“Fratello poeta” di Giuseppe Piccoli.

downloadFratello poeta di Giuseppe Piccoli è un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza; uscito per l’editore LietoColle nel 2012, curato da Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena. Quest’opera rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo. Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera. Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta. Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in “Poesia Tre” Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più. Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti. In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”. La prima sezione di Fratello poeta è “Di certe presenze di tensione”, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola. Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente. “Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”. Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano. Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”. Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”. Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./  e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”. E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai. Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”. Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”. Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”. In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”. Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.” Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista “Poesia”, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”. C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta. La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica. “Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

                                                                                                                              Luca Minola

Questa recensione è già apparsa su Poetarum Silva il 30 Maggio 2013. La redazione ringrazia.

da “Di certe presenze di tensione”.

 

*

Baci. Ma nell’aria c’è una
malattia dell’Essere: la chiami
noia per ripetermi e quindi
evadere ogni possibilità di offesa.
La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,
c’è questa splendida facoltà di intesa.

 

*

Questa fonte che lava la mia veste
ora tu la conosci, la devi consacrare:
e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre
tu la devi svuotare nell’abisso:
in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia
tu saprai di te stessa, mi ricoglierai
quando avvertendo il passo sino al punto,
al primo attimo io colga una fossile conchiglia.
Tu traversando lo spazio che ti allegra
saprai di me, della natura umana.
Ed io che allora uscirò di terra
mi farò la mia tana e la mia vela.

 

*

Il viario e il viatico tra la sorgente
e la casa, non è strada gemella:
con due sole ali si sorprende allo sbocco
del tenue viale immaginario, il segno
e la risposta del cherubino incredibile
traverso tanti diversi assunti dell’opera,
sino all’albero matematico di Mondrian
che elargisce i suoi specchi nel minuto della ragione.

 

*

Perché la grazia sia verde,
e sia verde il contagio, avvicinati:
io spalmo di olio le tue mani.
E per andare lontano, più lungi,
sarò amante del dolore cristiano.

 

da “Foglie. Dodici poesie.”

 

*

Come fosti foglia
dell’azzurro e di me
ora sei foglia
che si assottiglia
levigata dal vento
che ti rovina
nelle stanze delle maschere
dove la porta è ferma
come tronco d’albero
e dentro la sua luce
è intera nera.

 

*

Osserva foglia muta
figlia della luna nascosta,
converti la foglia figlia
dell’albero che parla
in strumento
di un’antica rettorica
conosciuta sul sillabario
di un desueta
e ancora consueta infanzia:
sii simile a lei,
che si raccoglie presso il tuo nome
freddo e dorato
nel sepolcro che trasforma
la tua veste in spoglia.

 

da “Chiusa poesia della chiusa porta.”

 

*

Ma per chi non ha strada
c’è la caverna dove un muro infante
si rifugia chiamando il padrone:
non scesi con la lampada nell’antro
né vidi i morti fare all’amore,
né pensai a mia madre china al cucito
né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti.
Ma l’angelo che il fanciullo custodisce
era il mio seno nella casa segreta:
io ero la chiave e l’oltremondo
mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.

 

Nota biografica.

giuseppe20piccoli1Giuseppe Piccoli nasce a Verona il 5 Aprile del 1949. Diplomatosi all’Istituto magistrale, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Verona; nel frattempo insegna nelle scuole superiori. Inizia a scrivere giovanissimo poesie e recensioni, sia artistiche che letterarie, pubblicate su quotidiani locali e nazionali e su riviste di poesia, oltre che in volume: “Di certe presenze di tensione” volume antologico Poesia Tre, Guanda, Milano, 1981 e Foglie, nell’ Almanacco dello Specchio, n°11, 1983. Postumo, a cura di Arnaldo Ederle, è apparso il volume Chiusa porta della chiusa poesia, Bertani, Verona, 1987. Muore suicida nel 1987 nell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, dove era stato internato a seguito di un grave fatto di sangue.

