e misteriose avversità del corpo, fino agli odori di un sacrificio assurdo. Le avversità celebrano il fisico in una forma fatale e misera, lasciando lo sguardo come unica e sola prospettiva, l’oltraggio non è la vita ma la disgrazia della morte, la rinuncia e suoi limiti: “Distendo il mio corpo sulle assi screpolate dalle lacrime, odoro l’ombra e l’olio di lino./ Ah la morfina dentro il mio cuore: dormo con gli occhi spalancati davanti a in territorio bianco abbandonato dalle parole”. Questo abbandono viene sopportato con mirabile maestria e pazienza, quasi come una gioia per questa nostra mortalità ormai indescrivibile. La poesia di Antonio Gamoneda vive i territori come metafore della mente. Il colore bianco sprigiona la sua spossatezza in un equilibrio che acceca. Le parole sono utilizzate con estrema radicalità, il poeta esprime l’inesprimibile e i passi rallentati di ogni materia. L’organico si esprime con la vita e con la morte. La malattia è sempre in attesa di guastare ogni stabilità: “Era veloce sopra l’erba bianca./ Un giorno sentì ali e si trattenne per ascoltare in altra età. Certamente, pulsavano petali neri, però invano: vide i duri tordi allontanarsi verso i rami acuminati dall’inverno/ e tornò ad esser veloce senza meta”. Gelo e freddo per ogni età se la morte è un progetto insuperabile. In questa gelida verità si sprigiona tutta la bellezza possibile della grande poesia di questo autore, unico e inimitabile nel suo genere. “Libro del freddo” è decifrare la vertigine di memoria e realtà. L’insuperabile speranza è la sottrazione, l’abbandono completo alla sparizione di sé e degli altri: “Ho amato le sparizioni e ora l’ultimo volto è uscito da me./ Ho attraversato le cortine bianche: ormai c’è solo luce nei miei occhi”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

da “ancora”

*

Parlano le sorgenti nella notte, parlano nei magneti del
silenzio.

Sento la soavità delle parole dimenticate.

 

da “sabato”

*

Sono nudo davanti all’acqua immobile. Ho lasciato i
miei panni nel silenzio degli ultimi anni.

Era questo il destino:

arrivare sull’orlo e aver paura della quiete dell’acqua.

 

“da freddo di limiti”

*

Odori le umide lenzuola, i tuoi acidi. questo resta di te,
uno spessore vivente.

Vedi lo specchio senza mercurio. E’ solo vetro sommerso
nell’ombra e lì dentro c’è il tuo volto. Così

tu stai dentro te stesso.

 

*

Tendono panni sterili, versano liquidi nell’avorio malato.

Un animale di luce si sparge sotto la tua pelle. Sotto le
cannule

ferve, azzurro, l’acciaio.

 

Nota biografica.

gamoneda3finalAntonio Gamoneda è nato a Oviedo nel 1931, è il più importante poeta spagnolo vivente.
Ha pubblicato quasi una ventina di libri. “Esta luz” raccoglie quasi tutti i suoi libri di poesia. E’ tradotto in sedici lingue. Ha meritato numerosi premi importanti, fra cui il Premio Cervantes nel 2006, il più importante premio al mondo di lingua spagnola. In Italia le sue poesie sono pubblicate in “Solo luce”, Empiria, 2009 e in “Libro del freddo”, Città Nuova, 2010. E’ in preparazione per l’editore EDB nella collana “Poesia di ricerca” a cura di Alberto Pellegatta, un libro con testi tratti dai suoi maggiori lavori e testi mai tradotti in italiano.