Poesie di Alessandra Frison.

416493_2871104627175_715977205_oLa poesia di Alessandra Frison rivela una capacità d’osservazione e di coinvolgimento. Un realismo descritto in maniera asciutta e accorta, come una grande necessità. La rivelazione maggiore è un tono di risentimento, riservato all’incompatibilità del vivere. In un’ accesa disputa fra separazione e annientamento e il contrasto fra essere vivi e partecipi. Forse in questi versi la fragilità si pone come un’emotività raggiunta, spinta a proibire l’accettazione e la conclusione di sé: “…non si possono dire e puoi passare la sera/ a farti notare per quello che porti/ o difendere un vizio senza discorsi,/ così, non spartire niente di te./ Vedi quanto manca a saperci conclusi”. Alessandra Frison nelle sue poesie propone un incontro, che possa prodursi nella collettività della parola, che possa esprimere la sintesi di un tempo irripetibile. Ogni nostro rifugio indicherà un’appartenenza, un’adesione che non potrà essere dispersa: “il terminare dei corpi nei secoli/ avranno un unico paese/ e la dispersione del dolore tra le foglie”. Le pagine possono ripercorrere il rumore delle strade, dei parchi. Il riferimento alla vita concreta è puntuale e ragionato, la poesia di Alessandra Frison sceglie la presenza e il contatto come materia principale del suo esistere.

                                                                                                                              Luca Minola

 

*

Non vi saprei dire nulla di me.
Anni che passano senza ricordi
piccoli gesti tra le mani
vuoti che stentano a dire come di noi
saranno dispersi anche i minimi segni.

Ho visto parlare qualcuno
nel verde dei nostri parchi
correvano come cani
con la voce di qualche secolo rimasto
nelle loro tracce.

Ci lasciavano raccogliere camelie
sulla strada del Sempione
così rosse che potevano dividere l’erba
o ancora di più, nel fondo, nella radice
nella delusione delle cose
nella costernazione.

Una volta accese le lanterne per la sera
tornavamo nei nostri passi
ognuno alle tiepide cose
ognuno ai sorrisi di pochi
alle facce di molti.

Non vi sapremo dire nulla. Il giorno
che si prova a cercare
è un giorno comune
come una serie di nomi
nelle costellazioni del cielo.

 

*

Lascio da parte i commenti da marciapiede
alle luci stente sbranate di marzo
non spetta giudizio e una fiera d’anime,
il controcanto del viaggio, mi ingombra l’aria
come singhiozzi di morte alla catena.
Quasi sempre la parte in vista di noi
è un lascito magro alla curva di un bancone,
raccolti su un tavolo, quando i minuti
muti senza sonno sospesi
non si possono dire e puoi passare la sera
a farti notare per quello che porti
o difendere un vizio senza discorsi,
così, non spartire niente di te.
Vedi quanto manca a saperci conclusi.

 

*

Un giorno resteremo seduti sotto le foglie
i sentieri del parco a segnare la vista

una visione dietro una luce
delle ruote che passano, una voce

è il tempo che ci consuma.

Nelle sere che sfiniscono, nelle correnti di relazioni
che costringono alla vita

la salvezza è sentirci soli
nell’impossibile di qualche viaggio

come un fiume verde da raccontare
tra le regioni inesplorate dell’ovest.

Fuori da questi versi
le nostre esistenze spontanee

il terminare dei corpi nei secoli
avranno un unico paese

e la dispersione del dolore tra le foglie.

 

*

(Calle las Perdices, Nazaret, Canary Island)

Il mare sembrava l’unico rifugio
dopo la domenica del cielo abbandonato
nel verso sbagliato di qualche strada.

Passata la tempesta ritornavano le finestre
da cui guardare le cose appese:
i piccoli sassi dell’India
il vetrame veneziano
il tintinnio dei cocci croati.

I luoghi da dire con tutti
nell’orizzonte senza dimensioni
lasciato a se stesso come l’ultimo
fuoco dei vivi.
I luoghi che non sapevi trovare

Nel dubbio consulta la mappa.

 

*

È così, di nuovo in questa fine di noi
di nuovo nel fondo dello spettacolo
a ripetere sentimenti e sentieri

…nei contorni…

la parte recitata da sempre
male e come ieri controvoglia,
faccia a terra e mascelle serrate.
L’obiettivo non è farsi capire
ma costringersi ancora
nella bocca infelice

…fuori dalle forme…

parlare di azioni e figure
nell’anno della sopravvivenza
che finisce il domani tra il limite
del minuto e della ringhiera.

I rumori delle biciclette,
i momenti che potevi dirti “tu”,
infilati tra le pagine della morte

…ai margini…

la consolazione di nessuno,
le loro ombre il tanto parlare
il poco sapere
che la fine spalanca

…perché non ti ricordi?

 

Nota Biografica.

Alessandra Frison è nata a Zevio, in provincia di Verona. Attualmente vive a Milano, dove studia Filosofia presso l’Università Statale. Sue poesie sono comparse nell’Almanacco dello Specchio 2008 (Mondadori) e in alcuni blog e riviste. Un suo racconto fa parte dell’antologia “Bloggirls, voci femminili dalla rete” (Mondadori 2009). Nel 2013 è uscita la sua prima raccolta di poesie “Le ore della dispersione” (LietoColle).

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“L’arresto” di Gabriele Gabbia.

gabriele-_gabbiaCon questa poesia, “L’arresto”, Gabriele Gabbia si spinge  in maniera estrema verso un linguaggio frammentato e speculativo. La gioia vissuta come ultima “possibilità”. La liberazione da ogni giogo, per primo quello dei sentimenti e delle indecisioni. Lo sguardo riacceso e riscoperto del lascito, dell’unicità del momento come evento unico, irripetibile. Nessuna possibilità di recupero, nessuna voglia di tornare indietro, di voltarsi in un passato che retrocede. Per Gabbia “pronunciare” è l’irraggiungibile, l’impossibilità di raccontare, di narrare in maniera regolare. Poesia distorta, distribuita interamente nel corpo, dell’autore e della parola stessa. Un linguaggio scarnificato fino all’osso nella struttura del testo. In chiusura un verso preso dal bellissimo libro di Milo De Angelis “Somiglianze”, come riconferma alla parola già scritta di poter rivivere in altri testi, in diverse modalità di lettura. Già qualche anno fa con la sua opera prima “La terra franata dei nomi”, Gabriele Gabbia aveva dato prova di saper gestire un’espressività dura e di massima sintesi.

                                                                                                                              Luca Minola

L’ARRESTO

a S.

Due sguardi conniventi
– convergenti –, sul
vuoto accumulato,
e nessuna parola più
da pronunciare; solo
un rintocco languido,
lento, fino all’arresto: «Tu
sei libera».

 

NOTA DELL’AUTORE

«Tu sei libera» è un verso ‘carpito’ dalla poesia Adesso, di Milo De Angelis – edita nella silloge Somiglianze (Guanda, 1976) –, qui misuratamente rivisto ed inserito nella chiusa del testo in questione; il lacerto originale era il seguente: «Tu sei libera!».

Nota biografica.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia e ivi vive. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e | o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani – premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Maurizio Cucchi, Diego Conticello, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Luca Minola, Jonata Sabbioni, Maria Zanolli.

La sua prossima raccolta di versi – di non imminente pubblicazione – s’intitolerà L’arresto.