“The Most Natural Thing” New American Poetry di David Keplinger e Mario Pera

WP_20151101_007Viaggio infernale e catarsi “The Most Natural Thing (New American Poetry) nasce dal confronto  fra due voci poetiche, quella di David Keplinger e di Mario Pera, tutti e due inediti in Italia. Selezionati in maniera scrupolosa da Alberto Pellegatta, che con eleganza e sapienza introduce e traduce il volume. Come sempre i libri EDB della “Collana di ricerca” sono accompagnati da schizzi e disegni di artisti, in questo caso dall’ipnotico lavoro di Massimo Dagnino che crea una chiara aderenza fra poesia e immagine. Si parte con le prose poetiche di David Keplinger, statunitense, classe 1968. Keplinger risulta un lavoratore di interni/esterni. Sbilanciato costantemente nella descrizione. L’abisso è vicino a noi, è anemico e calcolatore, si introduce attraverso orpelli e attimi di disgrazia: “Non ricordo. Ciò che chiamiamo “dolore” è una semplice perdita di memoria”. Con una chiarezza ai limiti della confessione David Keplinger continua in discesa libera la fedele ed eccellente tradizione americana delle prose poetiche, si pensi ai testi di Charles Simic  in “Il mondo non finisce” o nell’ultimo Mark Strand di “Quasi invisibile”. Il vero annullamento è scrivere di sé, affermare la propria esistenza. Svolgere il lavoro, addentrarsi nel regno delle cose con distensione e assedio, è questo il lavoro metodico di Keplinger. Manifestare la propria visione, irradiare l’anonimato e la sua abbondanza di vita: “Sono stato un campagnolo tutta la vita,/ spezzo il pane con le mani, mangio troppo veloce. Prego in fretta a tavola. Nell’inquadratura prima del suo annegamento, l’universo è lento ,e io voglio essere veloce”. Non viviamo per la salvezza, tutto questo è molto chiaro. La scrittura fredda di Keplinger ci ricorda che amare il reale è vedere anche l’abisso che ci sta dietro, la sua esatta corrispondenza/somiglianza. Niente si limita in queste parole, così vertiginose e asciutte, modellate su sviluppi poetici ampi che di riflesso ci chiedono un sano ed evidente distacco da ogni cosa, che ci porti una volta per tutte a quello che c’è sempre stato ma che non si è mai visto: “Abbiamo mangiato la carpa, mentre le candele si affievolivano. Sul tavolo c’era un orologio, un fazzoletto bianco. Sul pavimento stava distesa una bambola, gli occhi mezzi aperti, come i suoi, come i miei, con le sopracciglia dipinte e sollevate”. Altro discorso è la poetica di Mario Pera, peruviano classe 1981. Pera fa della sua poesia uno strumento surreale dalla forte carica espressiva. Rivoluzionario, assassino del potere imposto da Stato, Famiglia e Chiesa. I Viceré sono impostori. Dio è iscritto nella sua propensione di personaggio letterario, è snaturato e goliardico: “Dio/devo osservarlo per iscritto,/ per quanto dritto stia il mio collo,/sono ancora basso”. Dissacratorio e carico di invettive, il lavoro di Mario Pera collassa in aperture laviche che appartengono a una carica d’energia che si rigenera costantemente. In queste pagine il lavoro è sulla lingua, sulla sua densità e fluidità. Non si accenna a nessuna caduta di stile. La materia umana è toccata, studiata e fatta sfiorire come miracolata dal caso: “…un adoratore egocentrico/ la lebbra al culo della mia famiglia/ il rosario di mia madre/ che brucia sotto al mio cuscino/ e tutte le croci/ calano dalla mia nuca disorientate/ mentre ascolto cadere le preghiere in un sacco rotto/ e nel mio sogno più calmo/ vedo che Lima brucia, la mia famiglia brucia/ questa poesia tra le tue mani/brucia…” Come termini di paragone si potrebbe parlare del grande Leopoldo Maria Panero o di un giovane poeta come Francesco Maria Tipaldi. La parola per Mario Pera deve sconvolgere, esorcizzare le paure: “Così ho masticato per anni la mia pazienza/ (in silenzio contrito)/ i miei pletorici animi per ringalluzzirmi/ e la cremazione inclemente/ del mio offertorio”. Profanatore di culti e ideatore di nuove promesse, questo poeta usa strumenti eccellenti per arrivare a spiegare che ogni fatto resta nei particolari e in nessun altro modo può essere spiegato, come la peggiore delle offerte: “Quel rovescio si è fatto indelebile/ e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere/ un blocco in più della piazzetta o/ l’ignorato dettaglio/ dove cagano i piccioni”.

