“Darwiniana” di Igor De Marchi.

igor-de-marchi-darwinianaIl nuovo libro di Igor De Marchi, “Darwiniana” (Amos, Venezia 2015), uscito a dodici anni da “Resoconto su reddito e salute”, conferma l’approccio ironico dell’autore: «Troppo intellettuale e idealista per fare l’imprenditore artigiano, troppo poco intellettuale e idealista per fare lo scrittore. Troppo pratico e decisionista per essere poeta tra poeti, troppo poco pratico e decisionista per fare affari con clienti e fornitori. Una via di mezzo: una specie che non serve a niente, che non si mostra e non si fa conoscere. Non c’è profitto, non c’è utilità, non una spiegazione. Solo un’insana e incomprensibile resa all’estinzione?//E ora alza il culo dalla sedia e lascia qui le carte, lasciale sul tavolo e vattene fuori. Se non per gli altri, fallo per te: dimostra come non sei un agnello e non sei uno squalo». De Marchi, pur preferendo una pronuncia piana e raffreddata, non rinuncia alla fantasia: «Un altro sogno fatto di notte:/acque torbide immote,/un leone marino che corre/dietro a un bassotto/a bordo strada sul terrapieno/in fila indiana». E passa dalla brevità di liriche come “Le ragazze sul campo da tennis” o “Vedere lontano” a testi più poematici come “L’ultimo uomo sulla luna” o “Un’amata descrizione”. Una scrittura, quella del poeta veneto, che riposa sotto un «cielo azzurro/fomentatore e neutrale», «chiaro acidato», tra «foglie luminose e senza denti» e «tra le coperte/come un fedele animale domestico».

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

ELEMENTARE

Gli altri bambini mentono sempre
hanno le case più grandi,
le macchine più veloci,
le mamme più belle
i papà più forti e più simpatici,
fanno vacanze in posti da sogno,
ricevono regali fantastici
per il compleanno,
e il cinque di dicembre San Nicolò
passa a mangiare e bere da loro
latte caldo, biscotti e pandoro.

Li guardavo in faccia senza il coraggio
di smascherarli
mentre mentivano
e tutto era vero, e io dalla mia
avevo solo fantasie.

Il pomeriggio stuzzicavo il gatto,
invidiando i suoi occhi
esperti di giungla,
per avere i suoi graffi,
gli chiedevo con foga cieca
di cavarmi fuori il sangue.
Così il giorno dopo a scuola
potevo raccontare
com’ero caduto da cavallo tra i rovi,
com’ero precipitato col deltaplano,
come mi ero sporto troppo
dentro la gabbia della tigre.

 

 

LA MADRE

La madre spera solo
che il figlio non si droghi,
che stia in salute e il lavoro non manchi,
che sia felice e possa avere
quello che non ha avuto lei,
vedere il mondo giovane
franco della povertà, insomma
una moglie, poi i figli di una vita
normale, le solite cose.
Era così difficile?

Quanto mi vergogno, e quante
volte non mi sono addormentato
con il naso tappato piangendo
chiedendo scusa a mia madre
in silenzio in un’altra città
addormentata dalla fatica,
di essere alla fine un infelice.

 

 

RESIDENCE ORCHIDEA

Abitare edifici
annaffiando piante tropicali
in vaso, olivi in giardino,
rari esemplari di vegetazione
campestre e pedemontana.
Popolare terrazzi di stendini
orientando parabole
per privati lucenti
televisori lcd,
e le parole freddine la sera
d’estate coi vicini.

Scavare fosse
allargare fosse
e seppellirvi fondamenta.
Poi germogliano i debiti
ogni fine del mese incontenibili
come liane, bellissimi fiori
infestanti e carnivori.

 

 

Nota Biografica.

