“Dalla vita degli oggetti” di Adam Zagajewski.

5976d9d5b5ea1a0a9d2cead088e0bae9_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyLa voce di Adam Zagajewski si basa sulla purezza delle immagini e sulla trasparenza del dettato. Autore nobile, aristocratico per grandezza e pacatezza. La bellezza di un libro come “Dalla vita degli oggetti” non si può spiegare a parole. Curato in maniera eccellente da Krystyna Jaworska, il libro è edito da Adelphi che aveva già pubblicato il suo libro di prose “Tradimento”. Questo libro di poesie si deve vivere come un’immersione nella creazione della parola, nella distanza e vicinanza della vita come continua ricerca e scoperta. Il libro è composto da poesie scritte in vent’anni di attività, dal 1983 al 2005. In queste parole scritte ogni fattore umano viene vissuto nella visibilità di un’efficacia distinta e notevole. Zagajewski fa parte di quella schiera di grandissimi poeti polacchi come Czeslaw Milosz, Zbigniew Herbert, Wislawa Szymborska che hanno vissuto e lavorato, o come Ryszard Krynicki, vivono e lavorano, come esempi di grandezza. La ricerca per questi autori passava e passa anche dall’idea di pensare e creare, con le dovute differenze si intende, la base per una comunicazione comune, per una possibile creazione di una cultura europea. I versi di Zagajewski arrivano anche dove non si può. Oltre confini e muri. Oltre le pretese di divisione e negativismo. Parlare di una città per parlare di tutte le città, ogni via, ogni piazza, ogni incrocio conosciuto che si ripetere nell’infinito processo dell’esistenza, come se fosse sempre qualcosa di noi. Ogni parola per Zagajewski è misura e necessità: “Forbici, coltellini e lamette grattavano,/ tagliavano e accorciavano le vesti ariose/ dei prelati e le piazze e i palazzi, gli alberi/ cadevano senza rumore, come in una giungla,/ e la cattedrale tremava e ci si congedava dall’alba/ senza lacrime, senza fazzoletti, così asciutte/ le labbra, non ti vedrò mai più, tanta è la morte/ che ti attende, perché ogni città/ deve farsi Gerusalemme e ogni/ uomo un ebreo? e ora, ma in fretta,/ fare i bagagli, sempre, ogni giorno,/ e andare senza fiato, andare a Leopoli,/ eppure esiste, quieta e pura come/ una pesca. Leopoli è ovunque”. Il tema della memoria, della costanza del ricordo sono analizzati e trattati con una forza e una semplicità disarmante, incantevole. Difficile trovare una letteratura così alta, così poco ostaggio del risentimento. Libera e pungente. Si resta quasi intontiti dalla bravura di Adam Zagajewski, dal suo equilibrio istrionico. Bisogna solo leggere e rileggere queste pagine, lasciarsi rapire dalle immagini, mai forzate in un equilibrio inusuale: “…tra un attimo qualcuno in un’aura/ di allegria lascerà gli ospiti, salterà/ pesantemente sul marciapiede, se ne andrà/ all’inglese, nuoterà nell’ossigeno, veleggerà/ cercando nella memoria/ le parole non dette, che come piombo/ cucito nella tela lo tireranno/ giù in mezzo all’erba, tra canne, sabbia/ e fango”. Uno sguardo e una spinta inarrestabili spingono a una lettura preziosa, soprattutto per ognuno di noi, per la nostra tanto agognata ricerca della bellezza e di qualcosa di prezioso. Diventate anche voi sguardo, anche voi poesia. Fate un grosso piacere a voi stessi, leggete la poesia di Adam Zagajewski: “Case, onde, nuvole e ombre/ (tetti blu scuro, mattoni bruni)/ infine siete diventate solo sguardo./ Quiete pupille degli oggetti,/ indomite, rilucenti di nero./ Sopravviverete alla nostra meraviglia,/ al nostro pianto, alle nostre fragorose, infami guerre”.

                                                                                                                              Luca Minola

Ode alla morbidezza

Le albe sono cieche come gattini.
Fiduciose crescono le unghie, ancora ignare
di ciò che toccheranno. Morbidi
sono i sogni, la tenerezza incombe
come nebbia su noi, come la campana di Sigismondo,
prima che cessasse di battere.

 

Vacanze

Sono scuri i capelli dell’estate.
E le foglie dei faggi tese
come corde di violini per bimbi.
La pioggia si perde nelle lunghe grondaie
della chiesa di campagna e piange.
Il giovane Rembrandt, ancora altero,
ci osserva da una cartolina.
Il mare infuriato s’infrange sulle rocce
e qualcuno sussurra: ci sarà la guerra.
Il sole di ieri si raffredda nei mattoni.
Nascosti da rigide mantelle
due ciclisti attraversano il ponte.
Nel giardino rilucono i lampi verdi delle cince.
L’asfalto caldo evapora umile,
come se un barbiere vi avesse poggiato
le ciotole per la rasatura.
Respiri sollevato: sono solo stanchi
pellegrini che ritornano a casa
portando il dolce pane dell’oblio, la felicità,
il silenzio.

