“Voce interrotta” di Mauro Germani.

arton261“Voce interrotta” di Mauro Germani si presenta come un’opera a più voci, realizzata fra i fantasmi e le orme del silenzio dell’autore. Pubblicata dall’editore Italic Pequod, nella sua veste sintetica e affinata, è un’opera ragionata, percorsa al suo interno da una scansione continua di testi, intervallati solo da brevi cambi di sezione, che pronunciano la lettura di questi versi, rendendoli trascendenti e in cerca di assoluto. Le poesie di Germani risultano schegge ferme percorse da brividi di buio interiore: “Sono tornate le voci/ e dicono fai presto/ fai presto tu che non credi/ ai mattini, conta ogni/ molecola, ogni supplica/ nella paralisi del buio,/ qui/ al centro del petto,/ adesso che sei nostro/ e ci ami,/ ci ami ancora/ come un bambino”. La soglia che oltrepassa la voce di Mauro Germani infonde la resa innocente di un pericolo ininterrotto, di un perduto alfabeto che può dare la chiave di lettura per questo percorso al buio, in una chiara terminazione del dolore. Inadatto al compromesso, Germani celebra con “Voce interrotta” una delle sue prove più energiche, votata alla lezione dolorosa, a una vita mortale che rifugge la salvezza: “perduto nelle differenze,/ nei salti d’alfabeto o/ nei sentieri tra l’erba,/ solo/ come tutti e nessuno/ senza la mia origine/ senza il mio vuoto/ di carne e d’ossa/ nelle sere dimenticate/ nell’alba,/ viandante di questa/ terra estrema,/ di questo incerto/ morire”.

                                                                                                                              Luca Minola

“La bestia viziata” di Federica Gullotta.

federica-gullotta-la-bestia-viziata-copertinapiattaFederica Gullotta ha venticinque anni. È persona di letture classiche, è evidente dal suo canto, versi dal climax agreste, in originale equilibrio tra la soavità bucolica e la spietatezza leopardiana. Se un merito va a questa giovane autrice, è la capacità del rischio, prevedendo i colpi bassi dell’enfasi, ma anche le risalite grazie a un pensiero piuttosto lucido. La Natura, infatti, sa fare dono di sé, per quei pochi che riescono a percepirla, e nel suo furore rimane sempre la star. Gullotta sa gestirla con un linguaggio controllato, anche nei suoi vertici retorici, talvolta sporcato fino a un’ordinarietà disturbante, più spesso capace di mescolare respiro lirico e pensiero filosofico, in due parole: un linguaggio inventato. La Natura è la diva, questo è certo, ma una diva antropomorfizzata: La pianta ha i suoi muscoli, / la sua carne, ed anche le sue ossa / e i nervi. Perché in fondo sta qui la metafora, una Natura che tenta di rappresentare un ideale umano: libero, per intenderci. Una Natura libera come dovrebbe essere libero l’uomo. La sottotraccia della silloge, il fil rouge, è una sorta di anarchia che se si evidenzia in modo manifesto esclusivamente negli effetti di alberi, terra e animali, non rinuncia a porsi come modello. Non a caso un altro elemento di poetica è la possibilità di recidere i legami affettivi. Tema utopico, inevitabilmente legato a certi afflati di gioventù, impossibile da praticare, nonostante la chimera della libertà. Ma d’altra parte è compito della poesia puntare eccessivamente in alto, perché i frutti raccolti siano almeno al cinquanta per cento. E della poesia è compito destabilizzare, smottare e inquietare a iniziare dal soggetto scrivente: “La scrittura come malattia cronica”, recita un titolo della silloge. Libertà significa anche consapevolezza di schiavitù, cognizione tanto più colpevole se viene ignorata: Il liquido amniotico del / sapere, fa nascere / servi ubriachi. Un eccesso di coscienza può condurre alla rovina, nulla si può senza il compromesso, la moderazione vince in ogni campo, fuorché in quello dell’arte. Gullotta non è una dissidente infervorata, non ha alcun tormento politico o sofferente afflato civile, benché sia difficile non legare un’idea di “impegno” a ogni verso che chiunque scriva. Ma come nella migliore tradizione: l’obbligo di un’artista sta nel rintracciare, ideare ed evocare la bellezza. E la vitalità. Il desiderio di vita. La sua è una lingua tesa a questo scopo, al punto di rianimare oggetti inorganici, capovolgere prospettive, dominare la lingua in uno straniamento personalissimo, lì dove se Tutti conosciamo le palafitte urbane / aggiustate sui supermercati, ben pochi sanno le tenere anarchie / dei mattoni, e le umidità paterne /da stendere coi palmi. Una vitalità che nella memoria di qualche onirica perfezione ha fatto in modo che la vita si concentrasse / ed esplodesse in un solo punto. C’è una decisa sensibilità al linguaggio, soprattutto nelle possibilità sinestetiche e ossimoriche.
Federica Gullotta rientra sicuramente nel novero di una poesia visionaria, ma di una visionarietà calibrata nella creatività del contrasto: orfica, ma lucida. Lirica, ma contemporanea. Da Archiloco a Rimbaud, da Rimbaud a De Angelis, autori che per un momento potremmo immaginare dentro il suo impianto poetico, ma implosi in una lingua infedele alle fotocopie epigonali, ancora in cerca di un’inimmaginabile alternativa, priva di una definibile cittadinanza.

                                                                                                              Mary Barbara Tolusso

 

 

*

Le prime terre dal basso

I.

