“Nel centro della regola” di Giuseppe Martella.

Schermata 2015-01-19 alle 23.28.32Giuseppe Martella con “Nel centro della regola” traccia le sue direttrici poetiche in maniera ferma e propositiva. In poesia ogni parola scritta si paga, ogni frase, ogni frammento vengono scritti per una motivazione primaria e personale; sta a noi riuscire a creare qualcosa che vada oltre noi stessi, che sia “poesia”, rumore di noi. Martella paga i debiti alle “ombre”, crea una voce esterna e selettiva impregnata di eventi e simbologie spinte in un centro unico, potenziato dalla sacralità dell’atto: “L’ombra riaffiora e preme su tutto,/ si prolunga, cattura le bocche di ogni chiesa,/ si riconosce in questo sterminio”. In nessuna parola di “Nel centro della regola” l’autore tace il proprio desiderio, la sua inevitabile angoscia di perseguire regole e circostanze attraverso la poesia.

                                                                                                                              Luca Minola

Da “via Ravenna”

*

Piangi un limite, scegli una grazia,
imponi un desiderio che sia irrevocabile.
Ognuno di noi, nei giorni, riconosce
il proprio debito, il rame di questa scala,
la pretesa dell’azione prima di ogni turbamento.
Poi la supplica di un ritorno, la supplica
che sia di nuovo infanzia, il verde luminoso,
la premura del sonno senza un peso.

*

I padri non sanno la via del ritorno,
confondono i vivi tra chi resta e chi si prepara
a morire. L’ombra riaffiora e preme su tutto,
si prolunga, cattura le bocche di ogni chiesa,
si riconosce in questo sterminio.

*

Via Lanciani, rimane poco ma accade
ancora, non vuole saperne di morire, partecipa
della luce di un telefono. Era ieri, quindici
anni, uno scandalo senza tenerezza. Era
appena ieri, in una cartolina più a sud
del mare, nel letto di una vena.

Da ” rosso chiuso”

*

«Le foreste in marcia, gli occhi
sporchi di polvere e di sole, le ali
strette tra le mani, tutti i nostri
codici di espressione, gli inverni nati
morti, il tuo abbraccio di pietra serena».

*

Resiste all’elegia,
nasce una seconda volta
da una terra gialla, altissima,
e per ciascuno di noi
la lingua batte un solo nome,
sempre lo stesso.

Da ” prima madre”

*

Qualcuno spegne la luce, semplifica
la croce sulla finestra e il tuo nome
è diverso dal mio, è attuale, ora
che hai scambiato questa vita con altra
vita. Il minuto della ragione affoga
in un bicchiere di latte, nei cicli eterni.

Da ” sequenza del ritorno”

*

«Io la ricordo la musica
che usciva dai cortili, in estate».
Isola dura, fame di padre, sii te stessa,
torna nella quiete minerale, nella
tua pace di cloro.

*

Finisce un vetro nella sproporzione,
torna l’ombra, abita la stanza, riduce
l’ombra in cenere. Era arrivata da vicino,
era già qui, presente, era una bocca.

Nota Biografica.

11056978_10205878104893848_2016483920_nGiuseppe Martella, nato a Chieti nel 1978, vive e lavora a Roma come traduttore libero professionista e formatore. Ha esordito nel 2012 con la raccolta Canto, con una nota di Giulio Ferroni, seguita dalla plaquette Ecce homo, dedicata a Giuseppe Piccoli; entrambi i testi pubblicati per i tipi digitali di Errant Editions. Ha collaborato e collabora con diverse riviste, come ‘il primo amore’. È tra i soci fondatori dell’associazione “Piccoli Maestri”, una scuola di lettura per ragazzi.

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“Previsioni e lapsus” di Luciano Mazziotta.