 

Anni trenta

Anni trenta
Io ancora non ci sono
Germoglia l’erba
Una ragazza mangia un gelato alla fragola
Qualcuno ascolta Schumann
(il folle Schumann,
smarrito)
Che felicità
Io ancora non ci sono
Sento tutto.

 

Nota biografica.

8.Adam_.Zagajewski.gdansk48131-679x1024Adam Zagajewski è nato a Leopoli (ora L’viv, Ucraina) nel 1945, è considerato uno dei maggiori poeti viventi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, come il Czeslaw Milosz Prize (2008),  il Premio Europeo di Poesia (Treviso, 2010) e il Premio Cetonaverde (2015). Attualmente vive tra Cracovia e gli Stati Uniti,dove insegna all’Università di Chicago. In Italia ha pubblicato “Tradimento”, Adelphi, 2007, La ragazza di Vermeer, Edizioni del Leone, 2010, L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea, Casagrande, 2012.

“Le acque” di Marco Corsi.

Foto2353“Le acque” di Marco Corsi, uscite pochi mesi fa nelle Edizione L’ Arca Felice, è una plaquette raffinata e meritevole, arricchita dalle opere visive di Meri Gorni. Marco Corsi tratta la parola poetica con effetto, avvicina il lettore a queste sue recenti poesie. Trattare il tema dell’acqua, che è fonte, sorgente, entità domestica, che purifica e distrugge allo stesso tempo, che sembra passare ma non passa mai: “mi fermo nei pressi della fonte/ fino a sparire/ per essere meno presente”. Bisognerebbe ricordare uno dei frammenti di Eraclito: “ Dalla terra nasce l’acqua, dall’acqua nasce l’anima…” Queste poesie assumono un prezioso significato se lette alla luce della feconda staticità e del fenomenale movimento dell’acqua stessa, che è fonte di vita per eccellenza. Corsi sferza il testo con passione e reale capacità, i riferimenti a sé  sono evasivi ma con efficacia stilano un soggetto/esterno mai inquieto e sempre partecipe all’energia proposta dalla parola. Inabissarsi è la parola chiave, esserci sempre e comunque nella poesia: “dove siete stati a cancellarmi/ per ogni nutrimento di sostanze/ o di acque dense.” Le strutture resistono, nella tradizione si riverbera il presente fino a diventare qualcosa di inascoltato. Le lotte rimangono sempre le stesse per Marco Corsi, se non si può parlare di “passione” parleremo di vita per la poesia, di vittoria per la civiltà nel resistere: “ci sono campi di concentramento/ per le nostre maniere più civili”.  Il flusso non si può paralizzare,  lavorare in poesia è rimodulare ogni cosa, se il nostro vivere non può esserci restituito ne risanato allora solo allora c’è la parola, come verità, come lettura intransigente e  spazio autonomo di lavoro: “siete voi a confondere le acque”.

                                                                                                                              Luca Minola

*
dove siete stati a cancellarmi
per ogni nutrimento di sostanze
o di acque dense
dove siete stati per essermi
piccoli sentimenti eucarioti, procarioti, sentenze
avete avuto facoltà pressoché indeterminate
silenziose ancora acque
in sé convesse per non dire ripetute
dove siete state noi qui non abbiamo
forma e meno che mai deposito
per qualità di germinanti indizi.

 

 

*

relazionali, indubbi, certi e razionali:
almeno nei giusti caratteri
limitano la tracimazione delle acque
le piene e i vuoti.

 

 

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ci sono campi di concentramento
per le nostre maniere più civili
da parlare sopra gli allarmi
indugiando dentro le sillabe
quando la storia non entra
nell’ammasso dei momenti
e noi siamo ancora uniti
figurine di carta nella luce
o ricordi sotto l’alluvione.

Nota biografica.

12026517_10206611969591478_407581860_nMarco Corsi ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in italianistica presso l’Università di Firenze nell’aprile 2013 e attualmente si occupa di editoria. Ha pubblicato saggi dedicati a diversi poeti italiani contemporanei e una monografia sull’opera di Biancamaria Frabotta, I nodi violati del verso (Archetipo Libri, 2010). Sue poesie sono apparse su: «Poeti e Poesia», «Semicerchio», «La casa dei doganieri», «L’area di Broca», e più recentemente «Nuovi Argomenti» (n. 64, 2013) e “Quadernario. Almanacco di poesia”, a cura di Maurizio Cucchi, Lietocolle,Faloppio 2013. La sua ultima silloge, Da un uomo a un altro uomo, è stata pubblicata in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2015), a cura di Franco Buffoni, con una nota di Niccolò Scaffai. Nel 2015 ha vinto il primo premio “Cetonaverde poesia – sezione giovani”.