 

“Buonanotte occhi di Elsa” di Michele Ortore.

copertina_occhidielsaDEFIn una lingua imprescindibile nasce il lavoro svolto da Michele Ortore nel suo primo libro “Buonanotte occhi di Elsa”. Un’opera organica ricercata e d’immediata capacità, piena di epigrafi e citazioni, che naviga pienamente nella letteratura. Ortore non tace gli amori: “Allacciami e sarò/ l’alamaro delle tue volontà”, gli stravolgimenti, le tragedie: come scommessa e conversione della vita in altro. Le estensioni sotterranee della lingua di Ortore contrappongono la tonicità della lingua: “Fermatevi, non toccate più il suolo/ e nei mille silenzi di un attimo, siate/ fotografie di voi vivi,/ un angolo piegato e dio dietro,/ solo per un attimo, solo se nell’attimo”, a giochi verbali e invenzioni “Prima dei vichinghi dare al comunismo una chance atlantica”, “una dottrina Breznev ospitata in viso”. All’interno di “Buonanotte occhi di Elsa” Ortore rimodula una lingua con matrici e regole già impostate a tutti noi, che può con novità e invenzione essere, come scrive Maria Grazia Calandrone nell’introduzione, “indecifrato mare del possibile”.

                                                                                                                              Luca Minola

da ” Amare i paraventi”

Come fosse ieri

Allacciami e sarò
l’alamaro delle tue volontà.

Perturba il vento della notte, o
forse non è niente, lo scrutare
della mente nelle foghe di un sogno,
le pagine sgualcite di carta cinese
frementi nello scrivere e nel descrivere,
il ponte sbilenco che il tuo piede
costruisce fra generazioni di amori diversi.

Cercare nei pendoli diuturni
appesi ai fili spezzati del cielo
il coraggio di segnare nuove parole
sulle vetrine di Campana,
inveterare sospiri. poi agire

Vorrei disegnarti

Vorrei disegnarti,
come la polvere sollevata
sugli spigoli dal passo:
passi in contrabbasso, passi arrampicati
su cordigliere dallo sguardo infinito,
e compositori limpidi di laghi ghiacciati,
ad inseguire con una matita
lo schiudersi in un giorno soltanto
della vita dei fiori dell’Asia.

da ” Favole al telefono”

In memoriam Edoardo Sanguineti

Scivola sulle reni chiare americane
la goccia di cloro come un limo da bottiglia,
si posa e cade sul legamento anteriore
di una caviglia che cigola in versi,
accumulati in bicchierini, rotolati
in fogliettini, stravolti di bellezza
così sporca da rivoltarsi immacolata,
mentre sale la scaletta volge un Sutra
al girasole; Allen Ginsberg;
nudo come solo un comunista in America.

E la tua cravatta, rossa, da poeta d’avanguardia
lucidamente lo guarda:
è un attimo di infinito, composto,
ma leggermente scomposto, come il tuo naso
impertinente e fermo, una dottrina Breznev
ospitata in viso. Accanto, il buffet:
mastichi qualche dubbio, e poi un tramezzino.

“Le nostre due anime, in un corpo solo:
fu questo, il miracolo di Dante!”

da ” Corde nel vuoto”

Il solco

mi guardavi solo quando la parola finiva

il solco dello stilo incontra
le pareti verticali della roccia in filigrana:
le sorgenti apparecchiano architravi,
quando la punta sgretola
le consistenze atomiche e come in un
ciclo stellare l’assenza dell’elio
produce vista ed energia –
così mi fu chiara la verità del plesso solare,
quando sta tutto tremante
il triangolo scaleno del mistero, rovescia
in linea la forma del pensiero
e qualcosa finalmente accade

Nota Biografica.

11256409_10153227067636380_1724616242_nMichele Ortore è nato a San Benedetto del Tronto nel 1987. Sta frequentando un dottorato in Storia della lingua italiana all’Università per Stranieri di Siena. Ha pubblicato la raccolta di poesie Buonanotte occhi di Elsa (Vydia, 2014) e la monografia La lingua della divulgazione astronomica oggi (Fabrizio Serra Editore, 2014). Ha collaborato con gli speciali sulla lingua italiana del portale Treccani e con Mondadori Education. È giornalista pubblicista e ha scritto di teatro e poesia per Atelier, Krapp’s Last Post e i Quaderni del Teatro di Roma.