190cc8_75e40b3efefc4538a8727c1c28e3603eIgor De Marchi è nato a Vittorio Veneto, dove vive e lavora come artigiano, nel 1971. Ha esordito nel 1996 pubblicando La terra del fuoco (Campanotto, Udine), seguito nel 2003 da Resoconto su reddito e salute (Nuovadimensione, Portogruaro), con la prefazione di Umberto Fiori. Sue poesie sono raccolte nelle antologie L’Opera Comune (Atelier, Borgomanero 1999) e Transiti (Amos Edizioni, Venezia 2001). Dopodiché pubblica solo stampando in proprio due plaquette fuori commercio in tiratura limitata di 48 copie per gli amici: la prima Fortune nel giugno del 2007, la seconda Tropico Fantasma nell’ agosto del 2008. L’ultimo libro  Darwiniana (Amos Edizioni, Venezia) è del 2015.

“Una stirpe incognita” di Fernando Pessoa.

14958449_10211319953895427_830941579_n« Non so cosa mi porterà il domani», questa è la frase che Fernando Pessoa annota sul letto di morte. Questa è la frase che chiude un’intera vita, se per questo autore di interezza si può parlare. Il suo valore in riferimento a chi l’ha scritta è retroattivo: Pessoa ha sempre vissuto all’insegna della possibilità, perché è riuscito a vivere al di fuori del controllo di se stesso moltiplicandosi in altre persone, in altri pensieri in altre scritture. Con i suoi eteronimi, come direbbe Baudelaire è «vissuto e dolorato in altri che in me».
Conferma questa sterminata galassia l’ultimo volume edito dalla casa editrice milanese Edb (2016), per la collana “Poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta, “Una stirpe incognita”, a cura di Antonio Cardiello, con i disegni di Massimo Dagnino. Una scelta di tredici testi, di cui dieci assolutamente inediti e due tradotti per la prima volta in italiano. Seguendo la poliedricità del poeta portoghese la scelta spazia tra alcune liriche, che abbracciano più di vent’anni di vita, pezzi filosofici, di argomento religioso e sarcastiche considerazioni sul beneficio del «miglioramento e l’organizzazione del sistema ferroviario» in Italia, e sulla modernità tutta.
Così come quell’ultima frase ha valore per tutta la vita di Pessoa e di apertura verso il futuro, in una di queste prose la voce di «JC» (con la solita tagliente ironia dell’autore) tocca il motivo della posterità: «molti parleranno di me come se io fossi un determinato uomo in un determinato luogo e soggetto a un determinato modo di essere. Altri parleranno di me come se io non fossi mai esistito». Ma la posterità si rivela fittizia, soggetta all’arbitrio di chi verrà dopo, poco importante poiché anche lei non può fuggire il destino unico delle cose e del mondo: «Alcuni mi chiameranno Dio, altri Uomo, altri ancora Nessuno. Ma io vi vengo a dire, nel caso vi interessi saperlo (potreste volerlo), che Dio e Uomo e Nessuno sono la stessa cosa, e che questa cosa sono io stesso». Una volontà, che sembrerebbe far vela verso il desiderio di sparire; Pessoa rimane tra noi come uno dei vertici della letteratura mondiale ma il suo progetto di sparizione appare pienamente riuscito. I suoi eteronimi lo hanno assimilato, ma come un’epoca assimila l’altra, come Alvaro de Campos asserisce: «Nessuna epoca trasmette alla successiva la propria sensibilità; le trasmette soltanto l’intelligenza che aveva di questa sensibilità. Riguardo all’emozione siamo noi; per quanto riguarda l’intelligenza ci disperde; così, mediante ciò che ci disperde che sopravviviamo». Rimane negli eteronimi solo l’intelligenza, il ricordo della forma che li ha generati. Come una «stirpe incognita» nutrono in loro una nuova emozione: nucleo originario che riceve ed espelle il mondo, i suoi stimoli, mischiandovisi. Di questa sparizione che contiene in sé la traccia dello sparito, Massimo Dagnino sembra aver fatto tesoro; con la tavola (e il suo “scarto”) che precedono la sezione del libro intitolata “eteronimi”. Il volto di una persona (un ragazzo, un uomo?) si forma sulle curve di livello e di profondità di una carta nautica, al limitare tra il mare e un pezzo di costa. All’altezza degli occhi un’apertura su un cielo siderale impedisce l’identificazione.