Oh, è terribile è terribile

questa luce

che penetra nel cuore

abominio della sete d’oggi.

 

Non lasciare non lasciare

che la calma si unisca

ai campi di mais.

 

Ogni tramonto è cannibale e parricida.

 

Rallenta la biglia del buio.

Piccolo fauno.

La notte non vale

tempo, la campagna

ti possiede nuovamente.

Le volte a spirale rivendicano

la loro puntata.

Lascia il tuo piede a loro,

e lascia gli occhi

all’erba medica che fa

fiori così belli.

 

Selvaggia natura verde

ristorati nella villeggiatura

dei corvi sui canali:

non esiste chi ti meriti

di più.

 

Aspetta la vespa, rassicurati

nel ronzìo della vespa:

avere il male,

e non doverlo

temere.

 

Piangere le stelle,

invitarle a sé.

 

 

*

Tutte le madri iniziano presto

Tutte le madri iniziano presto

a spaventare i loro bambini, mostrando

bellezze dal precipizio e distraendo

le viole, e hanno strani modi per favorire

scomposte visioni di colore.

 

E tutti i bambini, presto,

iniziano ad annodarsi il collo,

a indossare scarpe slegate,

a contare le aurore imminenti.

 

 

*

La bestia viziata

Come animale sento –

e come sento odoro –

e odoro quello che penso –

come animale un tempo, mi adoravano

tutte le mani e tutti i respiri

di freccia in furia

tra gli alberi sonori

 

Come animale spacco –

e come spacco celo –

e celo quello che penso –

un tempo, orgogliosa come un

palo fulminato, e risoluta,

scortecciata, piena di umori

riavvicinai la terra scoperta

e lunga

Nota su “Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone.

tacere“Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone, poema uscito un paio di anni fa per le raffinate edizioni “Coup d’Idée”, Edizioni d’arte di Enrica Dorna, ripropone ai lettori l’interesse di questo autore per le forme lunghe in poesia. Già in passato, vista la decennale carriera, Cagnone si era cimentato in poemetti come “Vaticinio”, poi incluso nel volume complessivo “Armi senza insegne”, o come “Il popolo delle cose”, che in qualche modo rappresentano i due esempi più lampanti della bravura di questo poeta nell’affrontare i progetti lunghi e intricati. Estremo nel suo bisogno di precisione, Cagnone snoda e articola “Tacere fra gli alberi” nel risveglio di un linguaggio, nell’essenziale sentimento del riavvicinamento alle cose: “ Ecco,/ uno di noi, tra cose/ di lunga ombra”. In quello che non si può comprendere, nell’inestricabile tace qualcosa, la nostra funzione si misura con questa incapacità, con questa chiarezza strisciante: “Ne l’aperto, ora,/ nel folto, nel diramarsi/ dell’inestricabile,/ ovunque ebbe principio/ un atto di luce. E’ il tempo/ in cui si ascolta e divora,/ non si tace, è il vocabolario/ dell’estate, la solidarietà/ del mondo conosciuto”. Quello che si nasconde all’interno del poema è il lascito, l’allarme procurato da un quotidiano frammentario e inospitale, celebrato nell’individuazione di espressioni essenziali e pulite. Nel significato delle parole c’è la riluttanza delle azioni, dei contenuti del mondo schiavi della degenerazione: “Riluttanza nel tenere/nel lasciare. Vorresti,/ un indulgente epilogo,/ un cenno solamente,/ che si contenti/ di mormorare dubbi –sai,/ sfiorare la tesa del cappello/ mentre muovi altro tempo/ per la via. Nessuna via,/ è il secchio in fondo al pozzo/ l’uscio chiuso della dispensa/ la fermezza del mondo/ dopo un temporale”. I frutti maturi degli anni, la presa di coscienza di un profondo risveglio interiore che può partire dall’andatura di ogni età e luogo, vuole essere pretesa di sé nelle cose, nella fase espressiva della trasparenza: “Ho trascurato la fragilità,/ l’inesperienza, l’acqua/ poche gocce, inosservate/ in crepe fenditure/ nel vaso delle mani,/ e quel passo stretto/ tra cosa e cosa”. I lati della vertigine celano i ricordi, i sentimenti malati proibiscono la resa, meglio unirsi alle piogge, ai margini della pagina scritta, ai margini della polvere del tempo, questo sembra riportare l’autore alla sua più oscena verità. La guerra fondamentale nella trama di questa poesia è la meraviglia dell’accaduto, la riflessione sottile e invincibile che porta l’ombra: “ Una rivelazione d’ombre/ fece di quei volti una spina,/ un insepolto addio-/ porte troppo sottili/ alle mie chiuse stanze”. Il racconto commosso di “Tacere fra gli alberi” porta tutta la riluttanza di Cagnone verso la legittimità della disobbedienza, dell’involontario argomento per cui resistere e vivere: “ Non volevo/venire, non volevo/ che un vento,/ una resurrezione”. Intessuto di asprezza e dialogo verso il lettore, “Tacere fra gli alberi” diventa argomento e costellazione, dalle viscere allo spazio percorso nel paesaggio, limiti sono il tempo e la certezza: “Questo, per me,/ l’esordio-epilogo,/ l’unico azzurro,/ il pregio del richiamo”. Questo richiamo si condensa, è un eco inaspettato che circonda, che riporta il silenzio alla sua forma scritta: “Sì, tacere fra gli alberi”.

                                                                                                                              Luca Minola

Nota biografica.