                                                                                                                              Luca Minola

David Keplinger

Sleepwalking

As I reveal myself to the world, the world will
be revealed to me. My father used to sleepwalk,
hammering invisible nails into the walls of the
house. Then his invisible hammer would land on
his thumb. He held the skin, it beat with pain. To
wake him up, I’d have to learn to speak in signs,
practice the agony’s grammar. I’d gently take the
hammer from his hands. Waking he would see
there was no hammer, no nail. No thumb. No
skin. No sleeping. No waking. No need of saving.

Sonnambulismo

Quando mi rivelerò al mondo, il mondo mi sarà
rivelato. Mio padre è sempre stato sonnambulo,
martellava chiodi invisibili nelle pareti di casa. Poi
il martello invisibile si abbatteva sul suo pollice.
Stringeva la pelle, che pulsava di dolore. Per svegliarlo,
ho dovuto imparare a parlare con i segni,
allenare la grammatica della sofferenza. Prendevo
con gentilezza il martello dalle sue mani. Svegliandosi
vedeva che non c’era nessun martello,
nessun chiodo. Nessun pollice. Nessuna pelle.
Nessun sonno. Nessun risveglio. Nessun bisogno
di salvezza.

 

Mario Pera

 

Brecht entre clavellinas

Sentado y con las manos sucias
pensó que era un viejo estúpido
una más de quella lozas de mármol de la plaza
que pudieron ser talladas con mejor arte para lograr un
David
una Venus
u otra diosa de senos sutiles
y nalgas abultadas
pero algún momento su destino sufrió un desvío
su divinidad tropezó en el pico del cincel
y con cada crujido su piel fue burilada
como un tótem incapaz de profanar su propio culto.
Aquel revés se hizo indeleble
y con el paso del tiempo tuvo que conformarse con ser
un bloque más de la plazuela o
el ignorado detalle
donde cagan las palomas.

 

Brecht tra i garofani selvatici

Seduto e con le mani sporche
pensò che fosse un vecchio stupido
una in più di quelle lastre di marmo della piazza
che avrebbero potuto essere tagliate meglio per ottenere un
David
una Venere
o un’altra dea dai seni piccoli
e dalle natiche abbondanti
ma a un certo punto il suo destino ha subìto una deviazione
la divinità è inciampata nella punta di uno scalpello
e con molti crepiti la pelle è stata bulinata
come un totem incapace di profanare il proprio culto.
Quel rovescio si è fatto indelebile
e con il passare del tempo si è dovuto adattare a essere
un blocco in più della piazzetta o
l’ignorato dettaglio
dove cagano i piccioni.

 

 

Note biografiche.

David Keplinger è nato a Washington nel 1968, è autore di quattro libri di poesie: The Rose Inside (1999, Premio T.S.Eliot), The Clearing (2005), The Prayers of Others (2006, Colorado Book Award) e The Most Natural Thing (2011). Perfezionato nella prosa poetica, ha ricevuto importanti riconoscimenti dal Pennsylvania Council of Arts e dalla Soros Foundation. Ha diretto il programma di scrittura letteraria dell’Università del Colorado e attualmente dirige il Master of Fine Art dell’American University di Washington DC.

Mario Pera è nato a Lima, in Perù, nel 1981, dove si è laureato in Legge. Ha pubblicato i libri di poesia Preparazioni anatomiche (2009) e Rumore bianco (2011), ma anche il saggio Fare l’America or Learn to Live in It? Italian Immigration in Peru (Università di Tolosa 2012). È fondatore della piattaforma letteraria «Vallejo & Co». Le origini liguri del padre spiegano in parte il liturgico avvicinamento alla cultura europea e le infiorescenze cristologiche.