previsioni-e-lapsus-copertina-solo-primaParliamo di errori, cambiamenti improvvisi, fraintendimenti di senso e false dichiarazioni se vogliamo parlare del libro di Luciano Mazziotta “Previsioni e lapsus”, letto in un susseguirsi di stagioni, luoghi e climi. Noi lettori, siamo gli ospiti di avvenimenti e distrazioni; per questo la lente è sporca, opaca dal troppo uso, da uno sguardo troppo puro per poter riconfermare la realtà: “ Succede e anche spesso/ dell’altro di fianco, un alone/ di fatti, un lenzuolo disteso/ che sia alza atterra in giardino e ricopre/ la nostra visione: un ospite/ atteso e la pioggia di rane”. Clinicamente ci si possono aspettare malattie croniche o la limitazione del paziente ad essere segnalato come “persona” in attesa: “ (In caso di malattie acute/ seguire queste istruzioni:/ prima la faccia del malato…)”. Come scrive Andrea Inglese, nella postfazione, spesso Mazziotta usa come ferri del mestiere il compiacimento infantile, gli scioglilingua, la cantilena. L’autore non vuole essere soggetto ad una lingua impostata e fonte di potere: per esempio la lingua mediatica, bulimica e stressata da continui spot. La maturazione per Mazziotta  è un fattore esterno, climatico, dove la geografia compie il suo compito più arduo, parlare dei luoghi e di chi li abita, in una lunghissima proiezione che si compie indirettamente su luoghi e persone, uno sbilanciamento verso l’apertura: “ …perché per dire io sono e mi chiamo ci vuole un giorno,/ e forse anche meno, ma per dirlo in modo compiuto, aggiungendo/ l’avverbio, serve un piano. la lingua, per dire, è fine della città, per/ cantare l’intreccio dell’esserci, perché ci sia racconto dell’uno e/ dei molti: eravamo qui, a berlino, e te lo sto dicendo, almeno”. C’è un controllo, sì, che si pone in diretta opposizione del soggetto descritto, che non tace la programmazione quotidiana, che subisce il clima e l’autorità; in questo caso la pioggia o il viso dell’adulto nella propagazione del suo volere: “ ho avuto il sospetto. un sospetto. di qualunque natura esso fosse. ho/ sospettato, previsto, ricostruito tutto. è una sorta di delirio di onnipotenza/ o un retaggio infantile del bambino che vede il cielo nuvoloso e/ prognostica pioggia. che magari piove davvero e il bambino si gira,/ guarda in segno di sfida l’adulto, e gli dice, gli usa il verbo e il pronome,/ e gli dice, sono stato io. e se ne ricorda, pure, e programma, almeno”. Non può esserci che la perdita di controllo nel testo di Mazziotta, la scelta di un estremismo testuale, progettato sia per la sintesi che per un accumulo di dati già esistenti e preimpostati. Si determinano  per l’extrema ratio, testi come “ Diventare cosa” o “Penultimo quadrato”. In conclusione Luciano Mazziotta gioca a pieno regime tutte le sue carte, non esclude nulla, propone il suo sguardo pieno e reale sempre in anticipo sulla quotidianità applicata di ognuno di noi.

                                                                                                                              Luca Minola

Da “Statistiche”

*

Un tempo che non è altro che tempo

che non è altro che mese e stagione

che non è altro che allora che un tempo

che quando che non è altro che dopo

che prima che non è altro che: clima.

 

Da “Proiezioni”

MATURITA’ BERLINESE III. FINE DELLA CITTA’

*

fine della città è l’eudaimonia. ma non solo. e, in realtà, dipende.
in realtà l’importante è che sia dicibile, che sia dicibile la città e il
fine stesso: perché per dire io sono e mi chiamo ci vuole un giorno,
e forse anche meno, ma per dirlo in modo compiuto, aggiungendo
l’avverbio, serve un piano. la lingua, per dire, è fine della città, per
cantare l’intreccio dell’ esserci, perché ci sia racconto dell’uno e
dei molti: eravamo qui, a berlino, e te lo sto dicendo, almeno

 

Da “Statistiche”

CON NONCURANZA PERO’

Con noncuranza però
per arrivare al finale
su pianure che chiamo pianure
di case coi tetti crollati
e nastri e pellicole attorno
che i piedi non possono: chiodi
sporgono, chiodi
e tutto da carcassa è finestra
se un piede calpesta il pilastro
fissato per reggere il tetto
ma è sopra e lo copre e si apre:
si fa da fessura finestra
su pianure che chiamo distese
di ghiaccio che i piedi non possono
che mettersi in fila ai bordi dei fossi
o esporsi per cogliere il fondo dei lapsus
della pianura che chiamo pianura
che chiamo pianura crepata:
ché i piedi non possono
che mettersi in fila ai bordi dei fossi
o spingere il corpo a stare seduto:

né dire, disdire, né chiedere aiuto.

 

SENZA LA VISTA

Senza la vista organizza lo spazio
le muove le mani le palpa
le mura: allora ci sono, può darsi,
ci sono le mura e dell’altro dovrebbe
esserci un gancio una gruccia
un asse di riferimento
che c’era e ora è annerito col resto.
Non visto, si crede, le spinge
con l’unghia le porte che pensa
di aprirle:

si tocca e gli pare di essere intatto.

 

Da “In anticipo sullo zero”

 

PENULTIMO QUADRATO

In anticipo sullo zero. Cosa.

Diventare cosa. Cosa conclusa.

Cosa conclusa. Diventare cosa.

Cosa. In anticipo sullo zero.

 

Nota biografica.

10994323_1594486320795986_5663376954784810454_nLuciano Mazziotta è nato a Palermo nel 1984. Specializzato in Scienze dell’antichità con una tesi sui rapporti tra filosofia e medicina in Galeno e Platone, ha vissuto tra Palermo, Amburgo, Berlino e Bologna. Attualmente vive a Bologna, e insegna lingua e letteratura italiana nei licei.  Nel 2009 è uscita la sua prima silloge di poesie Città biografiche (editrice Zona) e nel 2014 Previsioni e lapsus, (Zona – Collana Level 48). Sue poesie e prose sono state pubblicate sui blog “Nazione Indiana”, “La dimora del tempo sospeso” e  “Poetarum silva” di cui è anche redattore. Altri testi sono presenti sulle riviste Poeti e poesia (nr. 21), nel Registro di poesia #5 (edizioni D’if), in Semicerchio – Rivista di poesia comparata e, da ultimo, su Argo (XVIII).

