“Tutte le poesie” di Giovanni Raboni.

downloadE’ difficile parlare di Giovanni Raboni e della sua opera. Giovanni Raboni è un autore unico ed è incalcolabile l’influenza e la bellezza che ha saputo donare con la sua opera poetica, pubblicata per intero dall’editore Einaudi nel 2014, in occasione dei dieci anni dalla morte di Raboni, in due volumi “Tutte le poesie. 1949-2004”. La curatela è stata affidata a Rodolfo Zucco, che aveva già curato in maniera eccellente il Meridiano di Giovanni Raboni nel 2006 uscito per Mondadori. I due volumi sono introdotti da due “Autoritratti” firmati da Raboni stesso: il primo del 1977 e il secondo nel 2003. La vastità dell’opera di Raboni non preclude un interessamento motivato solamente da interessi letterari, Giovanni Raboni è un poeta per tutti, non perché “poeta civile” o “realista”, ma perché è universale. La sua parola si stringe e si infittisce, entra nella vita di tutti i giorni, con estrema dolcezza, con l’imbarazzo di chi non può tacere e racconta, e scrive degli altri e di sé. I racconti dei Vangeli, incrociati alla poesia di Eliot e Pound con l’intera tradizione poetica italiana, creeranno non solo le poesie di “Gesta Romanorum”, ma anche un vero capolavoro “Le case della Vetra”, che dalla prima poesia dispiega le sue potenzialità e le sue invincibili pretese alla vita: “ Qui i frantumi diventano poltiglia./ E anch’io che ti scrivo/ da questo luogo non trasfigurato/ non ho frasi da dirti, non ho/ voce per questa fede che mi resta,/ i fischi simmetrici, le sedie/ di paglia ortogonali,/ non ho più vista o certezza, è come/ se di colpo mi fosse scivolata/ la penna dalla mano/ e scrivessi col gomito o col naso”. La lucidità dell’opera di Giovanni Raboni si rispecchierà soprattutto con i problemi sociali, sicuramente la raccolta “Cadenza d’inganno” ne è l’esempio più lampante. Opera smossa e complessa che comprende poesie legate alla stagione politica del ’68 e al periodo drammatico della “strategia della tensione”, che danno una precisa chiave di lettura del difficile momento sociale e delle preoccupazioni di Giovanni Raboni uomo, vissute in prima persona come protagonista di un determinato periodo storico. Il libro comprende più poesie, composte in un vero Canzoniere amoroso, dettate dalla visione miope e raffinata dell’autore. Bellissima la celeberrima sezione di “Parti di Requiem” dedicata  alla morte della madre dell’autore, una vera e propria celebrazione del lutto: “Scendi a pianterreno/ come ti pare, porta o tubo, infilati/ dove capita, scatola di scarpe/ o cassa d’imballaggio, orizzontale/ o verticale, sola o in compagnia,/ liberaci dall’estetica e così sia”. Più compatto e  fisso “Nel grave sogno” che si compone di trame separate ma condivise: il viaggio, l’amore, e la considerazione dell’apparenza come forma veritiera che tutto muove: “ L’infantile disastro del mondo”. La delicatezza del dettato di Giovanni Raboni è superbo e unico, direi inimitabile per particolarità e visione. Le poesie di Raboni nel loro massimo vertice riescono a riportare i movimenti delle persone, il tatto usato verso gli oggetti e soprattutto gli odori, che legano le persone al mondo, alla realtà condivisa con gli altri. L’argomentazione amorosa viene centrata del tutto e resa in maniera unica con “Canzonette mortali”, libro interamente dedicato alle armonie e alle disperazioni