pessoaLa parte mancante, quella che specifica, permette il profilarsi della figura di un altro, che è lui stesso. L’effettivo si comporrà per «metonimia» più avanti, in un altro luogo; ad esempio nel suo libro d’artista, intitolato “Pessoa”; pubblicato contemporaneamente dalla stessa casa editrice. Un formato inusitato, che non risparmia la forma libro, nel quale l’autore affronta il poeta lusitano in un’altra prospettiva: attraverso il segno un alzato di quartiere diventa un molo da cui si irradiano temi pessoani. L’univerbazione immette elementi parassitari: il veliero tarlato da un insetto sbreccia la distanza geografica e temporale, ambienti, motivi e visioni si fondono in una metamorfosi continua; come il virare al verde rame del supporto usato per libro (un’eliocopia) che liquida i confini tra sfondo e “linea”; come il camaleonte, disegnato, cambia colore non per proteggersi, ma per «sentire tutto in tutte le maniere» direbbe ancora Campos.

                                                                                                                        Davide Cortese

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Massimo Dagnino, Pessoa, matita su eliocopia, 2016.

Nota biografica.

220px-216_2310-fernando-pessoaFernando António Nogueira Pessoa è nato a Lisbona nel 1888, città nella quale è morto nel 1935.  E’ stato un poeta e scrittore portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese di tutti i tempi, e considerato uno dei poeti più importanti e rappresentativi del XX secolo. La sua opera è vastissima, dalla poesia alla prosa, all’aforisma. Uno dei suoi libri più belli tradotti in Italia è Poesie esoteriche uscito per l’editore Guanda tradotto da Francesco Zambon e Sogno un sogno di Dio.

“Sonetti Reali” di Jacopo Ricciardi.

*

Sul tetto dei mari tutta la gente
Va, mentre il sole nei giorni alto splende,
Sull’enorme pietra dura vivente,
Camminando ormai magri senza tende,

Nella pianura che a loro mai mente,
Verso la notte che nel mentre scende
Quando ancora là nulla si sente.
In un lager di luce si rapprende

L’umanità di oggi, lunga fuga
Di morti. Resto accanto alla città
Irrequieta, con nel piatto la lattuga,

Alla finestra la mia serietà,
Il vessillo rosso che al vento ruga
Il vuoto cittadino dell’Età.

 

*

«Ma aspetta, va bene il vento contrario,
Andando nell’ignoto di bolina…»
Fece il nonno una volta all’Argentario
Per gioco con la di sua Fornarina.

Ma aspetta, va bene il vento contrario,
Andando nell’ignoto di bolina,
Ma noi, tra i frangenti di marmo pario,
In una bruma che la barca brina,

Tenendo tu il timone e sul trapezio,
In un’azione congiunta di fermezza,
Io, non so perché abbiamo uno screzio,

E l’onda precorritrice carezza
Una paura quando io sogno Boezio,
E tu hai l’ombra dura di un’asprezza.

 

*

«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»
«Che bella giornata.» «Fumo e non rido.»
«Ti chiamo.» «Il mio pensiero non piace.»
«Sono una donna.» «Bronzi di Riace.»

«Il mare ti assomiglia.» «Sì, ma giura.»
«Terra di nessuno.» «Moda futura.»
«È digitale, guarda!» «Ho mal di testa.»
«Apro la finestra.» «È questa la cesta.»

«Sono malato.» «Mi piace sognarlo.»
«Questo è mio figlio.» «Di questo non parlo.»
«Olio sale pepe.» «È una radura.»

«È morto.» «Vivere tra queste mura.»
Ogni momento è un disallineato
Tempo con l’altro mai ancora nato.

