Edward Carpenter – L’amore diventa maggiorenne

In attesa del nuovo numero dell’«Almanacco del Ramo d’Oro», dedicato a Poesia e Visione, proponiamo un autore pubblicato tempo fa sul cartaceo della rivista.

«Se io sono un profondo stagno, Edward Carpenter è il mare», scrisse E.M. Forster nel 1931, descrivendo Carpenter (Brighton 1844) come «un poeta, un prosatore, un profeta, un socialista, un mistico, un laburista, un antivivisezionista, un critico d’arte». E infatti, ispirandosi a Karl Ulrichs e Walt Whitman, pubblicò diverse opere in prosa e in poesia, soprattutto d’argomento storico e polemico. Celebre il suo Love’s Coming-of-Age (1896), che proponiamo nei suoi passaggi salienti, per la grande attualità del tema. Ricordiamo anche Intermediate Types among Primitives Folk (1914) e Homogenic Love and its place in a Free Society, usciti nel 1895, l’anno del processo a Oscar Wilde. Carpenter fu un lucido utopista, precursore dei movimenti per i diritti civili: «Immagino un millennio di libertà e gioia sulla Terra – un millennio non di ricchi, non di facilitazioni meccaniche e intellettuali, assolutamente non di immunità dalla malattia e dal dolore, ma un tempo in cui uomini e donne possano entrare in relazione con i loro corpi». Animò i laburisti britannici e fu professore a Cambridge, troppo avanzato forse anche per i nostri tempi, è ricordato specialmente per il poema Toward Democracy:

 

Il sole, luna e stelle, erba, e l’acqua che scorre sulla Terra, la luce leggera del paradiso:

salute. Da dietro a tutte queste cose, trapassandole, vi mando mie notizie.

 

Alla fine la libertà!

Cercata, invocata a lungo – per anni e anni:

il peso cui continuamente ritorno, seduto qui, calzando scarpe pesanti, già morto e sepolto, passato al paradiso senza possibilità di ricerca;

(Che cosa vuoi sapere se non ciò che ti ho trasmesso?)

E la gioia, iniziata senza finire – viaggio dei viaggi –, il pensiero messo a tacere:

 

Queste cose io, scrivendo, ti traduco – lucido lo specchio e te lo metto in mano…

 

 

La passione sessuale

 

Mentre la gloria del possesso pervade e abbellisce tutta la natura, mentre i fiori si irradiano e risplendono alla luce del sole nell’estasi della generazione; mentre le narici degli animali si dilatano e le loro forme, sotto l’impeto della passione, diventano istinti di fiera bellezza infiammata; mentre persino l’amante umano si trasforma e, nei grandiosi splendori delle montagne e del cielo, vede cose che prima erano velate – è curioso che proprio l’uomo spezzi la magia della natura insinuando dubbi, conflitti e divisioni, dove prima regnava un’inconscia armonia.

Heine dice da qualche parte che l’uomo che ama senza successo apprende di essere un dio. E forse solo quando la grande corrente dell’amore sessuale è ostacolata e posta in conflitto con altri parti del suo essere, solo allora l’intera natura dell’uomo, sessuale e morale, sotto uno sforzo tremendo si solleva alla piena coscienza di sé e rivela nel fuoco le proprie qualità divine. È chiaro, penso, che se vogliamo trattare razionalmente il sesso, senza superstizione da un lato, né licenza dall’altro, dobbiamo ammettere che sia la soddisfazione sia l’insoddisfazione della passione siano desiderabili e piacevoli.

Insegnare al bambino apertamente la relazione fisica con la madre, la sua lunga dimora nel corpo di lei, e il profondo e sacro legame di tenerezza che ne deriva; e poi in seguito, spiegargli la relazione di paternità e come all’amore reciproco dei genitori debba la propria esistenza: tutto ciò è semplice e naturale, almeno per la giovane mente, e non eccita nell’animo alcuna sorpresa, alcun senso di disagio, ma solo gratitudine e una specie di tenera meraviglia. L’opinione pubblica, la letteratura, il costume, le leggi, sono saturati dalla nozione d’impurità del sesso, e rendono così sempre più difficile il riconoscimento della sua innocenza. I nostri figli raccolgono le prime cognizioni sull’argomento per strada. I piccoli che si bagnano nei sobborghi delle nostre città sono arrestati da stupidi poliziotti infuriati alla vista di un corpo nudo… Finché questo sudicio e triste sentimento sul corpo umano non sarà rimosso, ci sarà ben poca speranza per una vita pubblica libera e gradevole.

 

L’uomo immaturo

 

L’uomo, il maschio umano ordinario, è un animale curioso; mentre egli assoggetta il mondo con il suo coraggio, con destrezza e attività, nelle cose d’amore è per lo più un bambino. La passione lo domina; non riesce a cavalcare il leone come si favoleggia abbia fatto Arianna. In ciò differisce dall’altro sesso e la differenza si manifesta fin dai primi anni. Quando il bambino gioca al cavalluccio, la bambina accarezza la sua bambola; quando l’adolescente, smanioso di domare un vero quadrupede, ignora il potere dell’amore, la diciassettenne ha già perduto e riconquistato varie volte il suo cuore, si è perfezionata in tutte le raffinatezze del sentimento. Per l’uomo adulto l’amore rappresenta poco più di un passatempo. Gli affari, la politica, la guerra, il profitto, l’arte, l’industria formano le sue occupazioni: gli affetti sono il suo riposo. Con la donna invece succede il contrario. Il punto è che l’uomo con la sua possente e disordinata natura ha dominato in tutti questi secoli l’altro sesso e si è reso giudice della società, una società avanzata intellettualmente e nelle invenzioni meccaniche, animata da passioni smisurate, ma piena di confusione e di lotta – una società che dal lato materiale potrà anche sembrare un successo, ma dal lato umano e affettivo pare a volte un completo fallimento.

