“Libro del freddo” di Antonio Gamoneda.

il-libro-del-freddoParlare di Antonio Gamoneda è parlare della poesia stessa. E’, non solo il più grande poeta spagnolo vivente ma anche uno dei più importati sul piano internazionale. Gamoneda è figlio della maggiore tradizione poetica di lingua spagnola, che va da Luis de Gongora a Federico Garcia Lorca e da Antonio Machado a Juan Ramon Jimenez. Autore, che nella metà degli anni settanta, ha pubblicato, dopo la morte di Francisco Franco, il libro capolavoro “Descripcion de la mentira/Descrizione della menzogna” che riporterà alla ribalta il suo lavoro. Tradotto in Italia, dall’editore romano Empiria a cura di Sara Zanghì, da Città Nuova a cura di Valerio Nardoni, proprio con “Il libro del freddo”, pubblicato per la collana Versus diretta da Daniele Piccini e infine tradotto per il “Quadernario” di Lietocolle e per il “Bisestile” EDB da Alberto Pellegatta. “Libro del freddo” è un libro uscito ormai da sei anni ma come sempre la buona poesia dura e rimane attuale. Con la curatela di Valerio Nardoni che introduce il libro in maniera egregia e dettagliata, si resta colpiti dalla perfetta inflessione fredda e puntuale della prima poesia dell’autore: “Sento freddo vicino alle sorgenti. Sono salito fino a spossare il mio cuore./ C’è erba nera sui declivi, e violacei gigli in mezzo alle ombre, ma che ci faccio io davanti all’abisso?/ Sotto le aquile silenziose, l’immensità è priva di significato”. Gamoneda non nasconde gli abissi dell’umano che le sue parole vogliono tradurre. Il freddo presentato fin dal titolo non è altro che la morte, l’avviarsi di questo estremo passaggio viene dotato di un enorme e ragguardevole amore per la materia. La carnalità, la finitudine del corpo umano sono vissuti e intesi come unica e sola eternità. La metafisica del corpo si spegne nella sua essenza materiale e mortale. La luce è un canale che Gamoneda usa per le immagini, per esplorarne i materiali vivi, per ossidare i contenuti fino a renderli altro: “Davanti alle vigne bruciate dall’inverno, penso alla paura e alla luce (una sola sostanza dentro i miei occhi),/penso alla pioggia e alle distanze attraversate dall’ira”. La scrittura di Gamoneda si mescola veloce e attiva alle pazienti e misteriose avversità del corpo, fino agli odori di un sacrificio assurdo. Le avversità celebrano il fisico in una forma fatale e misera, lasciando lo sguardo come unica e sola prospettiva, l’oltraggio non è la vita ma la disgrazia della morte, la rinuncia e suoi limiti: “Distendo il mio corpo sulle assi screpolate dalle lacrime, odoro l’ombra e l’olio di lino./ Ah la morfina dentro il mio cuore: dormo con gli occhi spalancati davanti a in territorio bianco abbandonato dalle parole”. Questo abbandono viene sopportato con mirabile maestria e pazienza, quasi come una gioia per questa nostra mortalità ormai indescrivibile. La poesia di Antonio Gamoneda vive i territori come metafore della mente. Il colore bianco sprigiona la sua spossatezza in un equilibrio che acceca. Le parole sono utilizzate con estrema radicalità, il poeta esprime l’inesprimibile e i passi rallentati di ogni materia. L’organico si esprime con la vita e con la morte. La malattia è sempre in attesa di guastare ogni stabilità: “Era veloce sopra l’erba bianca./ Un giorno sentì ali e si trattenne per ascoltare in altra età. Certamente, pulsavano petali neri, però invano: vide i duri tordi allontanarsi verso i rami acuminati dall’inverno/ e tornò ad esser veloce senza meta”. Gelo e freddo per ogni età se la morte è un progetto insuperabile. In questa gelida verità si sprigiona tutta la bellezza possibile della grande poesia di questo autore, unico e inimitabile nel suo genere. “Libro del freddo” è decifrare la vertigine di memoria e realtà. L’insuperabile speranza è la sottrazione, l’abbandono completo alla sparizione di sé e degli altri: “Ho amato le sparizioni e ora l’ultimo volto è uscito da me./ Ho attraversato le cortine bianche: ormai c’è solo luce nei miei occhi”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

da “ancora”

*

Parlano le sorgenti nella notte, parlano nei magneti del
silenzio.

Sento la soavità delle parole dimenticate.

 

da “sabato”

*

Sono nudo davanti all’acqua immobile. Ho lasciato i
miei panni nel silenzio degli ultimi anni.

Era questo il destino:

arrivare sull’orlo e aver paura della quiete dell’acqua.

 

“da freddo di limiti”

*

Odori le umide lenzuola, i tuoi acidi. questo resta di te,
uno spessore vivente.

Vedi lo specchio senza mercurio. E’ solo vetro sommerso
nell’ombra e lì dentro c’è il tuo volto. Così

tu stai dentro te stesso.

 

*

Tendono panni sterili, versano liquidi nell’avorio malato.