 

*

Verranno a scalpellare i nostri volti,
Popoli lontani che sanno poco
Di noi, la voce e la lingua di molti,
Poi i corpi dall’ammasso spartifuoco

Dell’aria che resiste tra gli accolti.
Già ora il mondo perduto rinfoco
Come se fossimo tutti sepolti.
Solo di questo paese mi importa,

Della beltà sua costruita rara –
Colonna d’edera lunga e attorta.
Ma ora è vero il volto nella bara

Non più dipinto sai da mano accorta;
È una caldera a cui manca la gara.
Scendo, ma non sarà un’attesa corta.

 

*

Niente da dire o da mostrare, privo
Di storie e attori, ho solo conoscenze
Troppo vaghe per dirmi che capivo.
Ma ecco che guardo lì una fluorescenza

Lungo quell’argine ondoso e sorgivo
Che sorveglio da qui in convalescenza
Come sognando in me un quando vivo,
Un dove che sveglio con poca scienza.

Ma non è un gioco qui il candore avuto
Catatonico su un’efflorescenza;
L’infarto trattiene e tutto è caduto;

Guardo l’acqua e la sua effervescenza;
Quasi si attenua in petto lo starnuto
Teso dall’onda alta di coscienza.

 

 

Questi sonetti fanno parte del libro “Sonetti Reali” in uscita entro la fine del 2016 per “Rubbettino Editore” nella collana “Iride”.

 

Nota biografica.

img_20160907_203714Jacopo Ricciardi è nato nel 1976 a Roma dove vive e lavora. Ha curato dal 2001 al 2006 gli eventi culturali PlayOn per Aeroporti di Roma (ADR) e ha diretto la collana di letteratura e arte Libri Scheiwiller-PlayOn. Ha pubblicato diversi libri di poesia, Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Poesie della non morte (con cinque decostruttivi di Nicola Carrino; Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem Edizioni, 2004), Plastico (Il Melangolo, 2006), le plaquette Il macaco (Arca Felice, 2010), Mi preparo il tè come una tazza di sangue (Arca Felice, 2012), due romanzi Will (Campanotto, 1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008) e un testo dialogato Quinto pensiero (Il Melangolo, 2015). Suoi versi sono apparsi nell’antologia Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi; Mondadori, 2004) e sull’Almanacco dello specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011), e sulle riviste L’immaginazione, Soglie, Resine, Levania e altre. Ha partecipato con sue poesie a due libri d’artista, Scultura (Exit Edizioni, 2002 – con Teodosio Magnoni), Scheggedellalba (Cento amici del libro, 2008 – con Pietro Cascella). Ha collaborato con Il Messaggero in una rubrica di letteratura a lui dedicata: Passeggiate romane. Ha al suo attivo diverse mostre personali tra cui Nella nebbia dell’esistente, Area 24 (Napoli, 2010), Materie senza segno, Lipanjepuntin (Roma, 2010), Dialoghi d’arte, L’originale (Milano, 2011), Paesaggio terrestre, Area24 (Napoli, 2015) e collettive tra cui Segnare / disegnare Accademia di San Luca (Roma, 2009), ADD Festival 2011, Macro (Roma, 2011), Una stanza tutta per sé. Visioni da Shakespeare, Casa dei Teatri (Roma, 2012), 90 artisti per una bandiera, Chiostri di San Domenico (Reggio Emilia, 2013), Accademia Militare (Modena, 2013), Vittoriano (Roma, 2013), Ex Arsenale Militare (Torino, 2014), Tribù, Area24 (Napoli, 2014). È stato pubblicato un catalogo del suo lavoro artistico: Jacopo Ricciardi, opere 2008-2014, a cura di Sandro Parmiggiani, Grafiche Step Editrice, 2015. Scrive di arte su Flash Art online e nella rubrica Narrazioni ad Arte sul sito Art a part of cult(ure).

da “Fumo” di Tiziano Rossi.