L’immaturo, dal carattere poco evoluto, lo ritroviamo comunemente tra gli uomini che organizzano il mondo moderno – uomini della buona borghesia inglese. Non impara molto dai maestri; tira avanti tra gli spintoni dei compagni di cricket raffinando un’eccellente capacità organizzativa e una salda presa sul lato pratico della vita, qualità che dà alle classi governanti inglesi una missione nel mondo simile a quella che avevano i Romani nei primi tempi dell’impero. Gli viene anche inculcato un certo ideale d’onore scolastico e di giustizia, ideale di un valore molto discutibile, limitato e convenzionale e che riesce, tutt’al più, a sollevarsi al concetto di dovere e sacrificio, mai a quello d’amore. Non ha nessuna battaglia da combattere, nessuno sforzo da compiere, e non capisce nulla della vita reale: se la passa allegramente, sposa in genere la donna che più gli piace, o si consola con qualche gioia extramatrimoniale; infine si accomoda placidamente nella routine e nella convenzionalità della propria professione – immagine di un bue soddisfatto. Così gli uomini che oggi hanno il comando del mondo sono immaturi in tanti ambiti, non sono mai diventati maggiorenni. Qualunque sia il loro posto, senatori o deputati, ufficiali o medici, avvocati o preti o dottori, giudici o esploratori, fondatori di grandi trust, capitani d’industria, governatori, la cosa non cambia. Togliete le insegne distintive del loro ufficio e del loro grado, e vi troverete sotto nient’altro che un ragazzetto di scuola. Certo è irritante il pensiero che i destini del mondo, l’organizzazione della società, le meravigliose possibilità della politica, gli immensi portati dell’industria e del commercio, l’amore della donna, le vite dei criminali, la sorte delle nazioni selvagge, tutto, sia nelle mani di un simile gruppo di idioti.

 

Il sesso intermedio

 

Il senso crescente di uguaglianza nelle abitudini e nei costumi – gli studi universitari, l’arte, la musica, la politica, la bicicletta ecc. – ha contribuito a produrre un ravvicinamento tra i sessi. Se la donna moderna è, sotto certi aspetti, più mascolina di quella che l’ha preceduta, l’uomo moderno, pur non essendo effeminato, è un po’ più sensibile nel suo temperamento e più artistico nei suoi sentimenti del primitivo Zio Sam. Si comincia insomma a riconoscere che i sessi non devono formare due gruppi isolati, ma rappresentano i due poli di un unico gruppo, la razza umana; cosicché, mentre gli estremi di ciascun polo divergono grandemente, ve ne sono molti nella regione intermedia che, pur differendo fisicamente come maschi e femmine, sono molto vicini tra loro per emozioni e temperamento. Si direbbe quasi che la Natura, nel mischiare gli elementi che servono a comporre ciascun individuo, non mantenga ben separati i due gruppi d’ingredienti che costituiscono i due sessi, ma spesso li getti incrociandoli in modo piuttosto sconcertante; con saggezza, dobbiamo pensare, se una severa separazione degli elementi fosse stata sempre mantenuta, i due sessi sarebbero stati spinti a latitudini troppo lontane e avrebbero completamente smesso di comprendersi.

Gli Urani (Urano era considerato il cielo dell’affetto più elevato, NdR) sono tutt’altro che rari e formano una numerosa classe sotto la superficie della società… non sentendosi compresi, questi individui tendono a nascondere i loro veri sentimenti a tutti… Prima si riteneva senza discussioni che questo tipo fosse semplicemente il risultato di una malattia e di una degenerazione, ma ora risulta chiaro che molti di essi sono magnifici e sani campioni del loro sesso, muscolosi e ben sviluppati nel corpo, con un cervello potente e un’alta condotta, senza nulla di anormale o di morboso nella loro struttura fisica… Spesso una tale persona è un sognatore riservato, spesso un musicista o un uomo colto, corteggiato in società – società che pure non lo capisce. Altre volte però è un figlio del popolo, senza alcuna cultura, ma sempre con una speciale innata raffinatezza. Certo è notevole come alcune delle più illustri guide dell’umanità e dei più grandi artisti fossero interamente o in parte dotati d’indole uranica – come Michelangelo, Shakespeare, Marlowe, Alessandro Magno, Giulio Cesare e, tra le donne, Cristina di Svezia e Saffo.

                                                                                                                     Alberto Pellegatta

Nota Biografica.

4922570835_747f87bfdcEdward Carpenter (Brighton, 29 agosto 184429 giugno 1929) è stato uno scrittore e poeta inglese. Militante socialista, fu cofondatore della Fabian Society e uno dei primi attivisti del movimento di liberazione omosessuale; ha avuto una profonda influenza sia su D.H. Lawrence che su Edward Morgan Forster. In Italia è stato pubblicato qualche anno fa il volume Verso la democrazia per l’editore Carabba, a cura di Papini G.   

“Inediti e disegni” di Massimo Dagnino.

Massimo Dagnino, Acquasanta (come Monte Oriol), matite colorate su carta, 1995.

Il motivo del paesaggio, nella ricerca di Massimo Dagnino, cessa di essere ‘simbolico’, attore di primo piano: ricorrono ‘passeggeri’. Parola, quest’ultima, che appare spesso nelle poesie dell’autore genovese: dal senso ambivalente, di coloro che vengono trasportati e di una sorta di transitorietà, è la chiave del rapporto che il soggetto intreccia con l’esterno. Passando dall’essere luogo significato a una «specie di quinta», il paesaggio diventa un fondale: testimone estraneo all’azione dei personaggi che si muovono, interagiscono autonomamente («Container trasportano pioggia in una specie/ di quinta, il mare refrattario al tuo sguardo torna al suo moto»).