“Persone” di Giampiero Neri.

neriParlare di Giampiero Neri è parlare di un esempio umano e poetico: di un vero maestro. Si conoscono, ormai molto bene, le caratteristiche e la reale sintesi della poesia di Neri, poeta imprescindibile degli ultimi quarant’anni di poesia italiana, autore del bellissimo “Teatro naturale”. In questi mesi è uscita la plaquette “Persone”, per le curatissime “Edizioni L’arca Felice”, con all’interno delle “prose” che aggiungono e completano il suo ultimo libro “Il professor Fumagalli e altre figure”. Negli elaborati si traccia il fortissimo binomio uomini- animali, dove si sottolinea la relazione a volte inaccessibile, altre estremamente reale e dura di una “madre natura” che incarna la realtà e la dissolvenza del mondo. La plaquette è anche impreziosita dalla copertina e dai disegni di Massimo Dagnino, lucido e spietato nelle sue raffigurazioni. “Persone” è un tassello, l’ennesimo incrocio di personaggi, che riflettono la personalità estremamente in ombra e decisa, di Giampiero Neri stesso.

                                                                                                                              Luca Minola

 

Massimo Dagnino, Nell’occhio del volatile, matita su carta, 2014

 

*

Dalla figura, schiacciata sul marciapiede come stampata, doveva essere una cavalletta della specie comune da noi, ma molto più grande, di proporzioni fuori dell’ordinario.
Forse trasportata su qualche nuvola da un vento più forte, da una tempesta, come quella sabbia rossa del deserto, arrivata fin qui.
L’avevo portata a casa come un trofeo di esotismo e l’avevo messa sotto vetro.
Poco tempo dopo ne avevo visto un’altra, di proporzioni anche maggiori, e viva questa volta.
L’avevo stuzzicata con la mano e sentito il duro delle sue membrane e delle sue zampe potenti. Lei aveva spiccato un grande volo.
Avrei voluto raggiungerla ma era sparita fra le macchine in sosta.

 

*

Alcune poesie di Paolo Universo, poeta triestino venuto recentemente a mancare, erano apparse nel 1972, sul primo numero dell’Almanacco dello specchio, di Mondadori.
A pubblicarle, su giudizio favorevole di Sereni ma sulle prime alquanto oscillante (“passavano i  mesi ” scriveva Universo in una sua poesia “ma tu, Sereni, col cavolo che mi rispondevi”), si era deciso lo stesso Sereni.
Le poesie d Universo era difficile ignorarle. Molto della sua personalità scontrosa e anticonformista era presente nei suoi scritti, come le sue graffianti invettive.
A opera di amici triestini, queste poesie tornano a formare un nuovo libro, che ha per titolo Delenda Trieste.
Trieste, come si sa, è una delle città più belle del mondo, ma i suoi abitanti  amano lapidarla.

 

*

…la Natura, il brutto poter che ascoso

a comun danno impera…

Giacomo Leopardi

 

Ci sono molti modi di guardare alla Natura e forse il più diffuso è quello di attribuirle il ruolo di Madre.
Madre Natura, si dice generalmente, come luogo comune.
Le ragioni non mancano, ma ce ne sono almeno altrettante che lo negano.
Se il colore giallo e nero protegge la specie aggressiva nel suo aspetto mimetico, dall’altro segnala la pericolosità della sua presenza e mette in allarme.
Si ha dunque una doppia azione ma di segno opposto.
Il comportamento della Natura sembra piuttosto molto simile all’Apollo del maestro di Olimpia. Assiste imperturbabile alla battaglia e non parteggia né per i vincitori né per i vinti.

 

*

Non lascia indifferenti l’incontro dei grandi felini, che riposano in apparenza a pochi passi dalle auto in sosta. Qualcosa si è oltrepassato, che non è soltanto un confine naturale.
Rimane ben poco del loro posto regale e di loro stessi, umiliati dal contatto con le macchine.
Sembrano un giocattolo rotto, che è stato smontato e non è possibile ricostruire.

 

 

Massimo Dagnino, Ritratto di bordo, matita su fotocopia e carta nautica, 2014

 

 

 

Nota biografica.

GNeri-184x280Giampiero Neri è nato a Erba il 7 aprile 1927, vive a Milano. Ha pubblicato: L’aspetto occidentale del vestito, Guanda, Parma, 1976; Liceo, Guanda, Parma, 1986; Dallo stesso luogo, Coliseum, Milano, 1992; confluite in Teatro naturale, Mondadori, Milano, 1998; Erbario con figure, LietoColle, Como, 2000; Finale, Dialogolibri, Olgiate Comasco, 2002;  quest’ultime due plaquette rifluite in Armi e mestieri, Mondadori, Milano, 2004; Paesaggi inospiti, Mondadori, Milano, 2009, (Premio Alfonso Gatto), Il professor Fumagalli e  altre figure, Mondadori, Milano, 2012, (Premio Maconi, 2013).