delle emotività umane, in maniera chiara e raffinata: “Solo questo domando: esserti sempre,/ per quanto tu mi sei cara, leggero”. Tutte queste opere verranno riassunte nel 1988 nel volume complessivo e antologico di “A tanto caro sangue” che include anche delle poesie inedite fra cui la bellissima “La guerra”. Nella sua virtuosità, nella capacità del cambiamento Giovanni Raboni sceglierà di percorrere delle strade diverse, in questo caso il recupero della forma chiusa in poesia. Primo capitolo di questa novità è la raccolta “Versi guerrieri e amorosi”, perfetta continuazione del libro precedente “Canzonette mortali”. Nella prima parte del libro sono presenti i ricordi legati al secondo conflitto mondiale, i fatti nelle poesie sono raccontati attraverso il riavvolgimento essenziale di eventi storici vissuti in una doppia valenza: in maniera storica e in maniera strettamente personale. Ogni evento per Giovanni Raboni non solo “tocca” l’individuo ma ne regola la vita, le memorie e l’ immagine di sé: “Ma non sento/ se era a dinamo o a pila la tua spora,/ anima, quando essendo ancora/ mi sfioravi nel buio come un vento”. Continua nelle due successive raccolte “Ogni terzo pensiero” e “Quare tristis” il rinnovamento nella ricerca della forma chiusa, si ritrovano riflessioni sulla maturità sottilmente alimentate da ricordi. L’idea di poetica si raffina di dettagli, di enunciazioni mentali, “Ogni terzo pensiero” si carica di un linguaggio che assume in sé la grazia della sintesi in un dettato psichico che si ripercuote sull’autore: “Senza affanno/ si cerca sulle onde corte la voce/ antidiluviana che rassicura/ gracchiando, sì, è finita la paura,/ interrotta causa neve l’atroce/ partita, l’interminabile, stanca/ corsa del tempo. Più nessuno manca”. In “Quare tristis” la riflessione temporale si spiega in maniera magnifica nell’ultima parte del libro, nell’agitato ricordo dell’adolescenza, smossa ancora una volta da odori e ombre: “E non potrei giurarlo/ ma forse fu proprio lì, nell’arsura/ atroce degli intervalli, aspettando/ che quel buio tornasse come un balsamo/ su un’ustione che comincia a pregare/ come faccio ancora, e sempre in latino,/ ogni volta che per troppo silenzio/ o troppa luce il cuore si contorce/ ignominiosamente”. Stupendo e avvolgente, in una versione più vicina al primo Raboni per la forma metrica che ritorna libera, è l’ultimo libro pubblicato in vita “Barlumi di storia”. In questo libro, la ricercata giustizia di una “Comunità dei vivi e dei morti” portata avanti in ogni libro scritto da Raboni, si riassume nella ricerca inquieta delle ragioni di una vita, di una lingua che restituisce in versi limpidissimi le forme perfette dei dubbi e dei drammi di ognuno: “Niente più primavera,/ mi viene da pensare, se allo sperpero/ non ci fosse rimedio, se morire/ fosse dolce soltanto per chi muore”. Chiude il secondo volume,  il libro “Ultimi versi” uscito per Garzanti a cura di Patrizia Valduga di forte reazione in chiave civile e politica. Sempre in chiusura dei volumi si trovano alcune poesie abbandonate e disperse in vita. Queste pagine non sono solo l’opera di uno dei più grandi poeti italiani del secondo novecento e dei primi anni duemila, sono le poesie di un uomo, di un uomo di cultura unico e raro che ha sempre creduto nella parola poetica e nel messaggio di libertà e verità della poesia.