Il rapporto con un’altra persona sottopone sempre a un «difetto di reciprocità»: l’impossibilità di poter sapere cosa e come si viene percepiti; si sa di essere presenti all’altro ma non come e in che modo. Se nelle prime raccolte del poeta «sapere di essere pensati» era «una stranezza», in questi inediti il pensare, o solamente sentirsi «percepito nel guardare gli Scogli Neri», si tramuta in un atto di conoscenza. Azione, questa, riverberata anche sul piano formale: il «vincolo del nome», quello dell’acrostico “Lorenzo”, è il luogo dove il verso sviluppa un’ulteriore versione della persona, che «eccede mentre ti penso»; o strutturale, dove l’impiego di un linguaggio tecnico (quello cinematografico), usato nei lavori precedenti («Dissolvenza a nero», «Apertura a iride») ,  viene sostituito da una «chiusura ad alberi»: un’immagine «mossa», sempre sul punto di capovolgersi di senso.

Il passaggio a un’altra oscurità, quella dell’altro, instaura una specie di intercapedine in cui lo sfaldarsi dei limiti, delle convenzioni porta all’esterno, e al reciproco influenzarsi, i rispettivi «paesagg[i] raccolt[i] nell’ombra». La dimensione politica delle poesie di Dagnino, si innesta in questa ‘periferia emotiva’ (che é miscuglio); sotto l’incertezza del ‘buio’ si configura un rapporto basato sulla negazione del possesso. Un’ azione «progettuale» nel rifiuto di «qualsiasi categoria operativa», prendendo in prestito le parole di Manfredo Tafuri; lavorando all’espansione di un centro, comunque privato ( «nessun passeggero ci avrà nei suoi occhi»), il modello dell’esclusività viene rotto: una  prospettiva orizzontale apre  allo stare per- (il possibile reiterato) divenuto permanente nel proliferare delle esperienze.

«Tutti i dintorni erano pittoreschi, pieni di luoghi grandiosi e di passaggi d’una graziosa intimità, tutte le passeggiate vicine possedevano un notevole impianto di originalità capace di colpire la fantasia degli artisti». Il brano tratto dal romanzo di Mont Oriol, di Guy De Maupassant, è una delle interferenze che colpiscono e attraversano i lavori grafici, e anche quelli poetici di Dagnino ( «Dalla vasca sulfurea la febbre/si snoda lungo il parlare/ smistato fra binari, svelto sale animale»). Sentieri, dove si intrecciano motivi personali letterari o visivi, vengono innescati dal paesaggio ligure: naturalmente predisposto, per la sua conformazione ‘scenografica’, a un continuo rientrare in scena di sussulti emotivi.

La stazione di Acquasanta, e le sue terme, si accavallano nel ricordo: le architetture sovrapposte (una torre si scioglie sotto un faro) o aggredite (la cupola di un santuario accerchiata dalla vegetazione spettrale) vengono riassunte dal segno; registratore fedele del momento in cui è stato tracciato, una sorta di radar, antenna che capta, come le orecchie spropositate del coniglio impigliano, un paesaggio.

                                                                                                                        Davide Cortese

 

*

Dalla vasca sulfurea la febbre
si snoda lungo il parlare
smistato fra binari, svelto sale animale
in sentieri. Arazzi muovono quinte
fino allo scambio della volta
sbozzata che incanala il buio.

Ma ora esterna il paesaggio raccolto nell’ombra.
Carezza volatile
non più univoca nell’amore.

 

*

In un’altra oscurità passi
amico mio

 

 

*

Mi sento percepito nel guardare gli Scogli Neri
in difetto di reciprocità; chiusura ad alberi
dall’alta ferrovia si vedono i fari silenziosi
fluire sciolti dal traffico tra profili collinari a sintesi
di immagine.

La vista si avvicina al temporale
luci falciformi nell’incavo del paesaggio.

 

 

Massimo Dagnino, Tratto ferroviario GE-Acquasanta, Matita su carta, 2010.

 

 

*

Container trasportano pioggia in una specie
di quinta, il mare refrattario al tuo sguardo torna al suo moto.
Seduce l’ambiguità del passato
disciolta in periodi.

 

 

*

Un allenamento mancato si riverbera
in accidente emotivo
come barbe a puntasecca.
Osserva i pochi tralicci divisori
lo sfondo attutisce i pensieri
resta l’erba, i calzoncini da calcio, la fatica nel calore del corpo.

Lasci il verde allergico nel suono
alterato del mare. Stanco in pensieri freddi
improvviso il corpo si tende
torcendosi nell’aria fino a chiudersi fra la sabbia.

 

 

*

Gli occhi imprimono corvi
aguzzi, il freddo reattivo alla spiaggia si sparge
dove si ferma la vista. Niente si riassume
a effetto, ciò che passa è difficile.
Inalterate le escrescenze
di arbusti.

 

 

*

Nell’eversione del niente
aspidi  vegetali infatuano
la mente, pensa attraverso volti
dilazionati.  Fatica ad allacciare i bottoni
della camicia  fittamente
le mani venose del bosco.  Rigurgito di giorni
dalla strada inconsapevole i fari
dell’auto fendono le chiome.

 

*

 

La radio spaccata nell’urlo di pensieri sottesi.
Ombra emotiva si allunga in ordinaria
Radura compressa dal cuore. Ma
Eccedi mentre ti penso
Nel vincolo del nome
Zero non presente nei numeri
Oscilla, si brucia la lampada scivola la sgorbia sul linoleum.