“C’è Nunzia in cortile” di Marco Pelliccioli.

Marco-Pelliccioli-Cè-Nunzia-in-cortile-copertinapiattaPer parlare  di Marco Pelliccioli e del suo ultimo libro di poesie “C’è Nunzia in cortile”, si può partire da alcune frasi scritte nell’introduzione a firma di Maurizio Cucchi: “C’è una potenza, anche sinistra, anche violenta, che si esprime con saggia pacatezza…” e ancora “la poesia di Marco Pelliccioli porta sulla scena un gran numero di personaggi, una vera e propria folla…” La vena espressiva di Pelliccioli parte dal racconto, dalla quotidianità, da personaggi pacati e sfiniti. “C’è Nunzia in cortile” raccoglie i paesaggi a volte anonimi a volte pieni di vita di cortili e interi quartieri, dove le strade si snodano senza nessuna prospettiva inseguendo le gioie e i drammi nascosti in ogni angolo. Marco Pelliccioli nella sua poesia fa una scelta, reale e precisa, sceglie di raccontare in versi, attraverso la ruvidità della vita, lo spazio esistenziale degli umili, di migranti ed emarginati: “Straccia la ginestra/ sotto i sandali sgualciti:/ brucia la casa nel campo di confino/ scompare in lapilli sempre più lontani/ nel cielo che crolla…”.

                                                                                                                              Luca Minola

Terra

Naufragato nella periferia
un pescatore, i piedi mutilati,
mi indica un cortile, la bicicletta
al casolare diroccato: qualcuno si impiccò…

 

 

C’é Nunzia in cortile

C’è Nunzia in cortile,
con le mani lacerate, il bastone appeso al muro
l’acqua versata sulle ortensie.
Sembrano la terra le sue rughe rammendate:
boccioli di rosa appena pronunciati
grazia che splende alla fontana.

 

 

Quando mi prendi la mano

Quando mi prendi la mano
in via del Conventino
una palla rossa scende nei cortili
scorre tra limoni e praterie di girasoli
girandole, boccioli, lenzuola
appese dai balconi.
Poi il binario azzurro
smemora in un fischio
il treno per Lambrate.

 

Gli gnocchi

Con la pasta e le uova tra le mani
facevi rifiorire la mia infanzia…

Angiolina, a tagliare cento gnocchi,
le mani storte ai lavatoi, gli spari nel cortile,
a crescere tre figli nella Storia
quando le stelle decrepite dal tetto
nutrivano nel letto
la fame e il ricordo
di un padre morto ieri.

Oggi ci sei tu a donare questo seme:
un girasole dai sepolcri
fioriti in lettere d’amore
nel cielo.

 

Nota biografica.

12164893_10153604099000912_2043353301_oMarco Pelliccioli è nato a Seriate (Bg) il 25 novembre 1982. Per la poesia ha pubblicato Vapore metropolitano (Albatros, 2009), terzo classificato al Premio Mario Pannunzio di Torino 2009; C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014), finalista al Premio internazionale di letteratura Città di Como, al Premio Mauro Maconi e vincitore del Premio Albero Andronico di Roma 2015. Per la narrativa ha pubblicato A due passi dal treno (Eclissi, 2015) romanzo segnalato dal Premio Italo Calvino 2014. Per la saggistica ha pubblicato Un dandy a teatro. Oscar Wilde e Woody Allen (MEF, 2008). Ha scritto La Patirazza, raccolta di poesia vincitrice del Premio Inedito Colline di Torino 2015. Ho catturato Coppulone!, sceneggiatura cinematografica con menzione speciale al Premio Inedito Colline di Torino 2014. In amore non si bara, atto unico teatrale finalista al Premio Inedito Colline di Torino 2010 e Schegge d’autore di Roma 2010. Suoi testi sono stati premiati e finalisti ai premi Lago Gerundo Europa e Cultura, Mario Soldati, Mario Pannunzio e sono apparsi in alcune antologie e riviste.