Un animale di luce si sparge sotto la tua pelle. Sotto le
cannule

ferve, azzurro, l’acciaio.

 

Nota biografica.

gamoneda3finalAntonio Gamoneda è nato a Oviedo nel 1931, è il più importante poeta spagnolo vivente.
Ha pubblicato quasi una ventina di libri. “Esta luz” raccoglie quasi tutti i suoi libri di poesia. E’ tradotto in sedici lingue. Ha meritato numerosi premi importanti, fra cui il Premio Cervantes nel 2006, il più importante premio al mondo di lingua spagnola. In Italia le sue poesie sono pubblicate in “Solo luce”, Empiria, 2009 e in “Libro del freddo”, Città Nuova, 2010. E’ in preparazione per l’editore EDB nella collana “Poesia di ricerca” a cura di Alberto Pellegatta, un libro con testi tratti dai suoi maggiori lavori e testi mai tradotti in italiano.

 

 

Nota su “Pasta madre” di Franca Mancinelli.

pasta madre mancinelliPasta madre inizia dichiarando un presupposto: «Cucchiaio nel sonno, il corpo / raccoglie la notte». In questo libro qualcuno fronteggia l’oscurità e la solitudine e le fa entrare in sé. Chi parla suggerisce anche che questo stato è solo umano. Solo gli umani devono scontare dolorosamente la notte.
Da subito i versi si dirigono a un destinatario, un “tu” che oscilla fra veglia e sonno: «Dovrai seppellirti / tornare calda radice» si afferma a un certo punto; nella poesia successiva invece «un colpo di fucile / e torni a respirare» ma subito dopo, di nuovo «tutto / si allontana». Il risultato è un’altalena fra coscienza e incoscienza, costellata di riflessioni in prima persona da parte della protagonista: «quello che sono è una finestra».
La seconda sezione del libro accoglie chi legge con più familiarità. In Pasta madre è sempre la protagonista ad accogliere il lettore, mai il contrario. Così si entra per la prima volta, davvero, nella sua stanza: «secchi sparsi nella stanza / quaderni vuoti». Sentiamo una certa gratitudine, come quando una persona timida ci sceglie per confidare qualcosa di cruciale. Ben presto questa confidenza scema: segue infatti una serie di testi brevi e taglienti e la sezione si chiude con la chiara formula «Scriverà sempre / perché non sa parlare / ha la lingua bucata come un soldo», dichiarando con amarezza la difficoltà di stabilire relazioni.

In Pasta madre la figura retorica dominante è la similitudine. Intersecando diversi campi semantici, una sola metafora fornisce l’ambiente entro cui si sviluppano le immagini poetiche. Come qui: «dopo la mietitura / si affacciano allo specchio / con i nodi e le doppie / strade sforbiciate, e molta luce / entrata a mulinare / nel petto / come fra i raggi di una bici». L’immagine del sole fende tutta la poesia, ed è possibile collegare l’iniziale «mietitura» ai «raggi» del finale. L’ambiguità di quest’ultimo termine, che si associa innanzitutto all’immagine della «bici», spinge a ripercorrere il testo a ritroso rintracciandovi altre immagini di una stessa scena. Così ripensiamo a «strade sforbiciate» associandolo all’andare della «bici» e al gesto iniziale della mietitura. Pur essendo dominanti, insomma, le similitudini non si sviluppano in orizzontale, verso per verso, ma in diagonale. Come accade, ad esempio, con i frammenti di Eraclito, la doppiezza semantica delle parole moltiplica le immagini proiettandole in tutte le direzioni, dando vita a una scena impalpabile ma precisa, geometrica.

A volte la protagonista di Pasta madre si trova costretta ad affrontare il mondo. Il quotidiano può essere una violenza: «È il carnefice che ti alza presto / ti spella via dal buio, ti leva / le coperte, ti scorta in corridoi / scavati dentro il ghiaccio / dove altri corrono levando / un segno di saluto, uno specchietto». La quinta sezione del libro inaugura poi la presenza di un “lui”, e l’amore si confronta con la sua insita condanna: «Per te avrò aghi sempreverdi / e sboccerò ogni inverno per bruciarmi».

L’astrazione immaginifica notturna non è mai solo metafisica. L’isolamento non produce pensieri ossessivi: si conserva sempre il contatto stretto con la materia, con le cose, che se sembrano lontane non tardano a farsi rivedere: «sbiadiscono i perimetri. Da qui / si continua a tentoni / a passi indietro / fin dove ha inizio la tua scomparsa // fino a che torni / perso nei lineamenti / come un’eredità / un paio di occhiali».

 

Nicola D’Altri

 

 

Testi da “Pasta madre”

 

*
un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso, e tutto
si allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti vola.

 

*
lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

 

*

darò semplici baci di sutura                                         
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.
Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

 

 

Nota biografica.

12695326_10208565914251480_1846212977_oFranca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013; premio “Alpi Apuane”, “Carducci”, “Ceppo-giovani”). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Fa parte della redazione della rivista «Smerilliana». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.