 

*

 

Figura mossa in un posto, spacca
domande a cerchi d’acqua
mentre le mani seguono il selvatico
dei capelli veloce  scatta
la segnaletica gialloverde
apre a vagoni merci
nessun passeggero ci avrà nel suo sguardo

 

*

A Boss

 

Sbuffa, scocciatissimo, per carezze guasta sonno
del ragazzo in tuta a pigiama, che lo ama.

 

 

Massimo Dagnino, Anatomo paesaggio, Matita su fotocopia, 2016

 

Nota biografica.

Massimo Dagnino,” Le tribolazioni di Rabbit”, Matita su carta, 2015

Massimo Dagnino nato a Genova , dove vive, il 12 settembre 1969. Ha pubblicato: Verso lʼannichilirsi del disegno…( LietoColle, Como 2004); Presente continuo (Stampa, Varese 2007); Paratassi (plaquette con A. Pellegatta, EDB, Milano 2007),  la plaquette Adolescenza (L’Arca Felice, Salerno 2012),  il catalogo Sinossi: disegni 2009 – 2012 (EDB, Milano 2014). Ha curato il volume Pensare accanitamente (EDB, Milano 2015).Ha tradotto per la prima volta le poesie di Thomas Cole (1801-1848) in Almanacco dello Specchio 2006, (Mondadori, Milano, 2006). Una silloge tratta da Vegetazione irrisolta è apparsa in Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori, Milano, 2010) la silloge Ipercinetismo è stata pubblicata in Nuovi Argomenti n° 60 “Apocalisse” (Mondadori, Milano 2012), Galleria Colla in Quadernario, a cura di M. Cucchi, (LietoColle, Como 2013) Tensostrutture in L’Immaginazione n° 291 (Manni, gennaio – febbraio 2016), Inediti e disegni in Bisestile di poesia 2016 (EDB Milano 2016). Ha realizzato diversi Libri dʼArtista tematici in copia unica: Pianetino 2817 (1993-1994; con un testo teatrale di Clearco Giùria, libro incentrato sul filosofo francese Georges Perec); Sili (1994); A – Ω (1994 – 2009); Taccuino (1995); Atlante (1995 – 1999); Anamnesi (2009); Vegetazione irrisolta, disegni e poesie (2009); LʼEpistolario (2009); Occhio vegetale (2009 – …); Microdiario (2009- 2011); Sport e olimpismo (2009 – 2010); Narrazione residua (2010); Album verde – Anatomopaesaggi (2010); Rete fognaria (2010); Scatola nera (2010); Volatili e interferenze (2010); Libro blu (2010 – 2011): Ines (2010); Landscape (2010); Ripercorrendo Fabio (2011); Tensione e separazioni (2011); Animali, paludi (2011-2012); Agenda 2011 (2011 – 2012); Anfratto di via Cassanello (2012); Tracciati (2013), 2007 nel 2013 (2013); Vivere nel quartiere (2013); Propaggini (2013 – 2014); Il senso dellʼhumor nella rappresentazione della morte (2013 – …); Spezzoni di cose (2014); Avvampato sfasciume (2014); Gneo (2014); Pessoa (2016); I miei gatti vi osservano (2016 – …) mentre Volti di grafite (2014 – 2015) ); Propagazioni di buio (2014); Storia dellʼarchitettura e oblio: Ludwig Persius (1996 – 2009) sono stati pubblicati per EDB edizioni (Milano 2015- 2016).

“Bisestile di poesia 2016”

13325510_984427951626690_1818485350658350107_nA quasi nove anni dalla ripresa delle attività la collana “ Poesia di ricerca” (diretta da Alberto Pellegatta), pubblicata per le edizioni milanesi Edb, congeda il “Bisestile”: volume a ventiquattro voci che riunisce inediti di tutti gli autori finora pubblicati, con l’aggiunta di alcuni nomi nuovi provenienti  dal panorama poetico italiano e mondiale. Ad aprire il volume Antonella Anedda che si concentra sul ricordo, creatore di «nessi» con le persone scomparse: il “rapporto” resta vitale ristrutturandosi, insaturo, proprio nell’atto del ricordare. Seguita da Antonio Gamoneda, massimo poeta spagnolo, modulando i componimenti in ipermetri pone una rinnovata percezione del mondo che vede inizio e centro il corpo. I lavori inseriti sono anche una piccola anteprima del libro prossimamente in uscita: “Descrizione della menzogna. Breve antologia”. Insieme a questi due poeti inglesi inglesi: Sam Riviere e Matthew Gregory, affiancati da giovani emergenti, e non,  italiani come la friulana Stefania Buiat: nei suoi lavori l’amore è una distanza irriducibile: dislocamento costante tra le persone che compone la materia stessa del sentimento. Il rapporto si ritrae in una dimensione esclusiva in cui la «percezione delle cose» falsifica ogni azione rendendola vana. E’ possibile solo prendere una pausa, “rivolta” virtuale che, però, riconduce al punto di partenza; o Piero Simone Ostan, di Portogruaro, posa il suo sguardo su condomini, centri commerciali: sono produttori di «mantra d’attesa» che hanno il compito programmatico della separazione («le nostre vite sono lontane un muro/ ma corrono parallele, per caso»); e il milanese Pancotti che espropriando strutture estranee innesta pezzi di vissuto, non riescono a comporsi come discorso personale: la volontà sovrasta le possibilità dell’occasione.
In questi anni la casa editrice ha iniziato a imporsi sulla scena letteraria, differenziandosi dalle altre “piccole”: Edb ha puntato tutto sulla qualità della materia proposta, offrendo uno spaccato sulla poesia contemporanea. Attraverso la formula del volume in doppio è stato proposto  un confronto tra autori: l’avvicinamento di due personalità differenziate da formazione, esperienze e provenienza culturale ha mostrato le diverse soluzioni formali attuabili; ad esempio l’ultimo volume edito “The Most Natural Thing” dove i due autori, mai pubblicati in Italia, Mario Pera e David Keplinger, rispettivamente peruviano e statunitense, affrontando comuni problematiche impiegano l’uno la forma del poemetto l’altro la prosa poetica. Proprio su quest’ultima scelta il “Bisestile” si rivela un ottimo strumento di studio comparato; Carsten R. Nielsen ne è occasione: a differenza di Keplinger che si orienta verso un’anamnesi del reale, il poeta danese declina il poemetto in prosa verso il racconto della realtà, resa inquietante dalla presenza di oggetti bizzarri e situazioni oniriche.