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Colloquio

Dialogare con trentanove bambini morti, affogati in un incidente di mare, non è semplice. Alcuni poi non vogliono parlare affatto: nei loro lineamenti mi sembra di leggere un muto biasimo nei confronti dei geni-tori, colpevoli di non avergli garantito una vita più sicura e lunga. Riesco però ad attaccare discorso con una piccola salma, che si esprime in maniera assai ragionevole. Purtroppo non trovo il tono giusto ed esordisco con un grossolano «Ma come diavolo è potuto accadere?». «Fatalità – mi risponde – mica tutti nascono fortunati, a me è toccato campare solo otto anni». «E quale sentimento provi ora?» (credo di aver imparato domande del genere dalla televisione). «Ho dei ricordi dai quattro anni in su, di cose me ne sono capitate tante. Penso che le memorie accumulate in quest’arco di tempo [accidenti, si esprime come un grande!] mi consoleranno a sufficienza». «Tra i bambini deceduti c’erano dei tuoi compagni?» «Si, molti; giocherò ancora con loro, anche se in maniera diversa». «In che senso?». «Siccome non abbiamo più i corpi, ci divertiamo inventando qualcosa di esclusivamente mentale». «Cioè?». «Per esempio ci raccontiamo storie, barzellette, aneddoti». «Pensi di rimanere in contatto con i viventi, in particolare con i tuoi?». «Dipende più da loro che da me, bisognerebbe che lavorassero di più con la testa: allora riusciremmo a scambiarci un po’ di notizie». «Vuoi che io gli porti i tuoi saluti?». «Grazie, so che sono angosciati, ma ci ritroveremo. È chiaro che dobbiamo tener duro, sia io che loro». Non mi sento all’altezza di questo bambino. Sono confuso e vado a interrogarne un altro.

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Massimo Dagnino, S. Olcese- Stazione ferroviaria, matita su carta, 2012.

Nota biografica.

Tiziano-RossiTiziano Rossi, è nato a Milano nel 1935, dove vive. Ha pubblicato le raccolte Il cominciamondo (Argalia, 1963), La talpa imperfetta (Mondadori, 1968), Dallo sdrucciolare al rialzarsi (Guanda, 1976), Quasi costellazione (Società di poesia, 1982), Miele e no (Garzanti, 1988), Il  movimento dell’adagio (Garzanti, 1993), Pare che il paradiso (Garzanti, 1998), Gente di corsa (Garzanti, 2000), raccolte nel volume Tutte le poesie, 1963- 2000 (Garzanti, 2003). Ha pubblicato inoltre anche volumi di prose brevi: Cronaca perduta (Mondadori, 2006), Faccende laterali (Garzanti, 2009), Spigoli del sonno (Mursia, 2012), Qualcosa di strano (La Vita Felice, 2015). Ha curato con Ermanno Krumm l’antologia Poesia italiana del Novecento (Skira, 1995). E’ presente nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento curata da Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi (Oscar Mondadori).

 

Abraham Gragera, poesie parte 1.

Gragera02Sempre in attesa dell’imminente uscita del nuovo “Almanacco del Ramo d’Oro”, proponiamo un autore spagnolo, Abraham Gragera (Madrid 1973), che era stato pubblicato in presa diretta dalla nostra testata diversi anni fa (vol. 9/2007). Allora era un giovanissimo poeta appena antologizzato – Veinticinco poetas  (Hiperion, Barcellona 2003) e Io è altro  (Dvd, Barcellona 2002) – oggi è un nome sicuro nel panorama contemporaneo iberico e ha pubblicato diverse raccolte: Deviazioni e dimore  (Antojo, Madrid 1999), Addio alla epoca dei grandi caratteri  ( Pre-Textos, Valencia 2005) e Il tempo meno solo ( Pre-Textos, Valencia 2012).    