                                                                                                                              Luca Minola

da Gesta Romanorum

Aria per tenore

Crocifiggilo
poiché questo è il mandato
e la stanca vecchiaia s’avvicina.
Inchiodalo nel passo dell’alfiere,
del suonatore di viola, dell’amico
troppo svelto coi dadi.
E ogni volta, a palazzo o nel recinto
del mercato,
dimentica i tuoi sogni e vibra forte,
rapido, fino all’elsa. Crocifiggilo.


da Le case della vetra

Ponzio P.

Al fondo
d’un orrido paese che non ha inverno, rettore
di teste calde, giudice di liti
senza capo né coda
-cos’altro può volere il più maligno
dei padri? Solo in sogno mi riporta
al verde inciso dei prati, ai piaceri d’un tempo
che non ritorna: il trotto nel maneggio
deserto,
le delicate azioni campestri,
le giubbe rosse per strangolare la volpe
dietro l’ultima siepe.
Realtà
è lo squallore dei viaggi, la carriera mal digerita,
le raccomandazioni che non servono a niente
o arrivano in ritardo; è avere, invece
dello stagno grigio e mattutino, pieno
di pigra cacciagione,
questo sporco catino dove mi lavo le mani.

 

da Cadenza d’inganno

Sezione della scala


o forse altrove, ma forse proprio lì- freccina semovente,
baluginosa nel percorso
un gradino dopo l’altro salivo
per godermela in pace la penombra
a fiatare nell’asciutta penombra che era
lo zero millimetrico del percorso nel buio
risalito vivo in verticale verso corte all’oscuro
cinguettare osceno fonografo della tua agonia.

 

 da Nel grave sogno

Personcina

Quando dorme se lo chiami
muove un orecchio solo.

Succhia latte nei sogni
dalla sua mamma morta.

Morde biscotti. Adora
i fondi di caffè.

Con le zampe assapora
scialli e maglioni.

Dorme sui fogli. Usa
un libro per cuscino.

Sta bene soprattutto
in fondo agli armadi, nelle scatole…

Con occhi più verdi, tremando
spia il viavai dei piccioni.

Si lecca i baffi puntando
la mosca che volerà.

 

da Canzonette mortali

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

 

da Versi guerrieri e amorosi

Dal fuoco stinto dei nespoli sale
l’ansia di una remota eucarestia
respinta in petto ma non nella mia
gola tremando senza confessione

quasi che l’incertezza fosse il male
cui non vale rimedio né perdono
e acqua e farina tramite d’ustione
del più orribile grado che ci sia

all’atterrito esofago che solo
con te, mia acqua, e ben tardi consolo.


da Ogni terzo pensiero

Non sono bandiere queste bandiere,
vedi che invece di ferite e ustioni
hanno fiori alle finestre, ai balconi
le case. Da infinite primavere

la giostra, qui, s’è fermata, i padroni
l’hanno portata altrove. Ma di sere
così, di notti come quelle, nere
fino all’occlusione, marce di tuoni,

tu sai che affanno e con che artigli preme
il semplice cuore. La verità
è che nessuna guerra è mai finita,

che la stessissima ferita geme
per sempre, che solo chi non ne ha
può scacciare i ricordi dalla vita.

 

da Quare tristis

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
più niente.

 

da Barlumi di storia

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore- ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine,
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

 

 

Nota biografica.

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Foto di Alberto Cristofari.

Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato, Parma 2004), voce poetica tra le piú alte e rappresentative della poesia del Novecento e dei primi anni Duemila, ci lascia, insieme alla sua opera in versi, un enorme lavoro di traduttore, critico militante – anche cinematografico e teatrale – e commentatore politico e di costume: testimonianze di una straordinaria sapienza letteraria e di una statura morale e civile che ne fanno uno dei punti di riferimento imprescindibili della cultura italiana contemporanea. Tra le sue traduzioni si segnalano I fiori del male di Baudelaire e l’intera Recherche di Proust.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il tempo che si forma” di Luca Lanfredi.

iltempochesiformaLuca Lanfredi, ha lavorato in questi anni alla sua prima e, per ora unica, raccolta di poesia. “Il tempo che si forma” non è solo un libro ma è la vera e propria costruzione di un luogo interiore. Uno spazio di parole. Pubblicato per le edizioni “L’Arcolaio” dell’editore Gianfranco Fabbri, sempre attento alle novità poetiche interessanti, è arricchito dalla prefazione di Giacomo Cerrai. Quello che conta di più in poesia è il tempo, non esiste altro: nel tempo si formano le parole, nel tempo si distillano le parti che è giusto che emergano, “la miglior sintesi”. In poesia la cosa più sbagliata è la fretta. La tempistica moderna del “tutto e subito” non può valere per la poesia. Lanfredi ha fatto esattamente questo, ha aspettato il momento migliore e l’esigenza vera di pubblicare. Lo spazio improvviso che scaturisce da questo libro è un episodio di notevole pregio. Ogni elemento del quotidiano viene irradiato di propositi e di luce in un’immersione di chiarezza. La poesia di Lanfredi è avvolgente e lucida: trascrive un vivere di esigenze e d’immediatezza che scatta nella vertigine: “Succede./ Che del resto è pura vita/ anche morire./ E ci si incontra quando la pioggia/ sfila, accanto. E che si/ corre all’infinire”. Tutto il vissuto si ripercuote in noi, passa dentro. Le poesie in questione parlano attraverso frammenti di “notizie” e “fatti”. Ogni cosa nelle poesie di Lanfredi raggiunge se stessa e si doppia nella solitudine di ogni avvenimento, di ogni progetto umano senza risoluzione: “ Poi, vedi, al termine,/ c’è sempre un tragitto/ che ci accompagna./ La notte sono i tuoi cenni,/ il tempo della non infanzia,/ il sostenere obliquo della frase./ Gli eroi non sono più-/ i vertici ci scagionano”. Tecnica e arte sono senza progetti, esistono nella loro incertezza. L’inevitabile è che la vita è una e come la poesia pretende una schiavitù a se stessa irripetibile. Bisogna vincere ogni timore, non accontentarsi di un semplice “apparire”, la poesia pretende di più. Luca Lanfredi stesso pretende di più. “Il tempo che si forma” è un’opera vera, bisogna passarci attraverso, rendersi coscienti dell’inevitabile sorpresa che produce. Nessuno può accontentarsi, bisogna saper leggere anche fra le righe, oltre le parole che sono già sintesi di altro, per produrre una propria reazione a ogni lavoro che porta con sé l’energia della parola, in questo caso la poesia di Lanfredi:“ Sarebbe come accontentarsi/ dei riassunti, dici”.