Disegno di Massimo Dagnino, “Pozza delle murene”, matita su fotocopia, 2015.

La «ricerca» si riverbera anche nella composizione dei volumi: la presenza costante di opere grafiche mette in gioco una «paratassi» tra i due linguaggi: i disegni non rimangono semplici illustrazioni, ma si presentano come un’ulteriore riflessione. Il perfezionamento e l’approfondimento dei percorsi di studio e delle proprie ossessioni è la motivazione che riunisce gli autori già pubblicati, gli inediti assumono la valenza di un continuo lavoro ed evoluzione. Mary B. Tolusso approfondisce il rapporto con la morte: il ricordo ne è parte integrante ed è presentato in due modalità, quella che non  riesce a fissare i dettagli, scivolano imprendibili configurati soltanto come un «sogno. Un cadavere tragico»; l’altra coniuga il ricordo al futuro, l’incombere costante della fine che inchioda a cui si vorrebbe opporre l’incontro dei corpi. Anche Jack Underwood, inglese, è interessato alla morte ma, a differenza della poetessa triestina, l’ affronta servendosi dell’ironia: «O drunk DEATH, go home. We like our dyng lives./ Have a big glass of water and think about it». Luca Minola da prova di un’importante maturazione rispetto ai suoi primi lavori: il canto si allunga e si struttura. Depositata al di là della «penombra dei gesti» la riflessione prende forma nell’incontro con elementi spaziali, i limiti che costringevano il vissuto si allentano: «Spingi le precisazioni, la ricerca non tace più/ l’ossigeno si alza dalle vie, riempie le ossa./ Si perlustrano le vie, i grandi dormitori». Se il poeta bergamasco proietta in avanti la ricerca Francesco Maria Tipaldi lavora invece in maniera orizzontale approfondendo una forma collaudata. Un linguaggio “forte e d’impatto” articola un mondo percepito in preda a un loop: costituito dai processi biologici più elementari, avvertiti in un misto di innocente fascinazione e orrore di prendervi parte («bisogna preferire/ l’orrore di stare al mondo a quello di uscirne?»). In connessione geografica Stelvio Di Spigno. Nei due inediti proposti approfondisce la disposizione del discorso poetico in una forte prosodia: affronta la morte, e l’indifferenza di cui è prefigurazione; opponendo a queste la rivalutazione di un certo sentimentalismo.

image description

Massimo Dagnino, “Ritmica spezzata”, matita su carta, 2015.

Massimo Dagnino, lavora su folle di ritmi e linguaggi (fautore dei disegni, anche, di questo volume): scelte formali inusitate, come l’acrostico, generano, all’incrocio tra le lettere del nome e l’inizio dei versi,  il luogo che proietta la concretezza della persona “ritratta”; verrà poi a torcersi ulteriormente: il divenire del linguaggio continua a veicolare senso e analisi; o come nella poesia a Lorenzo: dove un prosimetro dissimulato, nei primi due versi volutamente prosastici, crea un’esitazione al canto. Il poeta genovese, scardina ogni convenzione depositata e vincolante attingendo dalla «rovina» e liberando «l’occultato». Anche Federica Moccia si rivela sperimentatrice di ritmi e possibilità delle immagini. Appaiono scenari di confine che si corrodono nel loro disporsi («Luci segate dalla notte»); diverse parti di vissuto si sfiorano dando origine al trapasso verso un «insensato mattino». Alberto Pellegatta introduce l’ereditarietà della costrizione: «un calamaro che muove(…)/ i suoi tentacoli» concetti, linee guida che ci hanno formati nelle età, continuano a ripercuotersi nel tempo attivando un «dolore (…) oleoso». Occorre verificare, eliminare gli elementi estranei per accedere infine a se stessi: un processo di distruzione («le scariche,il trauma») e ricostruzione che «a poco a poco/ diventi libertà». Lo studio formale si rivolge sia alla prosa poetica che alla scansione in versi: questa è posta all’insegna della contiguità: la tensione ritmica si stempera, facendo procedere il dettato per unità avvicinate.

