Abraham Gragera, poesie parte 1.

Gragera02Sempre in attesa dell’imminente uscita del nuovo “Almanacco del Ramo d’Oro”, proponiamo un autore spagnolo, Abraham Gragera (Madrid 1973), che era stato pubblicato in presa diretta dalla nostra testata diversi anni fa (vol. 9/2007). Allora era un giovanissimo poeta appena antologizzato – Veinticinco poetas  (Hiperion, Barcellona 2003) e Io è altro  (Dvd, Barcellona 2002) – oggi è un nome sicuro nel panorama contemporaneo iberico e ha pubblicato diverse raccolte: Deviazioni e dimore  (Antojo, Madrid 1999), Addio alla epoca dei grandi caratteri  ( Pre-Textos, Valencia 2005) e Il tempo meno solo ( Pre-Textos, Valencia 2012).    

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

 

 

*

ADIÓS A LA ÉPOCA DE LOS GRANDES CARACTERES

 

De algún modo, tú siempre lo has sabido, pero cuántas novelas permanecen sosegadas ahí, sobre la alfombra, a merced del no tan robusto suelo, abiertas por donde nada ha sucedido aún. Y las dimos sin más, por terminadas, para buscar alojo entre el pasado y la gramática, donde cualquier alivio es soledad…

 

Ah el presente, derroche virtuoso de la curva antes de la aparición de los rincones. Parece que no llega a suceder.

 

Alzar ahora la voz en este cuarto vulgar de primer piso, vertedero de armarios y secretos generalizables, resulta algo ridículo, aunque también lo sea depurar ciertas palabras de su exceso de infinito.

 

Así, la telaraña dice adiós a la época de los grandes caracteres, mecida por el aire, la presa, el cazador…

 

Así el pasado planta cada lugar en el lugar preciso y asienten, prometeicos, los objetos, porque no son justificables, aunque se les juzgue, también, por lo contrario, forzando a los decoradores a oficiar de guionistas.

 

Y aquí es donde entras tú, con tus ropas a medio poner, rodeada de tajantes precipicios. Las olas sonrien, desdentadas. Las venas restallan, emotivas, tensas en los violines del deseo cuando tañen su no feroz a las intrerpretaciones para sobrevivir a los profesionales de la insatisfacción. Y al destino, que siempre será romántico, de la arena a la actualidad.

 

Así responden los ahogados al disimulo de los peces y se venden más clásicos sin anotar en los supermercados.

 

Digamos sólo fue o volvió, la ola. El resto no es burla, ni venganza, sino un malentedido que cada uno trata de revolver a su favor, como buscar el pájaro que canta entre follaje y ver únicamente el serrín del taxidermista.

 

Retorcido, aunque no tanto como acusar a los árboles de manierismo. O al viento, que todo lo enarbola, de adelantarse a las manos y susurrar entre dos cuerpos, como un desalinado mayordomo: reportaos.

 

 

*

ADDIO ALLA EPOCA DEI GRANDI CARATTERI

 

In qualche modo, lo hai sempre saputo, ma quanti libri rimangono lì tranquilli sul cuscino, abbandonati al pavimento pericolante, aperti nel punto dove non è ancora successo niente. E li abbiamo considerati conclusi, pronti a cercare alloggio tra il passato e la grammatica, dove anche il sollievo è solitudine…

 

Ah il presente,spreco virtuoso della curva prima degli spigoli. Sembra che non riesca a succedere.

 

Alzare la voce adesso in questa povera stanza al primo piano, deposito di armadi e di segreti generalizzabili,risulta un po’ ridicolo, sebbene lo sia pure depurare certe parole dal loro eccesso d’infinito.

 

Così, la ragnatela dice addio all’epoca dei grandi caratteri,dondola nell’aria, la preda, il cacciatore…

 

Così il passato pianta ogni luogo in un luogo preciso e stanno, prometeici, gli oggetti, perché non sono giustificabili, nonostante li si giudichi, anche, per il contrario, forzando i decoratori a fare i drammaturghi.

 

E qui è dove entri in scena tu, mezza vestita, circondata da precipizi affilati. Le onde sorridono, sdentate. Le vene schioccano, emotive, tese nei violini del piacere quando suonano il loro no feroce alle interpretazioni per sopravvivere ai professionisti dell’insoddisfazione. E al destino, che sarà sempre romantico, dalla sabbia all’attualità.

 

Così rispondono gli affogati alla dissimulazione dei pesci mentre, inosservati, si vendono più classici nei supermercati.

 

Diciamo solo fu o tornò, l’onda. Il resto non è una burla, né una vendetta, ma un fraintendimento che ognuno cerca di risolvere a suo favore, come chi cerca l’uccello che canta tra le foglie e vede solo la segatura del tassidermista.