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

 

 

*

ADIÓS A LA ÉPOCA DE LOS GRANDES CARACTERES

 

De algún modo, tú siempre lo has sabido, pero cuántas novelas permanecen sosegadas ahí, sobre la alfombra, a merced del no tan robusto suelo, abiertas por donde nada ha sucedido aún. Y las dimos sin más, por terminadas, para buscar alojo entre el pasado y la gramática, donde cualquier alivio es soledad…

 

Ah el presente, derroche virtuoso de la curva antes de la aparición de los rincones. Parece que no llega a suceder.

 

Alzar ahora la voz en este cuarto vulgar de primer piso, vertedero de armarios y secretos generalizables, resulta algo ridículo, aunque también lo sea depurar ciertas palabras de su exceso de infinito.

 

Así, la telaraña dice adiós a la época de los grandes caracteres, mecida por el aire, la presa, el cazador…

 

Así el pasado planta cada lugar en el lugar preciso y asienten, prometeicos, los objetos, porque no son justificables, aunque se les juzgue, también, por lo contrario, forzando a los decoradores a oficiar de guionistas.

 

Y aquí es donde entras tú, con tus ropas a medio poner, rodeada de tajantes precipicios. Las olas sonrien, desdentadas. Las venas restallan, emotivas, tensas en los violines del deseo cuando tañen su no feroz a las intrerpretaciones para sobrevivir a los profesionales de la insatisfacción. Y al destino, que siempre será romántico, de la arena a la actualidad.

 

Así responden los ahogados al disimulo de los peces y se venden más clásicos sin anotar en los supermercados.

 

Digamos sólo fue o volvió, la ola. El resto no es burla, ni venganza, sino un malentedido que cada uno trata de revolver a su favor, como buscar el pájaro que canta entre follaje y ver únicamente el serrín del taxidermista.

 

Retorcido, aunque no tanto como acusar a los árboles de manierismo. O al viento, que todo lo enarbola, de adelantarse a las manos y susurrar entre dos cuerpos, como un desalinado mayordomo: reportaos.

 

 

*

ADDIO ALLA EPOCA DEI GRANDI CARATTERI

 

In qualche modo, lo hai sempre saputo, ma quanti libri rimangono lì tranquilli sul cuscino, abbandonati al pavimento pericolante, aperti nel punto dove non è ancora successo niente. E li abbiamo considerati conclusi, pronti a cercare alloggio tra il passato e la grammatica, dove anche il sollievo è solitudine…

 

Ah il presente,spreco virtuoso della curva prima degli spigoli. Sembra che non riesca a succedere.

 

Alzare la voce adesso in questa povera stanza al primo piano, deposito di armadi e di segreti generalizzabili,risulta un po’ ridicolo, sebbene lo sia pure depurare certe parole dal loro eccesso d’infinito.

 

Così, la ragnatela dice addio all’epoca dei grandi caratteri,dondola nell’aria, la preda, il cacciatore…

 

Così il passato pianta ogni luogo in un luogo preciso e stanno, prometeici, gli oggetti, perché non sono giustificabili, nonostante li si giudichi, anche, per il contrario, forzando i decoratori a fare i drammaturghi.

 

E qui è dove entri in scena tu, mezza vestita, circondata da precipizi affilati. Le onde sorridono, sdentate. Le vene schioccano, emotive, tese nei violini del piacere quando suonano il loro no feroce alle interpretazioni per sopravvivere ai professionisti dell’insoddisfazione. E al destino, che sarà sempre romantico, dalla sabbia all’attualità.

 

Così rispondono gli affogati alla dissimulazione dei pesci mentre, inosservati, si vendono più classici nei supermercati.

 

Diciamo solo fu o tornò, l’onda. Il resto non è una burla, né una vendetta, ma un fraintendimento che ognuno cerca di risolvere a suo favore, come chi cerca l’uccello che canta tra le foglie e vede solo la segatura del tassidermista.

 

Ritorto, anche se non tanto da accusare gli alberi di manierismo, o nel vento, che tutto inalbera, per arrivare prima delle mani e sussurrare tra due corpi, come un maggiordomo scomposto: riferite.