Già in “Mea infera caro” Silvia Caratti aveva proposto un dettato indirizzato alla precisione, all’essenziale. Lo studio presente radicalizza al massimo l’asciuttezza del discorso, pur senza contrarre il verso: l’autrice si libera di ogni compiacimento o remora culturale, caratteristiche di molta poesia contemporanea, lasciando emergere l’emozione pura e terribile nella «santità del silenzio», emergendo non chiede altro se non chiudere «le orecchie per non sentire/ e fermo è il cuore, per non sentire».
La scrittura di Carla Saracino è attraversata da una vena erotica: s’impone sull’ambiente circostante fino a diventare un «incendio [che] devasta il paesaggio»; salvo poi rientrare, incanalata da un «dovere»: la carica vitale frena lasciando dietro di se soltanto i «dolori (…) del fango finale». Manuel Micaletto, classe 1990, è il più giovane autore del “Bisestile”. Dando prova di una sorta di padronanza dei registri, impiega uno “Stile avanguardia”: strutturato attraverso la commistione di un linguaggio specializzato, torcendolo dal proprio settore, e il linguaggio comune. Passando poi a una concezione molto più lirica del discorso che dilata la riflessione e il ritmo delle immagini.
Oltre all’interesse per la poesia contemporanea Edb ha posto la sua attenzione alla riproposizione di classici come il “Giacomo Joyce” di un James Joyce impegnato nello sviluppo della prosa poetica; oppure nella ristampa di libri ormai fuori catalogo e divenuti introvabili: “Paradossalmente e con affanno” plaquette del 1971, primo lavoro di Maurizio Cucchi inserito nel volume di inediti “Rebus macabro”; o ancora “Il cervo applaudito” di Leopoldo Maria Panero, spagnolo, scomparso nel 2014, sconosciuto in Italia ma che già si è trovato oggetto di una tesi di laurea, particolare questo che dimostra la diffusione e l’importanza che vanno assumendo queste pubblicazioni nel nostro paese.

 

Davide Cortese

 

 

 

Nota biografica

IMG-20160604-WA0000Davide Cortese è nato a Genova, dove vive,  il 7 giugno 1994. Studia alla Facoltà di Lettere moderne,  sue recensioni sono state pubblicate in Nuovi Argomenti – Officina poesia. Si occupa del rapporto poesia e arti figurative.

Poesie di Maddalena Lotter.

13178777_10153656454676849_27439030858401607_n

Foto di Daniele Ferroni.

Queste poesie di Maddalena Lotter, tratte dal suo libro d’esordio “Verticale”, risultano colme di rivelazioni e di una quotidianità integra. La giovane età di questa poetessa non deve far pensare a un lavoro poetico poco strutturato. I versi richiamano il bisogno d’illuminare le zone più in ombra della vita e dell’amore. In questi componimenti risuona qualcosa d’incontenibile e sempre in attesa o di un avviso o di un riferimento: “La terra capovolta/ in attesa della pioggia/ come di un padre che alza la voce”.
L’abilità dell’autrice si può trovare soprattutto nella grazia del dettato. Piccole armonie che esprimono l’inqualificabile dolcezza di una lingua straniera prima dell’amore e del sonno: “ Viene/ il momento delle dieci gocce ma io/ già fra le coperte in attesa/ che mi leggi in francese”. Il “bene antico” di Maddalena Lotter si scrive ancora a parole e si ascolta dalle voci amate, è il riferimento di tutti i giorni, è quel buio che incontriamo ogni giorno e che pochi gesti e poche persone trasformano in luce.

                                                                                                                              Luca Minola

Da Lanterne

*

“All I know is a door into the dark”
Seamus Heaney

Prima del temporale si respira
in punta di piedi, noi collegiali
attente in camicia da notte
ci apprestiamo al vetro
tremiamo, la testa capovolta
in attesa della pioggia
come di un padre che alza la voce.

 

*

C’è un rispetto fra i tronchi
si può fiorire l’uno accanto all’altro
ma piano, a dovuta distanza
lasciare spazio al respiro dei rami;
volevo imparare dagli alberi
come si sta senza fusione ma poi
è arrivata la tempesta, la stessa
acqua, ho pensato, che ora bagna
la tua casa a valle.

 

*

Sera

Prima di dormire faccio della pace
un lenzuolo e ti rimbocco la vita.

Assecondarti, stare fra di noi
come sappiamo. Viene
il momento delle dieci gocce ma io
già fra le coperte in attesa
che mi leggi in francese.

 

*

Notte

Quando ti giri nel letto a poca luce
e sfili la mano dal cuscino
in fretta, tutta un nervo;
quando ti alzi verso l’acqua
e sotto la palpebra chissà quali
luoghi benedetti o precipizi;
nella mia veglia prevedo ogni tuo
spostamento e rumore, se c’è
una nuova penombra verrà
registrata, le daremo un nome
gentile prima dell’alba.

 

*

Ho cercato di dirmi
cosa sia questa nostra intimità;
in un bene antico e agile
come di vita precedente
teniamo accese le lanterne.

Tutti i giorni impariamo ad imitarci
come fanno le scimmie,
sfiliamo grumi di buio
dai rispettivi capelli.

 

 

Nota biografica.

Maddalena Lotter è nata nel 1990 a Venezia, dove vive. E’ diplomata presso il Conservatorio di musica di Venezia e svolge la professione di musicista in diversi ensemble orchestrali e cameristici. Già laureata in Lettere antiche, è specializzanda in Filologia moderna e critica letteraria presso l’Università di Padova.
Verticale (Lietocolle&Pordenonelegge, 2015) è il suo primo libro.
Suoi testi sono apparsi su Nuovi Argomenti, Rainews, Atelier, Nazione Indiana, Internopoesia e nell’antologia: Post’900 – Lirici e narrativi (Ladolfi, 2015).