                                                                                                                              Luca Minola

da Trovare tutto

(l’impazienza)

Così, mi sto accorgendo
di non avere più quella
impazienza
che c’era da bambini a mezza sera:
di qua, l’affanno quieto delle biciclette
appena smesse; di là,
la soffice inquietudine
dell’ombra.

(l’ottavo mese dell’anno)

Giocavano a pétanque sotto il sole.
Ricordo questo, quando mi venne dato conto
dell’assenza.
Era un borgo non grande, ma con la ghiaia
aperta perché le bocce potessero brillare.
Allora,
misi tutto il mio gesto in quella busta.

da Lo spazio geografico

(lingua dei segni)

Poi senza fermarsi dice, «Io», portandosi la mano
contro il petto.

Il pozzo di luce
e dopo il marmo che tra il supermercato e il bar
era il campo dei giochi, le colonne.

Sì, mi piacerebbe
essere tradotto in gesti camminando.

 

da La vita adulta

 

(geroglifici)

Non riuscirò domani a allontanarmi;
vedi: è il non saper risolversi in eterno;
uno sramare d’alberi, un cielo saturato
dai miei nomi.
Perché, dopo questo correre all’esterno,
dopo gli occhi chiusi, la fame, il tempo,
dovrebbe bastare questa casa ad ospitarci?
Ognuno in fondo è un punto
più a centro del centro.

 

da La misura del lavoro

 

(sintesi dei punti di forza)

Lo schiocco della porta contro il muro.
Chi eri, tu? – ci si informava attenti alla risposta,
all’orazione lasciata dentro l’aria.

E intanto: la cartella chiusa
posata sulla coscia, il salto acrobatico,
la distanza gelata tra il nulla e la vittoria.

 

da La pronuncia del nome

 

(ultime notizie)

Parla piano, e gentilmente convoglia
la speranza dentro al giorno. Tutto qua.
Come un parato, un segno chiuso,
un maglio appeso al polso nell’attraversare
la materia. Un gioco
di fiale dietro al parabrezza
ed un carteggio muto. Tutto qua.

 

da Registro personale

 

(inventario di una fine estate)

Piacciono, questi orti di maltempo.
Piace l’umore delle nervature; il penultimo confine
dell’autunno. Piace l’eterna indecisione
delle azioni, la porta leggermente
schiusa, il sussulto delle parole attente;
l’antefissa, dal ghigno sorprendente.

 

(posta in uscita)

Ma poi: come li hai esclusi gli assenti
dall’elenco?

Il limine odoroso della storia nella città
che si fa piana e mia e umida d’ottobre.

L’ago che cuce e riunisce nel silenzio.

L’andirivieni viscoso delle cose
come cavalli ingrossati che
rampollano.

Dopo troppo e pochissimo di tutto.

 

 

Nota biografica.

 

DSCN1508Luca Lanfredi è nato nel 1964. Abita e lavora a Brescia. La sua prima raccolta, A mezza luce (Clepsydra Edizioni), è stata edita in formato e-book nel maggio 2009.