 

Traduzioni di Alberto Pellegatta.

 

 

 

Nota biografica.

Abraham Gragera è nato a Madrid il 19 novembre del 1973, è un poeta spagnolo di lingua castigliana. Laureato in Arte all’Università di Salamanca. Le sue poesie si trovano in diverse antologie sulla poesia spagnola recente.

 

 

“Un’intera umanità” di Sergio Costa.

premio_2016L’opera prima di Sergio Costa, “Un’intera umanità”, racchiude tutto il lavoro, “Il laboratorio” di scrittura che questo giovane poeta ha sintetizzato e raccolto in questi anni. Autore poco prolifico, Costa, di cui si erano avute anticipazioni del suo lavoro sull’Almanacco dello Specchio e su Quadernario, giunge all’elaborazione del suo compito poetico. Una poesia di attese, non solo materiali ma anche di “pensiero allargato”, verso le somiglianze inquiete ed ambientali fra “animali e uomini”. La scrittura delle pose, dei tratti marcati e di differenza fra le specie di esseri viventi è vincente: “Ed ecco le squame/ ispessirsi, il becco o i canini./ Qui un ala o una coda/ ecco i peli e i capelli, la cresta./ L’occhio percepisce le cose, non gira/ mai a vuoto l’olfatto./ Così s’allungano il radar, l’udito. E appare/ a volte severissimo il pollice”. Maurizio Cucchi scrive giustamente nell’introduzione che Sergio Costa ci presenta: “…svariati quadri dei personaggi senza volto…”. Interessante anche l’elaborazione di un capitolo all’interno del volume composto di prose poetiche che tessono l’immediato confronto di eleganti missive: “Nient’altro, la città/ sono le insegne presso le quali al buio si scende,/ numeri, nomi, non visti. E addio. Quanto è passato,/ ogni cosa vuole restare in pace e inghiottita e non/ può. Così ognuno qua dentro nel sonno”. La simbologia dei personaggi, siano essi uomini o animali, parte dal riassorbimento del proprio ruolo, dato o voluto all’interno della specie come all’interno della società vivente.

                                                                                                                              Luca Minola

Da Animali, uomini

*

Ed ecco un primo nucleo formarsi.
Da vicino, più da vicino
la massa appare distintamente omogenea
divisa in celle o comparti.
Ma già mesi dopo, ore più tardi
la pappa s’è fatta animata
sgambetta malcerta, mette piume o colori
d’un rosa tenero
d’un rosso fulvo, tutta la gamma
dei bianchi e dei verdi
in zone specifiche. Quindi
gracchia o crepita o fischia, rischia
la prima parola. Ed ecco le squame
ispessirsi, il becco o i canini.
Qui un’ala o una coda
ecco i peli e i capelli, la cresta.
L’occhio percepisce le cose, non gira
mai a vuoto l’olfatto.
Così s’allungano il radar, l’udito. E appare
a volte severissimo il pollice.

 

 

Da L’adolescente

*

La gelatina aveva prodotto una crosta
come un velo opaca, leggera.
Eppure là sotto, nel vasetto
il marmocchio vedeva
affacciarsi i continenti di un mondo
subumano e misterioso
mutante, sconvolto
dalla violenza del sisma.

 

*

La ragazza ha occhi di un verde
scuro come una macchia,
lì ci si inoltra dentro una notte
fitta di echi, ci si perde
seguendo la vita minima delle foglie
lo scricchiolio rassicurante
dei passi, con certezza sapendo
di essere accolti.

 

Da In due

*

SUL PONTE, 1985

Il cielo è pulito e l’aria pizzica.
E c’è un vento che viene dal mare
che si mostri sui nostri vestiti come un panneggio.
Così l’azione regolare, quotidiana
che tu compi chiudendomi
con cura la giacchetta sul ponte
è quella di un’intera umanità.
Per me soltanto lì si condensa.

 

 

Nota biografica.

