“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

10615837_10202476528931245_2020007879_nE’ da poco uscito “Tua e di tutti” secondo libro di Tommaso Di Dio, grazie alla collaborazione e alla bella iniziativa portata avanti da Pordenonelegge e dall’editore Lietocolle. Tommaso Di Dio non solo è uno degli autori più interessanti nati negli anni ottanta ma è anche un uomo che vive con passione e intraprendenza la poesia, sempre pronto ad interessarsi e a promuovere iniziative e progetti legati al mondo poetico.

 Dico questo perché “Tua e di tutti” è l’essenza di quello che è Tommaso Di Dio come persona: materiale, carnale, ma anche estremamente verticale quando la passione che prova diventa urlo e vibrazione collettiva; come se Di Dio volesse una voce unica ed universale che possa contenere tutto e tutti. Questa “comunione” fra persone viene più volte ricercata all’interno dei testi di questo libro, un’esperienza del dialogo e della solitudine che vengono affrontate d’impatto e senza indecisioni: “ Come taglia/ questa luce nell’erba e lascia/ soli nel dialogo”. Già dal titolo “Tua e di tutti” Tommaso Di Dio sceglie e mostra una grande verità: l’impossibilità del possesso. Come la vita, la poesia o la persona amata, nulla ci appartiene veramente, può solo esserci la condivisione e la collettività di ciò che si ama. Tutto è nostro e degli altri, capirlo è forse l’unico e vero atto d’amore: qualcosa che è conflitto e verità: “Sempre lei/ balla cade offende, fa di tutto perché mai tu/ l’ameresti così come ora l’ami/ tua e di tutti, questa/ vita reale più ricca e sgualcita/ dal niente che non l’abbandona”. Il movimento orizzontale dei versi di Di Dio si scioglie nel ritmo delle frasi, si produce con forte decisione come impegno e imposizione: “Io voglio che tu veda/ crescere questo albero”. Il sentimento per Tommaso Di Dio è scommessa e dolore: è vita. Il punto d’arrivo di ogni relazione è il suo compimento, l’adesione al suo amore e la sua distruzione: “Se metti la faccia sulla terra/ ai limiti estremi della bocca c’è/ la nostra unica/ somiglianza infinita”. In queste poesie si sente un forte impulso animale, regna un “amore” disgraziato e sporcato dal vissuto ma anche vorace: “L’oscuro/ tra loro e noi, l’ombra/ che divide i gesti e fraziona/ le sagome e le specie, nel fogliame/ sbregato da primavera” e ancora “…cosa sono/ le lacrime/ di queste bestie che non piangono”. I paesaggi di “Tua e di tutti” sono urbani, regolati da una città asfissiante, ma vitale che sembra inghiottire ogni fatto, ogni emozione per poter essere riconosciuta come luogo di una realtà nostra. La città per Di Dio è da attraversare: “Cammino avanzo. Opero parlo./ Al punto cieco di ciò che faccio/ desidero sempre, desidero ancora./ Desidero vivere”. La materialità di questo libro si fonda con la sconfitta, con le bassezze della storia, sia personale che collettiva. Poter essere è solo fonte per un generare nuovo, che sia solo vita, vita senza precauzioni: “Nascere non è generare;/ oggi bisogna dare/ vita alla vita”.

                                                                                                                        Luca Minola

da Con gli anni

 *

Dove dormi. Tu sei dentro
una faccia di alberi, una notte
grande. Quando dormi tu
addosso hai sempre le strade aperte
luce d’acqua mossa
cielo e bestie se

ti tocco respiri. Mi chiedo
a cosa ci porta questa nostra
ignuda natura; una cosa arcana
e stupenda pelle se

ti tocco respiri.

 

*

Provi a gonfiare la pancia.
Tendi il muscolo diaframma e hai
il ventre acerbo non ancora esploso
del terzo mese. Gonfia
trattieni il respiro quasi non ce la fai
ridi.

Più tardi le voci la strada
la luce fioca il tavolo; la luna mezzo
storta col cielo nuvolo. Tu che altrove dormi
mentre io mi tengo dentro
il seme premuto; schiacciato
fiato futuro, sconcio slargo.

Nella testa l’idea
di essere padre.

 

da Il volto ci chiede

*

Entra. Nel buio non dice
non sa
cosa nella stanza ci sia. Avanza
di pochi passi dentro, incontra
alcuni oggetti sbatte forse
contro un tavolo. Illumina.
Governa. Reggi me; che vado
senza più
la tua meta. Abbiamo
avuto giostre e focolai; anni infiniti
di primavera e sul viso la gioia
stupida degli orari mai
mancati mai. Ha
bevuto troppo; oscilla, si cerca
addosso una postura, si accascia dove
trova l’orizzontale
senza nome. Illumina tu
governa. Reggimi terra
fin che puoi.

 

da Dove

*

La ricerca dell’esperienza. Andare dove. Sentire.
Sotto la strada c’è un pezzo di terra.
Erba grigio verde e polvere, sospesa
fino alle rotaie del tram. La ricerca
la faccia messa dentro, persa dove. Il bambino
ha nella testa un tumore. Le vetrine
non s’allacciano a questa
calma di mondo inerte. Ridono. Si parlano. Non cedere.
Non andare. Né la luce mai
si riposa. Allora dove; è persa. E dove poi.
La luce si ritrova.

 

Nota biografica

286795_4594684110846_1001380910_oTommaso Di Dio, 1982, vive e lavora a Milano. E’ l’autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009. Nel 2012, alcuni suoi testi sono stati inclusi nell’antologia La generazione entrante, Ladolfi Editore.

 

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