Inediti da “Libro nel libro (Figura solare libro secondo)” di Nicola Vitale.

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Foto di Dino Ignani.

Si leggono queste nuove poesie di Nicola Vitale,  che anticipano il primo capitolo del prossimo libro in versi “Libro nel libro” (Figura solare libro secondo) in uscita nei prossimi mesi per la collana “Lo specchio “ di Mondadori, come una soluzione all’enigma:  la possibilità di “ricominciare”, di non percepire la fine come meta, ma come punto d’inizio. Le poesie di Vitale si collocano in un rinnovamento completo che continua in maniera misurata e risolutrice il lungo percorso di questo autore in questi anni. Il lettore sarà davanti, in pieno riflesso, a poesie pacate da ansie, che proclamano una novità vincente e trascinante: “ Ma una grande felicità è pronta:/ il segreto del nulla”. Questo per dire che non bisogna più aspettarsi niente, che la crescita di sé sarà ripartire, capitalizzare ogni negatività per ogni bene, fare progressi con il proprio dolore e percepire il mondo nelle sue doppiezze. L’opera di questo poeta, mai urlata o conforme a spinte di disagio e inquietudine che tanto contraddistinguono la nostra contemporaneità, è una delle forme di nichilismo più silente e reale, si muove nel silenzio, con capacità aristocratiche di imprimere l’ascesa del nuovo. Un nichilismo profondamento Nietzschiano che ricorda il passo da “Del leggere e scrivere” dello Zarathustra: “ Di tutto ciò che è scritto, io amo solo ciò che uno scrive col sangue. Scrivi col sangue e sentirai che il sangue è spirito”. Questo lavoro, questo progetto deve essere letto con la giusta pazienza, assaggiato e studiato con espliciti riferimenti all’arte, come il rimando strumentale del sottotitolo a “Figura solare”, saggio critico scritto alcuni anni fa da Nicola Vitale , sull’ arte figurativa che sembra innovarsi in maniera più semplice ed articolata della poesia stessa, superando svuotamenti di senso e azioni di smarrimento visti come semplici e puri atti artistici. In queste poesie, non c’è nessuna fermezza tranne il bisogno che tradisce il proprio “io” stigmatizzato  e sciolto:  inizio o piano calcolatore della propria identità. Non c’è salvezza o costituzione di essa: “ E’ quasi l’alba/ gli estremi cardinali esitano/ nella parzialità della notte”; l’idea prescelta dell’autore è di proclamare luce e colore, sempre vivi anche nel basso fondale della città o nella quotidianità più ostica e pretenziosa. I collegamenti da cercare e da ottenere in questa lettura, celano il segreto invariato della poesia, sono le stesse ragioni dell’impossibilità umana all’ambientarsi totalmente alla costituzione di un ordine, alla regolarità di ogni vita, che sceglie e nomina le cose, fuori di sé, nel brivido di non riconoscersi: “ Sai di non poter passare/ tra le cose consuete/ senza aver dato o ricevuto/ un nome”.

                                                                                                                              Luca Minola

 

 

Novembre 2011, esce un libro insolito: Figura solare – Un rinnovamento radicale dell’arte, inizio di un’epoca dell’essere. Alcuni pittori sarebbero passati da decenni a una concezione dell’arte che ci supera. Se fosse vero?

 

Che curioso, confondere il vuoto con la mancanza!
Davvero ci manca in genere una particella d’Oriente,
un grano di Zen.

Gilles Deleuze

 

Finita l’epoca delle novità, c’è poco da dire…
eppure nel campo i fili d’erba si danno un gran da fare, già a febbraio senza gli indizi prestabiliti della primavera. Facciamo finta di nulla, qui intorno tutto non ha mai smesso di ricominciare. Quando si scriveva per amore, per essere qualcosa di più della solita cosa. Quando capita di provare: tele e colori, o scrivere per ricominciare, come fare? Si prova e si corregge, non ci sono mezze misure: ricominciare.

 

*

Metti questa parola solida
che sembra carne
o quella introflessa verso un cuore dubbio
di sbalzi d’umore.
Metti una parola buona
per sembrare uno che canta di notte.
Metti una parola comunque
per cercare un credito in un futuro
senza risultato.
Cosa si può scrivere in permanente ritardo?
Una parola corre
sulle praterie dell’oltralpe
come le ricordo in quel viaggio nel futuro
nomi detti senza paura
sul crinale che ci portava nel mondo:
il bosco, il prato, le pecore del gregge
che fuggivano allo sguardo.
Oggi si rovesciano le cose
dobbiamo voltarci a monte
smettere di parlare al vento.

 

*

Ho scritto poesie con i muscoli
per migliorare una malattia precoce.
Cosa costringe un ragazzo
a questo essere così poco,
obbligato a un lavoro immane
per sopportare se stesso?
Questo è il malanno
effetto di una contraddizione:
l’amore degli altri non viene prima
del perdono per se stessi.
Ma poi scopri che nessuno ascolta
è solo un differito riflesso
illazione di altri tempi
quando ci si credeva migliori
nel frequentare le parole
di un radicale sospetto
che ci fosse altro.

 

*

Avanza l’ipotesi di avere perso il filo,
che la poesia sia voce della giovinezza,
e inavvertiti i timori dell’alba
quando ancora pensavo a una via di fuga.
Ora non so più temere
o presagire un doppiofondo
quando forse un’alternativa ci sarebbe stata.
Non ci sono canti, viaggi, amori ridicoli,
ma un frontale distacco da un mondo
che non si conosce
che non aspetta nessuno
e non porta rimpianto o nostalgia.
Ho compiuto il mio giro,
affrontate le illusioni immaginanti
che hanno fatto più danni che prodigi.
Ma una grande felicità è pronta:
il segreto del nulla.