Il rito è sempre quello. “Incontri e agguati” di Milo De Angelis.

cover“Incontri e agguati” è uno scontro imprecisato che si tramuta in ascolto. E’ la sottile dipendenza alla vita di un autore come Milo De Angelis. Uno dei più importanti poeti contemporanei italiani, un autore decisivo per la sua generazione. Autore di veri e propri libri unici come “Somiglianze” e “Tema dell’addio”. De Angelis vibra di un raggiunto equilibrio, dove il racconto si riproduce: “Vieni, amico mio, ti faccio vedere,/ ti racconto”. “Incontri e agguati” è sicuramente uno dei libri più “aperti” di De Angelis. I ricordi, le ossessioni del passato vengono isolate e centellinate. Gli incontri che si rivivono sono molteplici e gli agguati hanno la cadenza della morte. “L’antico fenomeno del mondo” mischia le carte e le memorie sono perlustrate nel dettaglio fino alla massima sintesi. L’elemento della morte, che è una costante in ogni libro di De Angelis, toccherà il suo vertice e sigillo in “Tema dell’addio” dove parlerà attraverso la poesia. In “Incontri e agguati” la morte assume la forza del messaggio, del manifestare in isolate regioni di parole il tentativo di decifrarne le movenze e le mosse. La centralità del mostrarsi resta decisivo in queste poesie, l’avvitarsi dell’autore stesso nel corpo del libro è necessario e la fine si deve percepire e vivere: “Ogni frutto ha un tremore/ e da quelle antiche terre mi raggiunge/ ora sono il precipizio di me stesso/ e a poco a poco la vita/ s’impiglia nella sua fine per sempre”. La “gioia” è uno degli elementi cardine di questa poesia, in questo De Angelis si colloca sempre al limite, non indietreggia di un passo: “… e legge su quei volti il labiale di una gioia/ conclusa e straripante”. Si potrebbero tagliare con lame affilate i dialoghi, questi “Incontri e agguati” che non si piegano all’ovvio. Il rito è sempre quello per Milo De Angelis, avere una fisicità estrema sulla pagina. Nelle descrizioni taglienti questi versi esplorano di nuovo le geometrie della mente e i suoi abissi, le venature screziate dei particolari, il fine di ogni sostanza: “E quelle pastiglie nascoste nella borsa?”/ “Illuminarono all’improvviso la notte.”/ “E tu cosa sentivi?”/ “ Sentivo di svanire a poco a poco tra i fili d’erba.”/ “ E lo dici sorridendo?”/ “ Sì, la mia vita è sorridente”. Negli incontri di questo libro ci sono anche alcune sicure poesie d’amore, dove l’autore con grazia non indifferente scaglia le sue importanti parole, che possono essere lettere o poesie: “… e noi siamo/ il frutto di un contrasto magistrale/ che prepara giorno dopo giorno la lettera d’amore”. L’ultima sezione del libro, un poemetto interamente dedicato alla confessione dell’assassinio di una “giovane sposa” dove le mura isolate e infinite del carcere prendono voce e tratti di stampa. L’estrema sorveglianza della parola traduce la privazione della cosa amata e della libertà attraverso la vita in prigione: “… parlavi di lei oscura furia delle melograne/ luce selvaggia al cadere di una veste/ assoluto mescolato all’ora d’aria”. L’amore può tramutarsi in omicidio e male, può segnare indelebilmente ogni vita, i contrari si modulano, ogni frase prende il suo aspetto più invadente, perfino lei, la ragazza uccisa torna in immagini indelebili: “Lei donna di sedici anni diadema del sangue/ codice lunare nelle guglie della sera/ fervore di ceneri via lattea”. La colpa si tace nell’espiazione, unico l’oblio ricercato nel ricordo, nell’assurda confessione che si fa sguardo durissimo e toccante, nell’atto omicida stesso che si ripropone: “…poi l’estate/ precipitò nella notte/ e mi nascosi lì, colpevole e tramante…/ …per un intero minuto/ l’ho colpita”. Non c’è nessun tipo di giudizio in De Angelis, che travolge la narrazione, l’omicida parla attraverso la sua voce di poeta e non potrebbe fare altro. L’abisso è in noi, questo è chiaro, siamo la parte più estrema del pensiero fatto carne, siamo l’assurda parola che sceglie un destino; questo tocca principalmente l’intimità di un libro come “Incontri e agguati”, un libro di silenzi e omissioni, dove viene detto il giusto. De Angelis è solo, ancora descrive le sue immagini, ancora esplora la sua impossibile continuità verso un traguardo, il compimento di qualcosa che ci porta in ogni fine: “… tracciano per terra/ un annuncio oscuro di linee/ e parole, barlumi di volti e di città: un disegno/ di salvezza, forse, o un’esecuzione”.

                                                                                                                              Luca Minola

da Guerra di trincea

*

Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima…è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.

 

*

“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”

“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”.

 

 

da Incontri e agguati

 

*
“Mi sono allontanato,vedi, dal campo
delle nostre partite iridescenti
e mi troverai qui, sotto le parole:
il quaderno è stato il mio unico compagno
e ora sulla mano, vedi, c’è la linea della morte.

Solo tu puoi salvarmi, solo tu
con un tiro all’incrocio prodigioso”.

 

*

Rinasce in un prato di piazza Aspromonte
la vecchia contesa tra questo rettangolo
e i cavalli della mente, tra questo semplice
rettangolo terrestre e tutti gli spettri
che si affollano lì, dove il numero otto
tirò preciso a fil di palo ed entrò
in una galleria di anni e domeniche piovose
e ora regna su di noi lo sguardo di un demiurgo
che si raccoglie nel centro della mano
e legge su quei volti il labiale di una gioia
conclusa e straripante.

 

 

da Alta sorveglianza

 

*

I

In carcere bisogna parlare
lo sanno anche i taciturni come te
il veleno si fa strada in ogni silenzio
la notte ti interroga ti interroga
e tu alla fine hai risposto
parlavi di lei corpo sposa tenaglia
lei come una garza folgorata
nessuno nel vederla resta vivo
parlavi di lei oscura furia delle melograne
luce selvaggia al cadere di una veste
assoluto mescolato all’ora d’aria.

 

*

VIII

Sei un’ansia che non ha luce, dicevano,
sei nell’ateismo
di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione.

 

 

Nota biografica.

image1

Foto di Viviana Nicodemo.