12241717_10208078745555349_360225857914655966_nSergio Costa è nato a Basilea (CH) nel 1984. Ha studiato comunicazione a Palermo laureandosi con una tesi su Giampiero Neri. Si è specializzato in editoria a Pavia e ha lavorato in qualità di redattore e consulente editoriale a Milano. Suoi testi sono apparsi sull’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori), Quadernario (Lietocolle,2014) a cura di Maurizio Cucchi, e sulla rivista Poeti&Poesia per la cura di Roberto Deidier. Ha vinto i Premio Maria Marino (Caltagirone 2009), il Premio Sandro Penna (Città della Pieve 2013), e il Premio CetonaVerde per l’opera inedita (Cetona 2015).

“Abbiamo identiche mani” di Massimiliano Bossini.

bossini_abbiamo_identiche_maniUna poesia totalmente frammentaria e asciutta quella di Massimiliano Bossini. Il suo nuovo libro “Abbiamo identiche mani” ripropone delle tematiche/vincolo per l’autore. Il corpo sintetizzato e mortificato nel cambiamento: “cosa ho da dirvi/ un bisturi/ poggiato sulla lingua/ cosa ho da dirvi/ la lingua/ sul palmo della mano-“. L’identificazione dell’altro attraverso l’organicità del corpo, in questo caso le mani come tramite e svolta. Bossini tesse la rilevante ipocrisia delle più silenziose incompatibilità umane. L’incomunicabilità avvolgente di ogni rapporto umano si riverbera in parole preziose e mai scontate: “ io cedo a te l’intero passato/ in un’unica parola-/ sono qui per un dire ulteriore/ a mani nude/ per ingannarci”. Ogni limite è di per sé una prigione per lo “spirito”, in queste poesie vive la promessa di superare questa condizione ancestrale e perenne. La liberazione si appoggerà sull’autenticità delle parole scritte. In queste poesie brevi e di estrema tensione c’è l’infinità possibilità di riscoprire una strana somiglianza, che passa ancora una volta dalle parole in continua distruzione e rinascita: “ parola/ dardo scoccato millenario-/ viene a sangue/ orbitante/ e chiama/ la tua parola/ che mi sfonda la bocca/ che mi sbocca/ lattea”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

 

*

non badare
aperti nella pelle
ai rombi delle reti metalliche-

perché sentivo picchiare
l’attesa nelle unghie
l’ora
della stella decifrata

 

 

*

a te
tutto il nettare
dentro la bocca il mattino

nonessere-

a te le placche
che scricchiolano al nero

e il bianco dell’occhio

il suo latte che goccia perpetuo
da tutti gli ossari

 

 

*

toccare venire
a dissetarti il pugno
di urla e maiolica-

vi si stringeva un midollo
di perle:

sabbia-
siero di tutto il mio futuro

 

 

*

                                                          sexus

ciglia si intersecano
a stami-
pelurie in nidi

prima
vera
promessa

rosa di piombo
apriti tutta in gola

 

 

Nota biografica

thumbnail_Massimiliano_BossiniMassimiliano Bossini è nato a Gardone Val Trompia (BS) nel 1976 ed oggi vive in provincia di Como, sul confine fra Italia e Svizzera. Ha pubblicato nel 2008 la raccolta di poesie intitolata Forcipe (Il filo, Viterbo) ottenendo la segnalazione al Premio Lorenzo Montano 2011: se ne possono leggere stralci, note, segnalazioni e recensioni su blog e riviste. Alcuni testi sono stati antologizzati in volume (Poesie di strada, Vydia Editore; Registro di poesia, Edizioni d’if), mentre altri sono rintracciabili in siti e blog letterari. Una prima stesura di Abbiamo identiche mani ha ricevuto la menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano 2013. Una sezione formata da cinque componimenti estratti da Abbiamo identiche mani, intitolata Reparto, si è aggiudicata la vittoria nella sezione poesia inedita al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como 2015. Massimiliano Bossini è fra i poeti censiti da Pordenonelegge.