 

Distratti da canzoni d’autore, nel dormiveglia internazionale non è che nessuno ascolta, è che non c’è modo, non regge più la figura che puoi disegnare al centro del progetto: il nome, l’ora, l’indirizzo non coincidono. Gli appassionati conviventi (anche per poco) non si incrociano, gli affari intempestivi fanno debiti. Anche le cose prescritte per riuscire, non riescono.

 

*

Un errore, due errori, tre errori
dovremmo con calma ricapitolare
tacere per un po’, fare il punto.
Non parlare: ascolta.
Non ci sono soluzioni sulla carta
ora sembra svanito il segnale,
il monitor non risponde
sembra guardare nel nulla.
Non pensare di chiudere e emigrare
verso stagioni più calde
ovunque il territorio frana
l’ultimo viaggio prenotato non parte.
Torna in terrazzo
sulle colline si allontana il colore del cielo
nell’andare e venire del respiro.

 

*

Dopo tentativi irrisolti mi chiedo
cosa potrebbe sollevarci
questa estate che non abbiamo fatto progetti
quando il calcolo delle probabilità vien meno
e non si attende altro.
Potremmo allontanarci di poco
valicare il limitare di questa corta memoria
e rivedere i luoghi dell’infanzia.
Qui gli stessi paesaggi
si stendono ancora nell’imponderabile
le stesse strade…
ma qualcosa non si capisce
dopo tutte quelle lacrime.

 

*

Dopo secoli di menti affaticate
dopo aver scritto e dipinto
da rovinar la digestione
si vuole tornare alla vita normale
parlare dell’umano
dell’uomo in gabbia per strano malumore.
Si vuole… si vuole
insomma non ne va bene una.
E se non volessimo nulla
se smettessimo di cercare di farla franca
di spuntarla
da questa circoscritta spirale?

 

Il primo nodo: la parte piena del pensiero che non si scioglie; una per una cose che contano già dal mattino tra giornale e caffè. Neanche lì sul tavolo del bar puoi pensare ad altro. Devi emigrare, essere disposto a tutto, fino a immagini che mancano, su cui non c’è scritto nulla.

 

*

Aspettarsi di tutto lascia libero il campo
dalle pretese di salvezza.
Costringe a pesare le parole
prima di aver detto troppo
aprirsi a un ingombrante silenzio
che rilancia l’onda lunga degli sguardi.
Qui, rarefatti i progetti
i nodi del cuore allentati
sembrano esauriti gli argomenti
l’indecisa sostanza della mente
smette di fare domande.
E’ quasi l’alba
gli estremi cardinali esitano
nella parzialità della notte.

 

*

Quando la sera nessuno chiama
e addormentati nei dubbi
non c’è nulla da fare,
si inizia a pensare e si vorrebbe
un’altra vita e un altro nome.
Potrei essere già scomparso
a quest’ora
che fuori il traffico dilegua
le occasioni dell’incontro
e sembrano le strade girare
sempre allo stesso bar
alla stessa vita.
Qua occorre un rimedio.
Ripenso alle gesta degli estroversi affaccendati
di chi avrebbe voluto ma non può
ai nostri sguardi
che dovrebbero dirci di più
sulle combinazioni di amicizia
senza ricatti e senza ombre…
a tutti questi corpi assegnati a caso
tra cui appena trapela
il desiderio della notte.

 

*

La sera, quasi notte
quando un po’ indietro rimane il tempo
e il riposo si presenta
sul limitare della stanza,
le domande del perché e del percome
si rifanno.
Ti togli le scarpe e aspetti
che i piedi tornino in natura
dove i dubbi si calmano
e la constatazione del corpo
sembra una conferma.
La sera, quasi notte
ecco piegato sul letto il corpo calmo
disteso in altro modo
non più docile alle esigenze del caso
né combattivo alle intemperie.
I nervi cedono e lo strumento si riaccorda
ma le domande circondate dalla calma
sembrano più gravi.

 

*

Più nessuno sa cosa rappresenta il giorno
solo un raggio intimidisce gli alberi
e nulla trapela degli attimi
che porteranno il sole.
Sai di non poter passare
tra le cose consuete
senza aver dato o ricevuto
un nome.
Ma nel buco della notte
senza conferma d’altro
mi sento più vicino al mare e alle montagne
che l’estate ammiravo.
Non c’è parola che potrebbe dire di più
di quella lontananza
che dal sonno scende
verso la città.

 

Nota biografica.

Nicola Vitale è nato a Milano, dove vive, nel 1956. Poeta e pittore, ha pubblicato poesie sull’Almanacco dello Specchio nel 1989 e nel 2005. Sono uscite le seguenti raccolte di poesia: La città interna all’interno del Primo quaderno italiano (Guerini e Associati, 1991), Progresso nelle nostre voci (Mondadori, 1998), La forma innocente (Stampa 2009, 2001), Condominio delle sorprese (Mondadori, 2009, Premio Laurentum). E’ presente nell’antologia, a cura di S.Giovanardi e M. Cucchi, Poeti italiani del secondo Novecento (2004). Ha pubblicato articoli di critica ed estetica su diverse riviste italiane e straniere. I suoi dipinti sono stati esposti in gallerie private e in spazi pubblici in Europa e Stati Uniti.

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