 

Ritorto, anche se non tanto da accusare gli alberi di manierismo, o nel vento, che tutto inalbera, per arrivare prima delle mani e sussurrare tra due corpi, come un maggiordomo scomposto: riferite.

 

Traduzioni di Alberto Pellegatta.

 

 

 

Nota biografica.

Abraham Gragera è nato a Madrid il 19 novembre del 1973, è un poeta spagnolo di lingua castigliana. Laureato in Arte all’Università di Salamanca. Le sue poesie si trovano in diverse antologie sulla poesia spagnola recente.

 

 

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“Un’intera umanità” di Sergio Costa.

premio_2016L’opera prima di Sergio Costa, “Un’intera umanità”, racchiude tutto il lavoro, “Il laboratorio” di scrittura che questo giovane poeta ha sintetizzato e raccolto in questi anni. Autore poco prolifico, Costa, di cui si erano avute anticipazioni del suo lavoro sull’Almanacco dello Specchio e su Quadernario, giunge all’elaborazione del suo compito poetico. Una poesia di attese, non solo materiali ma anche di “pensiero allargato”, verso le somiglianze inquiete ed ambientali fra “animali e uomini”. La scrittura delle pose, dei tratti marcati e di differenza fra le specie di esseri viventi è vincente: “Ed ecco le squame/ ispessirsi, il becco o i canini./ Qui un ala o una coda/ ecco i peli e i capelli, la cresta./ L’occhio percepisce le cose, non gira/ mai a vuoto l’olfatto./ Così s’allungano il radar, l’udito. E appare/ a volte severissimo il pollice”. Maurizio Cucchi scrive giustamente nell’introduzione che Sergio Costa ci presenta: “…svariati quadri dei personaggi senza volto…”. Interessante anche l’elaborazione di un capitolo all’interno del volume composto di prose poetiche che tessono l’immediato confronto di eleganti missive: “Nient’altro, la città/ sono le insegne presso le quali al buio si scende,/ numeri, nomi, non visti. E addio. Quanto è passato,/ ogni cosa vuole restare in pace e inghiottita e non/ può. Così ognuno qua dentro nel sonno”. La simbologia dei personaggi, siano essi uomini o animali, parte dal riassorbimento del proprio ruolo, dato o voluto all’interno della specie come all’interno della società vivente.

                                                                                                                              Luca Minola

Da Animali, uomini

*

Ed ecco un primo nucleo formarsi.
Da vicino, più da vicino
la massa appare distintamente omogenea
divisa in celle o comparti.
Ma già mesi dopo, ore più tardi
la pappa s’è fatta animata
sgambetta malcerta, mette piume o colori
d’un rosa tenero
d’un rosso fulvo, tutta la gamma
dei bianchi e dei verdi
in zone specifiche. Quindi
gracchia o crepita o fischia, rischia
la prima parola. Ed ecco le squame
ispessirsi, il becco o i canini.
Qui un’ala o una coda
ecco i peli e i capelli, la cresta.
L’occhio percepisce le cose, non gira
mai a vuoto l’olfatto.
Così s’allungano il radar, l’udito. E appare
a volte severissimo il pollice.

 

 

Da L’adolescente

*

La gelatina aveva prodotto una crosta
come un velo opaca, leggera.
Eppure là sotto, nel vasetto
il marmocchio vedeva
affacciarsi i continenti di un mondo
subumano e misterioso
mutante, sconvolto
dalla violenza del sisma.

 

*

La ragazza ha occhi di un verde
scuro come una macchia,
lì ci si inoltra dentro una notte
fitta di echi, ci si perde
seguendo la vita minima delle foglie
lo scricchiolio rassicurante
dei passi, con certezza sapendo
di essere accolti.

 

Da In due

*

SUL PONTE, 1985

Il cielo è pulito e l’aria pizzica.
E c’è un vento che viene dal mare
che si mostri sui nostri vestiti come un panneggio.
Così l’azione regolare, quotidiana
che tu compi chiudendomi
con cura la giacchetta sul ponte
è quella di un’intera umanità.
Per me soltanto lì si condensa.

 

 

Nota biografica.

12241717_10208078745555349_360225857914655966_nSergio Costa è nato a Basilea (CH) nel 1984. Ha studiato comunicazione a Palermo laureandosi con una tesi su Giampiero Neri. Si è specializzato in editoria a Pavia e ha lavorato in qualità di redattore e consulente editoriale a Milano. Suoi testi sono apparsi sull’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori), Quadernario (Lietocolle,2014) a cura di Maurizio Cucchi, e sulla rivista Poeti&Poesia per la cura di Roberto Deidier. Ha vinto i Premio Maria Marino (Caltagirone 2009), il Premio Sandro Penna (Città della Pieve 2013), e il Premio CetonaVerde per l’opera inedita (Cetona 2015).