E’ nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere di massima sicurezza.
Ha pubblicato Somiglianze (Guanda, 1976, 1990), Millimetri (Einaudi, 1983 e poi Il saggiatore, 2013 ), Terra del viso (Mondadori, 1985), Distante un padre (Mondadori, 1989), Biografia sommaria (Mondadori, 1999), Tema dell’addio (Mondadori, 2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili  (Mondadori), Incontri e agguati (Mondadori, 2015). Ha scritto il racconto La corsa dei mantelli (Guanda, 1979 e poi Marcos Y Marcos, 2011) e un volume di saggi Poesia e destino, Cappelli, 1982). Nel 2008 è uscito Colloqui sulla poesia, dove appaiono le sue principali interviste. Sono anche usciti Dove eravamo già stati (Donzelli, 2001) e Poesie (Oscar Mondadori, 2008) che raccolgono il suo lavoro poetico.

Poesie inedite di Michele Lazazzera.

13281984_1715344978679966_233684721_nMichele Lazazzera è un poeta davvero giovane. È nato nel 1995 a Pisticci, una cittadina marittima della provincia di Matera. Studia Architettura all’Università degli Studi di Roma e queste sono tra le prime poesie che pubblica. Scegliamo quattro testi rappresentativi in cui le immagini, originali e partecipate, sono scortate da un versificazione controllata in piena maturazione. Nei suoi testi confluiscono situazioni quotidiane che improvvisamente virano all’incantesimo. I processi descrittivi sono carichi di senso e non semplici didascalie, il pensiero è vigile e pronto all’ironia.

                                                                                                                    Alberto Pellegatta.

 

*

La notte non si spegne nelle video slot
nelle sale virtuali dei cinesi non arriva –
in piazza solo un po’ prima.

Non un sinonimo per bendarti gli occhi
ma l’elemosina delle strade, cruda città
che si fa giorno e, meglio, calma

della finestra che trema sui processi.

 

 

*

L’insegna decide il panorama
nel regno della polvere.
La casa che abitavano i nonni è
senza i nonni e forse senza stanze.
Dove c’era la boutique di tessuti
ora non c’è niente, via anche l’idea.

I vicoli si riempiono e si svuotano
come corpi bagnati e si gonfiano
nella gola nei sottopassaggi
di ogni cosa casa autostrada scuola.
Puoi cambiare ricordi ma cominciano
le lamentele, ragnatele di lame nelle orecchie.

 

 

*

La giostra trasforma gli oggetti
in muscoli, in memoria
e intanto il senso perde tempo:
i flussi diventano ombre, segni
negli specchi elettrogeni,
intermittenti come immersioni
e cicatrici.

 

 

*

Quando non si mastica la lingua
tace nei boschi ipnotici
e congela sui semafori.

Metà del cervello con i delfini
negli accumuli forti,
nuotando e dormendo.

Quando i pensieri si fanno rossi
come minuscoli ragni elettrici
evapora il bianco delle unghie.
Il tuo punto di vista cade
sulle lenzuola.

Le roulotte incendiate
e ancora questi alberi
che non parlano
dietro le pareti
con una voce che li divide
e chiama a casa.
Noi siamo qui, ci sono dentro.

 

 

Nota biografica.

Michele Lazazzera è nato nel 1995, a Pisticci, una cittadina marittima della provincia di Matera. Studia Architettura all’Università degli Studi di Roma. Sue poesie sono apparse su la rubrica “Vivere Milano” e sulle riviste “Poliscritture” e “L’ombra delle parole”.

Poesie inedite di Roberto Cescon.

13161087_10209192405145580_1420429495_oIn questi inediti si apre una voragine conosciuta, l’ansia del vivere contemporaneo crea precipizi, crea “il nemico” stesso. Cescon scrive di lasciti e fallimenti, dell’affronto verso se stessi. Ogni cosa sarebbe più facile, più giusta senza noi stessi, che ci sabotiamo attraverso continui fallimenti e dolori passati. Cescon non cerca a tutti i costi le cure ma la riconciliazione e la sapienza del metodo, le sue parole ne sono traccia: “Ma tu sei il tuo nemico/ senza stucco per le crepe:/ per inseguire i bagliori devi/ riconciliarti con il fallimento”. Le poesie di Cescon non sono fatte per rimpiangere nulla, tutto ciò che noi facciamo morire è nel nostro volere e nell’impossibilità di farci del male, di essere noi stessi fino in fondo al vuoto che siamo e che occupiamo nel mondo.

                                                                                                                              Luca Minola

*

Al diavolo urlare nel cuscino
le gabbie dorate dei se vuoi
il silenzio armato e il mezzo pieno
mentre rotoli dalla scala impossibile.

Vorresti un vomere su questi giorni
per curare il guasto nell’ignoto
scardinare ciò che ami
dal precipizio di te stesso.

Ma tu sei il tuo nemico
senza stucco per le crepe:
per inseguire i bagliori devi
riconciliarti con il fallimento.

 

*

Portami via da queste ossa
che sopporto leccando gli avanzi
qui ci tenta il dolore che pestiamo
testardi dentro le stagioni
perché facciamo morire le cose
per rimpiangere di averle fatte morire.

 

*

Quando te ne andrai lasciami
almeno un ginocchio, un orecchio,
perché non saprò più dove cade
l’accento, oppure con una tenaglia
strapperò il tuo odore
per non sentirmi un vaso vuoto.

 

Nota biografica.

Roberto Cescon è nato nel 1978 a Pordenone, dove vive e insegna al Liceo “Leopardi-Majorana”. Ha pubblicato le raccolte La gravità della soglia (Pordenone, Samuele Editore, 2010) e La direzione delle cose (Borgomanero, Ladolfi, 2013). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. È tra i giurati del Premio Castello di Villalta Poesia e del Premio Rimini.